Il salotto dell’altro mondo – Incontro con Daniel Stefanese

Il salotto dell'altro mondo

 

Per la rubrica Il salotto dell’altro mondo, incontriamo Daniel Stefanese, autore del romanzo Dimenticarsi (collana La Sorgente di Satyria), che ha esordito nel giugno del 2025

 

Cos’è per te la letteratura?

La letteratura rappresenta per me uno spazio di ambiguità che offre l’occasione di sperimentare antinomie capaci porre in crisi l’apparente affabilità monolitica della realtà. È in un certo senso una soglia porosa, interstiziale, tra autore e personaggio, tra lettore e scrittore, dove la scrittura piuttosto che costituire il vettore privilegiato per la trasmissione di un messaggio, è sempre il camuffamento fraintendibile di una verità sospesa o di un’assenza. Le grandi opere letterarie sono a mio avviso quelle che instaurano una liminalità pervasiva, un senso di smarrimento contraddittorio che trasgredisce, condensando nella complanarità, confini morali e spazio-temporali.

 

Qual è il tuo rapporto con la scrittura?

Probabilmente è un rapporto occasionale, non pianificato, e talvolta, forse, indesiderato. Per quanto la realizzazione di un’opera richieda una buona dose di “mestiere”, sono i momenti di estraniazione dalla scrittura, insomma la perdita del controllo sulla pagina, a costituire per me la condizione più favorevole all’esercizio creativo. È sicuramente un girovagare introspettivo, compiuto per intervalla insaniae, a cui si alternano inconsce situazioni di dissociazione.

 

Tre libri che hanno segnato il tuo percorso?

Il primo è Il processo, di Kafka, per la sua carica d’angoscia e il senso generale di assurdità e incompiutezza. Aggiungerei La palude definitiva di Manganelli, una delle opere che meglio racchiude quella condizione di liminalità di cui dicevo prima. Infine Perturbamento, di Bernhard, la cui ossessiva musicalità stilistica e crudezza narrativa mi hanno suggestionato in modo speciale.

 

Cosa rappresenta Dimenticarsi per te?

È l’esplorazione di un rimosso, il riflesso mendace di un periodo della mia vita, ma anche il tentativo di comunicare un’angoscia a me stesso sconosciuta. Per quanto sia generico affermare che la scrittura sia anche passaggio di soglia e percorso autoindagatorio, Dimenticarsi è di certo un libro nato da una necessità intima, un desiderio di esplorare le rifrazioni più ombreggiate dell’io, di calarsi attorno alle sue zone più limacciose.

 

 

 

 

 

 

 

Un passaggio da Dimenticarsi particolarmente significativo per te?

Vorrei tornare sulla spiaggia, a cercarti di notte, e lasciarmi irretire da quei flutti schiumosi che mi dicevano di avanzare, ne abbiamo parlato tante volte della loro bellezza, e del rischio, di andarci lì quando non ci sono luci. Una notte mi avevi detto «andiamo in riva al lago, questa notte, prima di addormentarci. Anzi, lascia che io mi addormenti per poco, voglio solo chiudere gli occhi per lasciarmi trasportare già col pensiero tra le dolci onde che vanno e vengono. Non serve pianificare le cose, Livio, te l’ho detto più volte. Non ti devi mai sorprendere, perché tutto è improvviso se non hai nulla di prestabilito. Io non pensavo che il desiderio del lago mi giungesse a quest’ora d’inverno, ma come vedi ne sono così estasiata da non sentirmi più dentro il nostro letto». E mi aveva colto l’angoscia più grande che avessi mai provato, ho pensato al peggio, ma non te l’ho detto mai, non ti ho mai detto di sospettare già, che quella tua voglia matta di uscire fosse in realtà il laido desiderio di disperderti. «Io sono già sulla battigia» risposi, «e non sai quanto il rumore dell’acqua è rassicurante. Ha infangato il cielo nero, che non mi sovrasta più. Sembra essersi placato. Vieni a darmi la mano, restiamo stesi sulla battigia per abituarci alla temperatura dell’acqua, avvicinati, non guardare il fango. Ti prometto che non annegherai mai senza di me» dissi. Eravamo due voci stinte nel buio, e parlare per ore in quello strano dormiveglia, ci faceva sentire al sicuro. Quella notte il vento piegava gli alberi e disperdeva una pioggerella così fitta e gelida da graffiare la faccia, e forse mi confuse, mi dimenticai di mantenere la promessa, ti lasciai andare senza di me, e ti sentivo piangere, e gridare, e grondare, come se tra quelle onde rabbiose ti stessi diluendo pian piano. [pp.114-115]

 

Daniel Stefanese (1997) vive a Francavilla al Mare. Laureato in Lettere e in Filologia moderna, è dottorando in Lingue e letterature in contatto presso l’Università Gabriele d’Annunzio di Chieti-Pescara.

Dimenticarsi è la sua Opera Prima.

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