
Per la rubrica Il salotto dell’altro mondo incontriamo Massimo Cecchini, giornalista sportivo di alto livello, docente di Giornalismo presso le università Luiss e Marconi e già autore di diversi romanzi, ha pubblicato con noi la sua prima silloge, Anni in testacoda (2025), un poemetto legato alla memoria e alla meditazione sul vissuto, un’analisi introspettiva tradotta in versi e portata avanti gestalticamente
Cos’è per te la letteratura?
La letteratura è l’universo che contiene quella infinita collezione di vite e pensieri di uomini e donne che non ho conosciuto né conoscerò mai nella mia esistenza di carne e sangue, neppure quando le storie di tali persone abbiano avuto origine su questo piano della realtà, perché la narrazione stessa modifica l’essenza stessa dei protagonisti e quindi degli eventi. A far sì che questa specie di Spoon River di atti e riflessioni diventi letteratura, c’è bisogno che la maniera di raccontare sappia attingere al ventaglio pieno delle parole per impossessarsene e, se occorresse, anche per frantumarle o dimenticarle, costruendo – grazie alle diverse tecniche di scrittura – forme e contenuti in grado di seguire orme il più possibile originali oppure, al contrario, che si rifacciano a canoni espliciti o sottesi. Tutto questo, cercando naturalmente di suscitare quella gamma di emozioni in cui riconoscermi per affinità o contrasto. Perché la letteratura, appunto, sia una maniera per affermare come ogni espressione che abbia a che fare con l’idea del bello, dell’utile o del necessario, valga la pena di essere vissuta, cercando in questo modo l’idea stessa di umanità
Qual è il tuo rapporto con la scrittura?
È un rapporto che ha a che fare innanzitutto con la necessità, con il bisogno di non perdere e non perdermi. Poi, quando l’espressione compiuta si avvicina all’immaginazione che l’ha prodotta (non riuscendovi mai del tutto), avverto anche il piacere – e a volte persino la sorpresa – di essere in grado di riconoscermi in ciò che ho scritto, sia nella forma che nel contenuto. Un piacere che diventa, a volte, persino soddisfazione nelle occasioni in cui, a distanza di tempo, ancora mi ritrovo nelle parole con cui avevo saputo raccontarmi, magari diversi anni prima.
Tre libri che hanno segnato il tuo percorso?
I libri rappresentano un po’ la stratificazione di una vita, perciò lo specchio identitario di periodi diversi. Per questo preferisco scegliere tre titoli che hanno avuto la funzione di radici – per fortuna diversissime tra loro – dell’albero che ho piantato nel mio giardino letterario: La ricerca del tempo perduto di Marcel Proust, Il male oscuro di Giuseppe Berto e i Canti di Giacomo Leopardi.
Cosa rappresenta Anni in testacoda per te?
Innanzitutto una scoperta e una presa d’atto. La scoperta è stata quella del perdurare di un certo tipo di emozioni, a dispetto di qualsiasi età anagrafica che zavorri il nostro corpo. La presa d’atto è stata quella della necessità di scegliere un tipo di linguaggio – quello della poesia – che si adattasse ai sentimenti da esprimere. E se, come scriveva Gabriel Garcia Marquez, “ognuno ha una vita pubblica, una vita privata e una vita segreta”, a mio parere la poesia è la lingua della vita segreta, perché con essa non si può mentire. Il resto, è solo una conseguenza. Da giovane, come sarà accaduto a tanti, pensavo che l’uso della parola attraverso dei funambolismi letterari mi avrebbe aiutato prima a difendermi e poi, magari, a costruire una identità. Con il passare degli anni, è invece lievitato il desiderio di percepire meglio le infinite possibilità inesplicate che si agitano in ciascuno di noi liberandole però dagli artifici. Ho scelto perciò, in modi diversi, di esplorare o ipotizzare ciò che sarebbe potuto succedere in caso avessimo compiuto scelte alternative a quelle fatte, con tutti i relativi sommovimenti emozionali che ne sarebbero derivati. Così mi è piaciuto trasmettere la consapevolezza che i sentimenti che si provano quando si è giovani e quando non lo si è più, sono sostanzialmente gli stessi: amore, rimpianti, speranze, oltre che, in variabile misura, il confronto con la morte. Ciò che cambia è la maniera di raccontarli, dando vita a un testacoda, appunto, in cui passato e presente non appaiono poi così diversi. E se è vero che la nostalgia innerva tante pagine, è proprio perché la sola vita che siamo stati chiamati a scegliere ci lascia orfani, o quantomeno curiosi, di quello che abbiamo perduto”.
Tre poesie da Anni in testacoda particolarmente significative per te?
Le scelte cambiano a seconda dei momenti, dei giorni, delle situazioni. In generale, direi che mi ritrovo particolarmente nella prima poesia della raccolta (“Avviso ai viaggiatori”) e nell’ultima (“Non ho più la forza”). Se dovessi provare a spiegarle – attività sempre complessa – per la prima me la caverei così. Inutile nasconderlo, c’è un viaggio che si avvia verso il termine e quindi cambiano aspettative e collocazioni. Se all’inizio si sta nel locomotore che consente di osservare il panorama almeno a 180 gradi, sento che con gli anni si scivola indietro nei vagoni, dove si riesce a vedere solo attraverso finestrini più o meno lucidi. Tutto sommato però non è un gran male. Perché il tempo fa scemare i desideri e a lievitare i sentimenti. Forse sappiamo volere più bene, amare meglio, perché c’è meno fame, meno desiderio d’imporsi sulle volontà altrui. Il capolinea più vicino, poi, fa sperare in un amore ancora migliore, finalmente perfetto, anche se l’imperfezione della carne rende diffidenti. Tutto sommato, arrivati a destinazione, sarebbe sufficiente essere liberi dai rimpianti per il poco fatto bene e per i troppi errori a cui non si può più porre rimedio. Ma ovviamente non abbiamo certezza di tutto quello che ci attende.
Per la seconda, invece, direi che, se la nostalgia e il rimpianto appunto per le possibilità inesplicate, rappresentano un po’ il filo conduttore della raccolta, per questo motivo ho deciso di chiuderla con una poesia che abbia un respiro ottimistico. Gli anni in testacoda rivelano che le emozioni della gioventù e dell’età avanzata paiono sempre le stesse, lo scrivevo prima, anche se le parole che usiamo per decodificarle sono estremamente diverse, ma il corpo e la forza che contiene, di sicuro non possono essere quelle di un tempo. Eppure anche l’età del tramonto prevede una guida attenta, lucida, capace di evitare i fuori strada che ci allontano dalla nostra vera identità. Non solo. Da anziani ci si può permettere il lusso di andare più lentamente e allora il panorama intorno a noi cambia aspetto. Quello che non veniva percepito perché la velocità impediva di fermarsi a cogliere la bellezza dei dettagli, adesso che possiamo alzare il piede dell’acceleratore, c’è un mondo che finalmente può mostrarsi in tuti i suoi colori, come un pavone che apre la sua coda, appunto. Quanto basta per ricordarci, forse, che ogni età racconta bellezza. Ciò che conta è essere capaci di coglierla.
Infine, riguardo alla terza, in questo tramonto d’autunno opterei per “Abbi ora pietà per il mio corpo stanco”, perché contiene de temi a me cari: l’inadeguatezza e il senso delle esistenze mai esperite. La vera ragione della mia scelta, però, sta forse nel fatto che l’ho cominciata a scrivere 37 anni fa e non sono ancora del tutto sicuro che questa sarà la forma definitiva che avrà quando chiuderò gli occhi. La poesia, in fondo, è come la vita: a volte chiede di cambiare aspetto quando non ce l’aspettiamo più.
Massimo Cecchini è nato a Teramo nel 1961. Si è laureato in Lettere Moderne a Firenze, curando negli anni successivi una serie di bibliografie di storia medievale e storia dell’arte presso le maggiori biblioteche fiorentine. Divenuto giornalista, ha lavorato per La Nazione, Il Centro e l’Ansa prima di fare a lungo l’inviato in tutto il mondo per La Gazzetta dello Sport, collaborando anche per radio, tv e periodici stranieri. Attualmente collabora con Il Messaggero, il sito Cronache Letterarie e la newsletter Scomodi Contrasti. È docente di giornalismo e scrittura presso le università Luiss e Marconi. È autore del romanzo Il Bambino (Neri Pozza, 2022), candidato l’anno successivo al Premio Strega e finalista al Premio Cesari. Ha vinto il Premio Teramo per un racconto inedito. Ha scritto una biografia su Muhammad Ali (Diarkos, 2020). È curatore di una nuova collana di narrativa edita da Diarkos (gruppo Rusconi). È autore della raccolta di poesie Anni in testacoda (Fallone Editore, 2025).