Per la rubrica Il salotto dell’altro mondo incontriamo Cristina Trinci, che nel 2022 ha pubblicato con noi Incompiuta Bellezza, un romanzo crudele, in senso etimologico, che affonda nella carne sanguinante e restituisce identità a ciò che non si può umanamente descrivere, con una prosa priva di erranze, di leziosità, che non cede mai alla deriva sentimentalista pur lasciando spazio alla commozione: Incompiuta Bellezza è la voce del torto che si fa umana per raccontarsi.
Cos’è per te la letteratura?
Per me la letteratura è un modo per stanare ciò che sta nelle profondità dell’animo umano, far emergere ciò che non può esser detto, visto e udito. Un mezzo, l’unico con cui ho familiarità fra i tanti che l’arte offre agli umani, per oltrepassare i confini del tempo, per connetterci realmente con i nostri simili e intavolare con loro un discorso fatto di pagine e pensiero. Quando la letteratura si fa alta, allora significa che ha l’ambizione non più soltanto di raccontare, ma di trasformare la realtà attraverso le coscienze dei lettori. Una trasformazione che non tende a un bene morale supremo, ma che piuttosto passa per un terremoto del sentire, che destabilizza per portare a nuovi inesplorati equilibri. Uno stesso libro, quindi, può lanciare frecce in mille diverse direzioni, e ogni lettore può intravedere uno o mille bersagli. Le combinazioni tra scritti e lettori sono infinite, e da qui nasce l’ebrezza della letteratura.
Qual è il tuo rapporto con la scrittura?
La scrittura non è solo specchio del nostro sentire e frutto di un’esperienza, diretta o mediata che sia; la scrittura ci scava, ci leviga, a volte ci umilia. Non sempre le parole nascono spontanee, a volte si nascondono in sotterranei misteriosi, a volte ci sfuggono quando ci sembra di averle catturate. In questa foresta libera di significanti e significati, l’abbinamento perfetto accade di rado, e quello che sento ogni volta che si forma quella coppia simbiotica è la stessa che si prova quando un enigma indecifrabile appare finalmente limpido: ogni cosa torna al suo posto. È indifferente che rappresenti un sentimento negativo o positivo, che si tratti di azione descritta in un susseguirsi di scene o di un languido paesaggio inerme di fronte all’indagine delle parole: in ogni caso, la sensazione prevalente in chi scrive sarà il sollievo, l’aver espulso da sé quel magma indistinto che all’improvviso beneficia di luce e ordine. È sacro l’atto di scrivere per chi di questo vive.
Tre libri che hanno segnato il tuo percorso?
Dostoevskij nel suo I Demoni mi ha insegnato l’ardore per la politica, e come si possa trasformarlo in testo narrativo, ma anche in tensione inestinguibile verso il resoconto di uno spirito del tempo, che non si estingue quando l’epoca si conclude. Le sue opere mi hanno lasciato molto in termini di definizione dei personaggi: nessuna descrizione è efficace quanto il pensiero che li attraversa, le convinzioni, gli scopi contingenti o l’intima morale.
WORKS di Vitaliano Trevisan mi ha indicato la strada per la narrazione aderente al vero, così aderente da suscitare scandalo e vergogna: un uomo messo così a nudo, senza pudore, nei suoi pensieri più intimi e inaccettabili sulla società, dove anche amici e parenti prossimi vengono derisi e umiliati rivelando semplicemente la verità, è forse il miglior erede per quei romanzi di inizio Novecento in Italia che hanno segnato i primi colpi di piccozza alla morale borghese, per esempio Pirandello con il suo continuo disvelamento dell’ipocrisia. E così Trevisan ci impedisce di conservare la “facciata del quieto vivere” e la scardina, da ogni punto di vista. Bene e male sono qui sovrapposti e indistinguibili.
Shantaram di Gregory David Roberts è stata una rivelazione: l’uomo occidentale (scrittore, criminale, latitante) approda con occhi vergini in India e, dal basso di uno slum di Bombay, ci porta nel mondo altro che si apre a lui e, di conseguenza, a noi, senza darci il tempo di confrontare una dimensione con l’altra, in un’immersione profonda nella cultura e nella società indiana, così distante da questo nostro modo di pensare, eppure così ricca di illuminanti strade di umanità, anche dove la crudeltà sembra non avere fine. Non è una storia di redenzione, non è un reportage di viaggio, è piuttosto il resoconto di un’incredibile vita vissuta, elaborata attraverso il filtro del suo autore-protagonista, che riesce a stringere l’inquadratura dove non avremmo mai posato lo sguardo, e a rimanere sempre, nonostante tutto, concentrato sul significato autentico dell’essere al mondo.
So che tre vuol dire tre, e che il quarto non è concesso, ma non posso non citare La guerra delle parole di Nichita Stânescu, la raccolta poetica che, insieme a De André, ha aperto le strade della consapevolezza nella ricerca della mia identità; un processo mai concluso, in cui questi due padri putativi del mio pensiero mi accompagnano fedelmente.
Cosa rappresenta Incompiuta Bellezza per te?
È un romanzo che mi ha permesso di affrontare temi per me fondamentali, come esperienza di vita, in certi casi, e come timore o speranza in altri. Qui c’è il tema della maternità, declinata in molteplici aspetti (gravidanza indesiderata, aborto, desiderio, abnegazione, rinuncia, fuga, perdono, possibilità), ma anche il tema della follia omicida, della passione corrisposta e non, dell’amore violento, dell’amicizia, della crescita personale. Ci sono anche le trasformazioni sociali che hanno attraversato il nostro Paese negli ultimi ottant’anni, filtrati dall’esperienza dei protagonisti. Per me scriverlo ha voluto dire aprirmi alla possibilità di una narrazione di riflessione, seppur sorretta da una trama precisa, e mettere alla prova la mia capacità di affrontare i grandi temi dell’esistenza. Una grande ambizione, quindi, ma d’altronde siamo qua per sfidare continuamente i nostri limiti, no?
Un passaggio da Incompiuta Bellezza particolarmente significativo per te?
Poi d’improvviso il giorno si arrese. Tutto divenne blu. Un blu scurissimo, vischioso e avvolgente, che mi inghiottì. Ebbi l’impressione di ritrovarmi per la prima volta davvero solo in mezzo a tanta oscurità. Avevo voglia di pregare, di farmi perdonare da un’entità superiore, ma non sapevo credere in un dio, non ci riuscivo.
E allora in questa assenza totale del mio corpo e della mia coscienza, sentii una parte di me staccarsi, come se un affilato bisturi la recidesse e una silenziosa motosega dividesse le ossa. Era la mia mano. La mano sinistra del mio io mancino. La mano destra non stava immobile a guardarla: si affannava per bloccarla, riportarla all’origine della sua carne, darle di nuovo un ordine e un perché. Ma la mano sinistra non aveva nessun controllo innescato, non conosceva freni. Nervi, tendini, ossa e muscoli lavoravano ininterrottamente verso l’obiettivo.
Uno solo. Eppure lei mi aveva protetto e curato per migliaia di giorni. Forse in un tempo che non ricordavo mi aveva offerto abbracci infiniti, sorreggendomi, sempre attaccato al suo seno. Per me, di certo, aveva fatto rinunce. E queste rinunce vivevano nel suo sguardo, nelle labbra trattenute, appena girate all’interno della bocca, nelle guance risucchiate fra le arcate dentarie. Come a non dire. Ma io vedevo. E la sofferenza ha occhi attenti a tutto.
Cristina Trinci (Empoli, 1979), laureata in Scienze della Comunicazione, dal 2007 lavora nelle amministrazioni comunali e dal 2017 è impegnata nella promozione alla lettura e nell’organizzazione di eventi e progetti culturali per la Biblioteca comunale di Montelupo Fiorentino.
Si è occupata del complesso mediceo dell’Ambrogiana, nel territorio di Montelupo Fiorentino, curando insieme al regista Sirio Zabberoni il videodocumentario sulla storia della villa, dalle sue origini fino alla dismissione dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario, avvenuta nel 2017 dopo 130 anni di funzione manicomiale criminale.
Dal 1994 al 2004 ha seguito corsi di dizione e recitazione con la regista e attrice Maria Simona Peruzzi e con gli attori Marco Natalucci e Dimitri Frosali. Dal 2005 insieme alla cantautrice Chiara Riondino ha messo in scena reading teatrali dedicati al mondo della letteratura e della canzone d’autore.
Nel 2013 pubblica il suo primo romanzo, Quello che resta, per i tipi di Del Bucchia.