Il salotto dell’altro mondo – Incontro con Jacopo Mecca

Il salotto dell'altro mondo

Per la rubrica Il salotto dell’altro mondo incontriamo Jacopo Mecca, che ha esordito con noi nel 2021 nella collana Il Leone Alato con solchi, un esordio luminoso e pieno di promesse, di chi abita la poesia attraversando il mondo senza fare rumore; solchi è un’opera essenziale, minimalista ma non minimale, che tende alla sintesi di qualcosa che non si vede, se non attraverso un esercizio materiale: scavare nella terra, stare nella geometria del mondo, darsi una direzione, tracciare un solco proprio e identitario

 

Cos’è per te la letteratura?

Tra le tante risposte che potrei dare negli ultimi tempi, due sono quelle che sento più mie. La prima: la letteratura è una possibilità di credere ancora all’anacronismo, a un dialogo continuo e potenzialmente senza confini con voci e mondi lontani: passati, presenti, futuri, reali o immaginari. Berardinelli, in un piccolo libro intitolato Aforismi Anacronismi, ha parlato di anacronismo come un tempo necessario che «risponde a un dovere verso la cosa che si fa (per farla come merita) e un dovere verso se stessi». Insomma, è quel che più si avvicina a un rifugio dalle e nelle cose, dal e nel tempo. A proposito di cronorifugio, la seconda risposta ha a che fare proprio con un’immagine di Gospodinov dai contorni imprecisi: la letteratura è una balena senza peso.

 

Qual è il tuo rapporto con la scrittura?

Come diceva Borges, la scrittura è prima di tutto una forma di felicità minore rispetto alla felicità più alta che sta nella lettura. La scrittura infatti si compone sempre di «una mescolanza di oblio e ricordo di quanto abbiamo letto». La memoria è per me una fondamenta della scrittura, almeno quanto lo è un’altra: la pazienza. «Osa ancora credere alla pazienza e alla memoria» diceva Sereni; una memoria che è sempre par cœur, è sempre «amorosa» e mai casuale, come sosteneva Natalia Ginzburg, e che emerge raramente. Pazienza, memoria dunque, ma anche attenzione e distrazione nel mondo esterno; e poi ancora: caduta, inciampo, irregolarità, perché, come diceva Bordini, «le orme se sono irregolari, tanto meglio».

 

Tre libri che hanno segnato il tuo percorso?

È difficile per me sceglierne soltanto tre. Sono passati quasi cinque anni dalla pubblicazione di solchi e ci sono state molte letture. Dovendone segnalare solo tre dico: Tutte le poesie di Benedetti, per la tenace fedeltà alle cose dimesse; Nomi distanti di Anedda, per il dialogo continuo tra tradurre e riscrivere; Il Castello di Kafka; per la precisione delle incompiutezze.

 

 

 

Cosa rappresenta solchi per te?

solchi è la mia prima pubblicazione, rappresenta quindi prima di tutto l’ingresso in un campo, quello poetico. È stato ed è ancora oggi per me un tentativo minimo di dire, una direzione da poter tracciare, da poter abbandonare o da continuare a seguire. Per me ha a che fare con ciò che dicevo prima: pazienza e memoria; ma anche con famiglia, tradizione, cultura, società e tentativi di dialogo con esse.

 

 

 

 

 

 

Tre poesie da solchi particolarmente significative per te?

 

V

Se di là da questo muro qualcuno batte

oltre l’intercapedine vuota – venti centimetri appena

di ragne tese e nero – che separa due case

schiena contro schiena

e che amplifica il rumore nei tremori

dell’intonaco e dei mestoli appesi in cucina,

non è lì lo spazio minimo del male.

Ma più vicino. Lo senti? Si muove.

Spinge forse nel secchio dell’umido,

negli odori gonfi e molli

tra i nostri avanzi e altri sprechi

dove fermentano pasto dopo pasto

sul fondo di buste in plastica

le croste del formaggio e i vermi, o nei lembi

di un’idea infetta che frettolosi

per impulso o prudenza rigettiamo

per paura di noi stessi.

 

 

IX

Come in certi quadri sullo sfondo o agli angoli.

È lì che accadono per davvero le cose.

Lì la storia trascina la sua coda

caduta quasi come un ostacolo per uomini

distanti che non se ne accorgono e vanno

– così come quelli adolescenti

allegri che intravedi per strada

ora che è estate – vanno leggeri

dentro il paesaggio e appena dietro

le spalle dei santi. Volti sgranati

che vorrei provare a raggiungere

o forse riuscire a chiamare

anche solo per una volta fratelli.

Ma no, non è davvero così.

Lo so io e lo sai anche tu. Noi

non abbiamo un passato da testimoniare

solo frammenti di frammenti di altri.

 

 

solchi III

Ora prova tu. Sbaglia. Prova la presa sul manico: la mano forte ferma davanti, l’altra dietro mobile e libera sul contraccolpo. Non a parole, me lo hai insegnato a gesti, dal sudore, dal ruvido dei palmi. Così si traccia un solco: con posizione misurata e il primo colpo di zappa che a fil di spago taglia una direzione da seguire.

 

 

 

Jacopo Mecca è nato nel 1992 a Torino, dove vive. Sue poesie sono apparse su Atelier e Poetarum Silva. È presente nell’antologia Abitare la parola. Poeti nati negli anni Novanta (Ladolfi, 2019). solchi è la sua opera prima.

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