Il salotto dell’altro mondo – Incontro Filippo Chiello

Il salotto dell'altro mondo

Per la rubrica Il salotto dell’altro mondo incontriamo Filippo Chiello, autore per noi del romanzo Dove gli occhi si fermano (collana Gli Specchi Mercuriali, 2024), bellissimo e straniante, capace di leggere lucidamente ma anche con leggerezza le contraddizioni del mondo contemporaneo

 

Cos’è per te la letteratura?

Innanzitutto, dentro la parola letteratura c’è la parola lettura. Le due parole hanno un’origine etimologica distinta ma quando sento la parola letteratura, non posso fare a meno di vedermi con un libro in mano nell’atto di leggere. Quando leggo, sgombero lo spazio circostante affinché possa, in pace, vivere un’altra vita. Quando leggo, salvo le parole dall’ingorgo cacofonico e mellifluo della frenesia quotidiana. Quando leggo, salgo sul treno di una storia solo se quel treno, lo posso ogni tanto arrestare per guardare il paesaggio. Quando leggo sento che la mia mente, per dirla con il Satana di John Milton, “può fare un paradiso dell’inferno”. Quando leggo, mi nutro degli infiniti modi attraverso cui gli scrittori rappresentano il loro mondo interiore e la realtà che li circonda. Solo quando leggo, infine, alimento la mia scrittura.

Questo e molto altro è, per me, la letteratura.

 

Qual è il tuo rapporto con la scrittura?

Scrivere per me è fonte sia di piacere sia di dolore. Quest’ultimo è più concentrato nella fase iniziale della creazione, quando, con un enorme sforzo di volontà, preparo gli argini per contenere le incombenze della vita quotidiana, e le sue seduzioni, le sue placide abitudini. Quando la pagina è completamente bianca, ha poca forza, basta un niente e svanisce, risucchiata dai bisogni da soddisfare, dalle sirene della sopravvivenza. È in questa fase che il dolore cresce, il dolore e la paura di non possedere quel fuoco invisibile che fa sbocciare fiori neri sulla pagina bianca. Una storia è come un neonato che ha poche chance di sopravvivere in mezzo a carestie, malattie, guerre. Per pagine e pagine, la storia che stai scrivendo non ha artigli sufficienti a restare aggrappata agli occhi, lo senti. Ogni giorno entri in quello spazio protetto per riprendere da dove avevi interrotto il giorno prima, per la stanchezza o per la chiamata di un figlio, e capisci che la storia che stai raccontando non è ancora necessaria. E allora insisti, del tuo dolore si nutrono i tuoi personaggi per diventare veri, per avere diritto di parola in un mondo dove dovranno sgomitare per trovare il loro involucro di carne e sangue. Quando ciò succede, comincia il piacere. Quando l’invisibile ha preso piede e si è vestito, quando alza la voce per mettere in fuga le pretese del quotidiano. Quando il visibile, di contro, si ritira senza bisogno di argini, come un’onda che si arrende a un miracolo.

 

 

Tre libri che hanno segnato il tuo percorso?

Alla ricerca del tempo perduto, M. Proust

L’insostenibile leggerezza dell’essere, M. Kundera

Trilogia della città di K, A. Kristof

 

 

Cosa rappresenta Dove gli occhi si fermano per te?

Dove gli occhi si fermano rappresenta per me l’incontro tra due tendenze che non si sono mai mescolate così tanto come in questo romanzo. Da una parte il gusto della parola, il piacere di scavarci dentro fino a raggiungere l’unica e possibile forma per raccontare questa storia. Dall’altra l’urto di una società che cammina sempre di più sul filo della distopia e davanti alla quale scrivere diventa anche un imperativo morale.

 

Un passaggio da Dove gli occhi si fermano particolarmente significativo per te?

Come si fa essere pronti? Riusciranno i suoi occhi, queste piccole biglie che hanno dovuto filtrare per anni l’immenso guazzabuglio del mondo, a stringere un nodo forte tra le ultime immagini e il suo cuore? Non risponde, sospira e allunga la mano. a prendere quella di Ulisse. Gliela stringe con la forza che ha, vorrebbe fare la stessa cosa con la sua immagine, ma agli occhi non è concesso trattenere, dopo che hanno guardato bisogna avere fede e sperare. Lo sanno tutti e due che gli occhi non sono una macchina fotografica, che ciò che vedono sbiadisce con il tempo o addirittura cambia. Non ci sono album facili da conservare in un cassetto; ciò che si stanno scambiando ora, assomiglia al saluto estremo che si porge a un morto. L’amore si concentra, adesso, tutto nelle mani che sentono il peso che porteranno. Saranno loro che dovranno contenere la rabbia, sguinzagliare il desiderio e intuire in che direzione va il cuore di chi gli sta accanto. Continuano a guardarsi, questo istante potrebbe durare un’eternità, ma tra qualche ora il programma si attiverà da solo. Tanto vale essere padroni del proprio destino, non fare accadere le cose senza metterci sopra l’accento giusto. Sono soli a celebrare l’inizio della convivenza e la casa nuova che li copre di silenzio. I rumori si accumulano gli uni sugli altri come gli anni. Tra queste mura immacolate, però, non hanno avuto il tempo di depositarsi. Bill è rivolto verso di loro, immobile, le sue palpebre sintetiche sembrano sigillate. È in questo silenzio senza testimoni, che si guardano per l’ultima volta. Con un lieve movimento della testa, si dicono siamo insieme e siamo pronti. Portano l’indice alla tempia, una leggera pressione e il fluido movimento rotatorio parte, impercettibile dall’esterno ma non da loro, che ne avvertono la vibrazione estendersi dalla fronte fino alla nuca. In un istante, i loro corpi diventano sagome che perdono occhi, capelli, colore della pelle.

 

 

Filippo Chiello è nato a Enna nel 1971. Laureato in Lingue, insegna Lingua e Letteratura Inglese in un liceo di Torino. Attore diplomato presso la scuola di teatro Viartisti e autore di testi per il teatro (Luggage, A Chi Tocca). La performance Destini, ispirata a un suo racconto omonimo, è stata premiata alla rassegna teatrale Rigenerazione. Collabora saltuariamente con la rivista Doppiozero. Ha pubblicato i romanzi Via Santa Chiara 15 (Robin, 2010), Lo Diceva Picasso (Sillabe di sale, 2018) e Dal Ponte più alto (Bookabook, 2021; Premio Internazionale di Letteratura Città di Como, IX edizione, sezione Fantascienza). Dal 2026 sarà lettore di lingua e cultura italiana presso l’Universitas Indonesia di Jakarta dove collaborerà anche con l’Istituto Italiano di cultura.

 

 

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