
Per la rubrica Il salotto dell’altro mondo incontriamo Cristina Eléni Kontoglou, autrice di Agrimonia (2023), una raccolta di racconti ambientati tra l’Italia e la Grecia e dislocati tra presente e passato, tra narrativa, poesia e analisi autoptica di chi si osserva attraversare il mondo dall’interno
Cos’è per te la letteratura?
Non è un dominio o un’arte, ma un luogo dove più strade convergono o si diramano in infinite possibilità di combinazioni e paesaggio. In una mappa ideale ogni libro contiene elementi di tutti gli altri, anche i più distanti. Egoisticamente resta un luogo solo mio, immagino che ognuno abbia il suo ma non è mai lo stesso, per questo non amo molto parlare dei libri che leggo. Ho una forma di pudore. È impossibile un’imparzialità, slegare i libri dal fattore esperienziale. In questo posto i libri cambiano e con loro le sensazioni fisiche, ma il luogo resta il medesimo. La letteratura la ricollego sempre ai luoghi, è tangibile, appunto fisica. È ancora la libreria di provincia dove mi portava mia madre da bambina.
Qual è il tuo rapporto con la scrittura?
Quanto scrivo è il risultato di un’ecologia fisiologica, sono i miei scarti, un sistema di filtraggio. Le mie mangrovie, che con le radici intrappolano i sedimenti trasportati dai fiumi per depurare il suolo mentre dalle ghiandole sulle foglie filtrano acqua salmastra. C’è un’alta quota salina in quello che scrivo, si riconosce quando la pelle è secca, può bruciare. La scrittura asseconda anche una mia componente vandalica. Distruggo per ricostruire in continuazione. I miei personaggi hanno un turbamento placido ma amano vandalizzare, insinuarsi. Ipnotizzare tramite le atmosfere.
Tecnicamente, invece, non scrivo di frequente solo per me. Anche quando in apparenza lo faccio non è mai così. Ho bisogno di immaginare un interlocutore, di essere guardata. C’è molto potere nel lasciarsi leggere o guardare.
Tre libri che hanno segnato il tuo percorso?
Doppio sogno di A. Schnitzler
Do android dream of Electric Sheeps di P. Dick
Waste Land di T. Eliot
Cosa rappresenta Agrimonia per te?
Una mano immersa in un vaso pieno di vetri, alcuni ancora appuntiti non sono stati levigati, esiste la possibilità di tagliarsi ma da questi frammenti nascono tutte le altre mie creazioni successive, prima ho dovuto prendere il piatto, il mio preferito, e spaccarlo con violenza. Riconoscere l’incompletezza, mia e universale, il che ha procurato un certo piacere, solo dopo è nato tutto. È stata la tappa zero di una performance artistica, da lì inizia una sottotraccia che percorre tutti i miei scritti dove ricorrono simboli, colori e azioni. La bellezza di Agrimonia è questo numero zero degli animali selvatici liberati dalla cattività, pur conservando elementi di raffinatezza, è la libertà dell’indefinitezza che possiede la realtà.
Un passaggio da Agrimonia particolarmente significativo per te?
Ci sembrava che avremmo potuto sempre mettere i piedi su un cruscotto, sporcare una gradazione di grigio elegante scelto dai guru dell’asfalto con il fango del tacco, e non preoccuparci del paesaggio in cambiamento dal finestrino, con un blu vacuo a raffreddare le sterpi al di fuori e le gambe boicottate dalle striature del vetro, incorporate dal riflesso, al limite dell’effrazione.
La scia bianca della carreggiata che ti corre davanti, un cambio di marcia sempre un passo avanti a scaglioni di pause, i miei capelli, o le mie gambe? In quale punto del mio corpo si sgretola il tuo sguardo infrangendosi con uno schianto, un rumore di lamiere mentre la mano vorrebbe sterzare, uscire dai binari della pelle? Il sole si squaglia a gambe aperte in un arancio umido sotto le tue ciglia: è indecente come si espande sulle strade in un orgasmo a tinte rosse, fosche.
Indecente.
Reclino il viso all’indietro per sfuggire alla morsa, ma il vento mi afferra per la schiena.
Tu resti esposto all’invadenza: non sarai mai più bello di così.
Cosa vorresti dirmi che già non sappiamo?
Rilassati.
Siamo i figli del cemento, della desertificazione grigia delle emozioni. Ingoiamo particelle di scirocco.
Non sarai mai più grande di così. Non ti amerò più di così. Vorrei dirlo, le parole attraversano il tunnel buio della gola, ma il vento va più veloce e in un attimo – le ha seccate sul punto di nascere.
Cristina Eléni Kontoglou, nipote del pittore e scrittore bizantino F. Kontoglou, italogreca, vive a Firenze dove ha studiato conseguendo la laurea in Lingue e Traduzione specializzandosi in letteratura e lingua francese. Street photographer e artista, partecipa a mostre personali e collettive con il secondo nome Eléni, sue videoinstallazioni sono proiettate in gallerie private come lo studio di architettura Claudio Nardi a Firenze. Dalla fotografia eredita il linguaggio evocativo, lavora come docente di letteratura francese nei licei e in carcere, suoi racconti compaiono su riviste tra cui Minima e Moralia, l’Indiscreto, Calvario Magazine, Poetarum Silva. Pubblica nel 2023 la raccolta di poesie dal titolo Volturno Arcano per Eretica Edizioni, finalista al premio internazionale Mario Luzi 2023. Nello stesso anno esce Agrimonia, Fallone Editore, nel 2024 si classifica terza al Premio Alda Merini per narrativa inedita con Impuri riflessi, segnalato con menzione anche al Premio Europa in Versi, vince nella sezione poesia inedita il premio Domus del Premio Seneca e la menzione d’onore al Premio Internazionale Penna d’Autore. Sempre nel 2024 esce la seconda raccolta di poesie, Semiotica notturna per Pequod, menzione d’onore al premio Buonarroti e quinto posto al premio Shelley e Byron. Nel 2025 vince con un saggio e una traduzione su Marguerite Duras la pubblicazione con menzione del premio I Murazzi sezione saggistica, in uscita per l’Orma editore con postfazione di Rosella Postorino, si classifica finalista al Premio Città di Como attualmente in corso nella sezione narrativa racconti, con un racconto uscito per Minima e Moralia.