Il salotto dell’altro mondo – Incontro con Giuliano Maroccini

Il salotto dell'altro mondo

 

Per la rubrica Il salotto dell’altro mondo incontriamo Giuliano Maroccini, poeta e performer, che ha esordito con noi nella collana Il Leone Alato, inaugurandola, con Camera d’aria (2018, prefazione di Andrea Leone) e che è ora in corso di pubblicazione con la sua nuova silloge Le cose elementari

 

Cos’è per te la letteratura?

Una bianca ferita.

 

Qual è il tuo rapporto con la scrittura?

Necessità, rapimento, a volte vorticoso, a volte sbilenco, a volte non so.

 

Tre libri che hanno segnato il tuo percorso?

Pinocchio di Carlo Collodi, Teorema di Pasolini, Diceria dell’Untore di Bufalino.

 

 

Cosa rappresenta Camera d’aria per te?

Il battesimo in fonte romanica.

 

 

Tre poesie da Camera d’aria particolarmente significative per te?

Pensami a piedi scalzi…

Per i vicoli di questa città troppo bianca…

Aspetta, l’odore dei malleoli…

 

 

 

 

 

Giuliano Maroccini (1988), pugliese di nascita, ma con ramo paterno di Urbino, è poeta, insegnante di lettere, curatore d’arte, artista a sua volta. Ha pubblicato scritti accademici e divulgativi sulla letteratura e le arti visive, curato rubriche e pubblicazioni sul tema. Ha frequentato la Scuola Pound, piccola accademia di alta formazione poetica. Ha pubblicato le sillogi Camera d’aria (Fallone, 2017),  Creatura Composita (Anima Mundi, 2023) e in corso di pubblicazione Le cose elementari (Fallone). Altri versi sono usciti su la Repubblica e su riviste e almanacchi. Alcune sue liriche fanno parte de I cieli della preistoria – antologia della nuovissima poesia pugliese, curata da Antonio Bux (Marco Saya, 2022).

Ha scelto la poesia non come rifugio elitario, ma come dialogo: con le terre che lo hanno visto crescere e lo hanno abitato, con le comunità, con le vite che attraversa (anche quelle segnate da sofferenza), con le donne. Verso Sud, ehi fu festival, ne è stato il gesto concreto. E nelle sue parole, nella sua cura delle cose semplici, c’è un invito: a riscoprire il quotidiano — nella sua bellezza, nella sua fragilità — come materia di poesia, come territorio da abitare con attenzione.

 

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