
Per la rubrica Il salotto dell’altro mondo incontriamo Andrea Leone, poeta, critico letterario e direttore della collana Il Leone Alato, che con noi ha pubblicato Ludwig (collana Il Drago Verde, 2022, prefazione di Tiziana Cera Rosco), opera che allude al poema sinfonico, pur oltrepassandolo, per immagini e costruzioni sintattiche; un poema nel quale “la sommossa linguistica sta nella sequenza anacoretica che non conosce pause e che, senza dimenticare la storicità del linguaggio, si ricompone nello spazio di una lingua sacrale e determinante e nel ritmo serrato e anaforico che impone la potenza del melos contro il logos”
Cos’è per te la letteratura?
La letteratura è per me l’eccezionalità dell’infanzia scritta a caratteri cubitali.
Qual è il tuo rapporto con la scrittura?
Estrema concentrazione. L’atto fisico della scrittura è comunque per me rarissimo ed è soltanto l’apice di un lungo processo mentale o meglio di una lunga musica mentale…
Tre libri che hanno segnato il tuo percorso?
Woyzeck di Georg Buchner, Lenz di Georg Buchner, Illuminazioni di Arthur Rimbaud.
Cosa rappresenta Ludwig per te?
Tendo a vedere tutto ciò che ho scritto come un unico libro, quindi, diciamo che Ludwig rappresenta una parte di quell’unico libro…
Tre poesie da Ludwig particolarmente significative per te?

1.
La stanza azzurra della mia testa-
Gli infiniti
Gli inflessibili
Incidenti delle mie menti-
La galleria di specchi dei miei cervelli-
L’autore drammatico che mi ha creato-
Il mattino che allestisco
In tutto il libro violentissimo-
Tu sei la pura
Partitura che mi esegue,
tu sei esattamente
la lente delle spietatezze,
tu sei l’implacabile
sole di sangue nelle stanze,
tu sei il delitto che dirigo,
tu sei il pericolo che indico.
Tu mio altro
Tu mio inaspettato
Attentato matematico.
Mio creato dal crollo.
Mio contemporaneo del canto.
Mio coetaneo dell’entusiasmo.
Tu mi stai accanto
Nello schianto umano,
tu totalmente sorprendente
detti le regole della legge,
tu incessantemente
sei le mie idee segrete
vertiginose di perfezione,
tu sei la febbre,
tu stai per vedere,
tu sei veramente
totalmente vivente,
tu hai scelto di essere
un dio nelle epoche.
Tu il miracolo
che un giorno mi ha edificato,
tu il prodigio
che da solo si è costruito.
2.
Tu la lingua straniera, la seconda natura, la patria tragica, l’enciclopedia del sangue, lo stile della mente. Tu lo splendido, di secolo in secolo, allestimento all’inferno. Tu il corpo pulsante, il ritmo potente, il racconto ignoto. Tu parlato dal linguaggio originario. Tu il flusso, l’istinto, il lusso, fino al punto più alto, lo splendido dispendio, il raziocinio divino, il tempo senza inferno, la guarigione dalla gigantesca ustione.
Il fango è trasformato in canto, il collasso è trasformato in un concerto, l’assalto è trasformato nel romanzo. L’innamoramento è il beato tremendo allo specchio. Il linguaggio è il teatro, le frasi sono gli attori, le ore sono le scene, il metro è il palcoscenico. Sento di me stesso la voce immobile, realizzo il libro vivo, redigo la trama suprema, forza ininterrotta incido la fortuna che non muta. Il cervello elettrico, la spietatezza geometrica, la fatica magnifica che mi edifica, il trauma a forma di testa sono il sublime spavento, il ferro del momento.
Ora che sono visto,
ora che intuisco
l’idea che ha di me il dio.
3.
Adesso, nel martello del cervello, io sono i corpi legali, i massacri creati, gli assalti innati, i drammi matematici calcolati, le armi raggianti, gli istanti, i soldati, disfatti tutti i romanzi, disfatti tutti i contagi. Adesso, nel martello del cervello, io sono la leggenda del linguaggio, l’infinito edificio vivo costruito, il mondo quando è creato, l’esecuzione capitale delle scene, l’adolescente diamante battente, la piazzaforte di partiture, l’aquila della regola, la fredda forza e festa, l’aritmetica frenetica, tutte le fortune della salute e chi distrugge. Adesso, nel martello del cervello, io sono l’epoca che dimentica, l’epoca che annienta, l’intera algebra ebbra, la durata spietata, la meta massacrata da un’algebra esatta, l’allarme dell’arte, l’allarme dell’istante, le beate età della strage, le pagine della mia immagine, le algebre salve, i fortunati giornali ritrovati, il luminoso dio sismico che ospito, il ciclo preciso che ascolto, di colpo il corso dove conosco il capolavoro. Adesso, nel martello del cervello, io sono i nuclei energetici tellurici, gli specchi enciclopedici, i sorprendenti musei genetici, l’opera d’arte dominante, le caste innate illuminate, le patrie penetrate, le vette e le veglie, i felici e feroci ferri e fiori, il sisma di scene, gli assalti esaltanti, gli attacchi incessanti degli entusiasmi, gli epicentri dei corpi, gli alfabeti perpetui, gli alfabeti perfetti, gli splendidi incidenti. Adesso, nel martello del cervello, io sono gli animali degli annali, i diari drammatici, gli infiniti felici, i palcoscenici dei secoli, chi ho intuìto prestissimo, chi ho scritto sin dall’inizio, una febbre di feste concrete, una febbre di regole perfette, una febbre nel celebre cielo di idee dell’essere, le mie scene segrete, le mie prime enciclopedie degli incendi, l’estasi di esempi, tutti gli spaventi adolescenti, e gli Dèi che hanno amato ancora una volta.
Andrea Leone (Milano) ha scritto L’Ordine (2006, Premio San Pellegrino opera prima), uscito nella collana Niebo diretta da Milo De Angelis, Il suicidio di Holly Parker (2008), Lezioni di crudeltà (2010), La sposa barocca (2010), Scena della violenza (2013), Kleist (2014), Hohenstaufen (2016, Premio Internazionale di Letteratura Città di Como), Ludwig (2022).