
Per la rubrica Il salotto dell’altro mondo incontriamo Antonio Tammaro, che ha esordito con noi nel Novembre del 2024 con Via da questa arsura, prefato da Isabella Bignozzi, ed è ora in corso di pubblicazione con Discroste; un poeta solido e maturo, legato alla sacralità della terra e del sangue e al riconoscimento di ciò che esiste nelle fessure delle cose, di ciò che resiste alla frantumazione del reale
Cos’è per te la letteratura?
La letteratura è per me un territorio di metamorfosi, un non luogo dove la realtà non si limita ad essere semplicemente elaborata nella scrittura, ma viene filtrata attraverso una sensibilità che accetta di esporsi al rischio della frattura, dell’eccesso, dello smarrimento. È una voce che reclama, sbriciola e imbastisce, un’arte di abbandono e di ritorno, di ricerca a volte ostinata di ciò che precede anche la parola che poi diventa mezzo per liberare un senso che non si lascia mai pienamente afferrare. La letteratura non è equilibrio, ma oscillazione continua, una fisiologia dell’incertezza che, nella lacerazione, trova la sua unica condizione di verità. Scrivere non è creare un ordine ma accettare di essere attraversati dal disordine, aprire un passaggio per vedere cosa vive sotto, cosa resta e cosa rifiuta di morire. Letteratura è per me un respiro che attraversa e non appartiene, è un modo per abitare l’impermanenza senza esserne travolto. Perché nella parola anche la ferita trova il suo disegno e il silenzio cede un passo alla possibilità di un senso, anche mimino, anche momentaneo. Nel tempo costituisce una forma di resistenza, un modo per restituire densità alla materia, ai corpi, alle memorie, affinché non scivolino via nell’indifferenza; è tornare nei luoghi che ci hanno generati, lasciare che l’immaginazione li ricrei, li renda anche più veri proprio attraverso l’invenzione. La letteratura è anche una sorta di alchimia della percezione, il tentativo di trasformare l’opaco in trasparenza, non per trovarne chiarezza, ma per continuare a cercare, per tenere aperta la domanda, per dare suono alle fratture e una grammatica incostante alle nostre fragilità. In questo si rivela anche come atto di fedeltà, nella volontà di continuare a scrivere nel disfacimento, quando la parola si fa ardua e nella sua ostinazione accade davvero, come fosse una resistenza alla semplificazione, alla distrazione, alla velocità che divora tutto senza lasciare tracce. Scrivere significa rallentare, mettere a fuoco, scavare, accogliere il mondo nella sua complessità senza pretesa di soluzione, ma anche tentare di entrare nel mistero con le mani vuote e uscirne con un frammento di verità, piccolo, tremante, ma autentico. Rimane sempre un tentativo di decifrare e di abitare la complessità del mondo con un po’ più di coraggio: la parola può essere respiro, appiglio, visione e ferita, dove ogni emozione si interroga e ogni bellezza mostra un confine che va oltrepassato. Scrivere è entrare in quel confine, è gesto di cura verso ciò che dentro di noi chiede ascolto, un atto di resistenza contro il rumore che ci spegne, è un filo teso tra ciò che manca e ciò che resta, una forma di respiro alla deriva.
Qual è il tuo rapporto con la scrittura?
Come precedentemente espresso, la scrittura è per me prima di ogni cosa un luogo di attraversamento, un territorio liminale, in cui l’esperienza smette di essere corrente pura e tenta di raccogliersi in una forma necessaria ma sempre provvisoria. Non penso alla scrittura come ad un esercizio dell’io, quanto piuttosto ad una pratica di ascolto che fa della parola una via di conoscenza più che di rappresentazione. È un atto quasi rituale per accordare la mia voce con la vibrazione più segreta delle cose, che si mostra solo se si accetta di rimanere in bilico. La mia relazione con la scrittura è anche profondamente fisica, è un processo di immersione, un momento di respiro alterato, in cui la parola si aggancia per prossimità al nucleo emotivo che tenta di rivelare. Non c’è mai totale aderenza tra ciò che sento e ciò che riesco a dire e in questo scarto vibra per me la sostanza poetica. In questo il mio rapporto con la scrittura si configura come un andare e tornare: ci sono giorni in cui la lingua è una selva e graffia mentre continuo a cercare, a scavare, a capire la fine cruda di ogni parola; altri giorni invece scrivere è un gesto minore, quasi un dormiveglia, in cui le immagini salgono come brina sulle ossa e tutto ciò che tocco si trasforma in poesia e nel contempo, a volte, in rovina. Scrivere è passare su ciò che duole e che salva con la stessa misura che risucchia il vuoto: le parole diventano ritorno ed esilio, un tentativo di raccogliere i pezzi mentre tutto e niente mi inghiotte. Se continuo a farlo è perché nella scrittura intravedo una possibilità di luce, una fenditura, un tremore, una nuova soglia che mi eccede. Perché nella frattura qualcosa ancora respira e forse non sarò mai sazio di questo retroverso incontrollabile, che è l’unico luogo dove so cercare, perdere e ritrovare anche il delirio. E ogni volta mi salva, anche quando brucia. Spesso però la parola è una creatura che tenta di sfuggirmi, a volte materna a volte bestiale, e la inseguo sapendo che il distacco è necessario quanto l’incontro: mi lascia nudo, altre volte riesco a piegarla, a farla brillare nel punto preciso in cui il dolore sfuma nel piacere di andare cieco verso un seme che non so nominare, nell’atto di scovare l’ultimo senso prima che si dissolva.
Tre libri che hanno segnato il tuo percorso?
Dentro la vita di Angelo Ferrante (oltre ad avermi mostrato davvero cosa può davvero sostanziarsi nella poesia, ne ha acceso la mia necessità in quanto espressione che ambisce ad una visione completa e complessa della realtà, offrendosi come gesto rivelatore che ha spazzato via le mie esitazioni sul senso della poesia oggi. Mi ha spinto non certo per ambizione, ma per riscoperta dell’urgenza che la poesia può ancora veicolare).
Il Partigiano Johnny di Beppe Fenoglio (in questo caso l’ispirazione per il mio percorso poetico si sposta su una meditazione profonda sul linguaggio, nei temi che ridefiniscono il rapporto dell’io con la parola. L’ossessione per lo sperimentalismo di Fenoglio mi ha sempre fatto pensare che il vero canto nasce quando si è disposti a rompere le convenzioni linguistiche per avvicinarsi al senso nel modo più inedito possibile; ogni parola non è solo segno, ma una vera arma come atto si sopravvivenza, è come se il poeta dovesse cercare di dare corpo ad un’esperienza che eccede la parola.)
Domani nella Battaglia pensa a me di Javier Marìas (questo libro mi ha lasciato intendere come, per potersi lasciar attraversare dalla poesia, sia necessaria l’esitazione intellettuale, perché l’onestà poetica richiede di non affermare mai una verità definitiva, ma di sottoporsi ad un processo attraverso cui la verità viene raggiunta, pur rimanendo inconoscibile, accettando che l’inganno possa essere anche la nostra condizione naturale. Rappresenta la forma perfetta dell’inquietudine intellettuale.)
Cosa rappresenta Via da questa arsura per te?
Questa prima raccolta rappresenta per me un tentativo di restituire un respiro al mondo. Non nasce certo dall’ambizione di costruire, ma dal bisogno di dare una forma a ciò che dentro di me risultava urgente, intingendo la poesia nelle ferite mai chiuse, nelle domande, nei silenzi. Queste poesie sono per me mappe provvisorie, tentativi di orientarmi attraversando la sete che riguarda la presenza, il senso, il limite. Sono nate mentre imparavo a stare nella mia vulnerabilità, mentre scoprivo la ricchezza della fragilità. È una raccolta che non vuole insegnare nulla, ma restare accanto a chi legge quando serve solo non andarsene, senza spiegare in un tentativo di trasformare l’arsura in voce e la voce in una forma di possibile cura. Ho sempre percepito in me un’eccedenza, come sorgente intensa e indisciplinata e insieme mancanza radicale, lesione che ricorda ogni giorno ciò che non posso trattenere o che non posso essere del tutto. Forse questa raccolta nasce dall’incontro fra il troppo e il non abbastanza, tra il desiderio di dire e il timore di non avere voce. L’arsura è la condizione originaria del vivere, che costringe ognuno a cercare, a provare, a consumarci pur di arrivare ad un frammento di senso. In questo ho permesso alle parole di superarmi e di farmi tremare, trovando una mediazione autentica di appartenenza a me stesso. Questa raccolta vuole essere un tentativo di restituire al lettore uno sguardo non protetto, un percorso in cui ho lasciato che le urgenze trovassero una loro forma anche instabile e incompleta. Se qualcosa mi auguro che arrivi a chi legge è la sincerità di questo movimento e la condivisione di una non certezza capace di creare risonanze.
Tre poesie da Via da questa arsura particolarmente significative per te?
Alla vista sfinita dei campi…
Ecco, lo senti: il ritorno, il rumore della neve, l’inverno…
Se l’alba svenasse il tramonto
Antonio Tammaro è nato a Campobasso nel 1969 e vive a Sepino. Ha pubblicato una guida cartacea sugli scavi archeologici di Saepinum dal titolo Alla scoperta della città dissepolta e diversi testi divulgativi sulla storia locale. È stato vincitore per due volte del premio letterario Le streghe di Montecchio, ottenendo la pubblicazione di due racconti con la casa editrice Fefè. Inoltre, ha vinto diversi premi per poesia inedita, anche dialettale, e alcuni suoi testi sono presenti in antologie e riviste di poesia. Ha esordito nel 2024 per Fallone con l’opera poetica Via da questa arsura.