
Per la rubrica Il salotto dell’altro mondo incontriamo Angelo Airò Farulla, che ha pubblicato con noi L’aldilà del mare (Il Drago Verde, 2023), un poema in prosa, compatto, ermetico e intransitabile, al punto da potersi definire quasi un’opera alchemica, trasmutativa, dove esseri umani, tecnologie, modalità postmoderne e specie ittiche mutate geneticamente combattono tra loro nella fatiscenza di un mondo disorganico.
Cos’è per te la letteratura?
È una specie di rapina. Un atto in qualche modo violento, fondativo, che assorbe quasi sempre la parte più nera, romantica ed esasperata della mia persona. (Sto parlando di cosa è la letteratura per me nel senso di ciò che scrivo.) Detto questo, bisognerebbe provare a considerare quel salto incommensurabile che va dagli intenti ai risultati. In realtà le intenzioni sono forse le uniche cose che contano, dal momento che restano occulte, immanifeste, protettrici silenziose dell’assoluto. Allora la letteratura è forse solo una caduta, un’ombra.
Nella forma, per me, tenderebbe naturalmente al bello e al sublime, e sarebbe allora bellezza come strage, un cercar di rubare alla vita qualcosa che la vita non potrà mai dare, per poi buttarlo al vento, per gettarlo come fiori sulla sepoltura d’un martire. Spesso è un cantare la morte a ripetizione, come nel melodramma, sera dopo sera. Quindi un girare attorno all’essenza in maniera artificiale, mai diretta. Faccio un po’ di resistenza. Scrivere è per me un modo di vegliare, una strana forma di attenzione distratta. L’abbandono è sempre frenato, anche quando emergono concetti o formulazioni che non riesco del tutto a comprendere. Ma in questi casi mi tiro indietro, perché so che lì si trova il senso di quello che faccio, quando mi accorgo che ciò che scrivo non sembra venire da me.
Per quanto riguarda invece la letteratura che leggo: ricerco nelle opere degli altri un qualcosa di estremamente elementare che mi riveli o mi faccia riscoprire una possibile lettura del mondo, e insieme a questo una specie di nostalgia, un incanto, un sortilegio, qualcosa che mi consoli sovrapponendosi alla mia esperienza, un accordo, un’unione mistica, una conferma e nello stesso tempo una correzione di quel che penso e che faccio, una convergenza in verticale. Ciò che scrivo e che leggo sono come lati di una stessa piramide dalla base irregolare.
Qual è il tuo rapporto con la scrittura?
La scrittura per me è una pratica, più che un veicolo di espressione. Spesso un modo per interrogare le massime esperienze dell’esistente (la morte, il libero arbitrio, l’invadenza del paesaggio, il silenzio di Dio, la costituzione non umana dell’umanità, il peccato originale e le sue conseguenze, le pressioni dell’illimitato, la prossimità dell’identità personale) e portare all’estremo il ragionamento fin quasi a polverizzarlo. Da un altro lato si tratta a volte di un puro fatto letterario, ovvero di un rapporto (anche di riscrittura latente) con testi del passato. Per quanto io ci stia attento, l’espressione è comunque inevitabile, e trova sempre mille vie per entrare; è una specie di demonio che porta con sé la vergogna, il pentimento, a tratti anche l’esaltazione. La scrittura vorrebbe darsi allora come croce e confessionale, ma la menzogna e la verità mi si presentano come facce della stessa medaglia, egualmente effimere. In fin dei conti si tratta di perpetrare errori irrimediabili e segnarli sulla carta a nostra memoria. La scrittura ha così a che fare direttamente con il senso del peccato. Ecco chi ero e cosa ho fatto della mia vita. A cosa mi sono voluto ridurre. Io sono quello che voi eravate, voi sarete quello che io fui. Noi questo siamo (o sembriamo essere). Suppongo sia la condanna che abbiamo ereditato nel passaggio dall’oralità alla forma scritta, quando abbiamo cominciato a dar forma compiuta ai testi. Ma potrei anche sbagliarmi…
Tre libri che hanno segnato il tuo percorso?
Nel rispondere a questa domanda mi lascio guidare dal rimpianto per un tempo della mia vita che non tornerà, e da ciò che più di recente è riuscito a toccare la mia coscienza. Cito quindi, andando a ritroso, i dettati medianici del Cerchio Firenze 77, “L’esperienza interiore” di Bataille, le poesie di Velimir Chlebnikov.
Cosa rappresenta L’aldilà del mare per te?
Come Serse che fece frustare l’Ellesponto, ho voluto anch’io prendere, o pretendere, qualcosa dal mare, bussare a questa immensa porta orizzontale, stesa come una pietra tombale, a questa superficie di illusioni e riflessi che mi sta dinnanzi, a questo fondo del cielo; andare a chiedere qualcosa alla fine dell’orizzonte. Per certi versi è stata una preghiera positiva di annientamento, quasi una promessa.
Ma “L’aldilà del mare” è, sopra ogni altra cosa, suggestione delle ipotesi.
Tre passi da L’aldilà del mare particolarmente significativi per te?
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oppure i Vendozoi erano scomparsi con l’improvvisa apparizione / dei nuovi predatori cambriani, / dai quali non potevano difendersi, / come dall’Anomalocaris, un crostaceo volante, spinoso e / scaglioso, lungo quasi un metro, con gli occhi grandissimi; / o come dalla più piccola Opabinia regalis, con cinque occhi sulla / testa e una proboscide chelata; / e allora di fronte all’invasione di questi nuovi esseri, / mobili e veloci, dotati di arti e di bocca, / creature mitologiche create dalla nuova tecnica, / esseri divisi per la prima volta dal mondo, che determinarono / nell’ambiente l’esistenza di prede – categoria fino ad allora / sconosciuta; / mostri, animali che iniziarono a cibarsi d’altri animali, / che avevano morso il frutto dell’albero della conoscenza / instaurando il maligno impero della carnofagia; / di fronte a loro gli ediacarani, / che erano privi di bocca, di visceri, di occhi e di tessuto nervoso, / che erano creature cieche e immobili, forse anche prive di / percezione, precedenti lo stato di consapevolezza e quindi / precedenti la caduta, / non avevano difese / e forse si spostarono in acque più profonde, continuando a nutrirsi / della luce del sole, / o producendo essi stessi, come soli viventi, l’energia luminosa / della quale avean bisogno per continuare ad essere esseri / fotosintetici, / illuminando l’ultimo mare del Proterozoico / delle loro bioluminescenze //
[…]
e alla fine in tanti si rifugiarono sulle montagne nell’interno / dell’isola, / risalirono verso i resti degli antichi paesi medievali già uguagliati / al suolo dai saraceni, / verso le cime dell’antica Tirrenide già insediate dalle civiltà / subappenniniche, / sulle quali altri uomini s’eran ritirati nel passato, per fuggire agli / assalti dei pirati etruschi, focesi, greci o fenici, / per allontanarsi allora dai popoli del mare, / per fuggire ora il più lontano possibile dal mare, / ma il mare si vedeva anche di lassù, lucente e ghiacciato come / una vena di quarzo che crepava la terraferma, / ed era come un assedio, un mostro che tramava contro la vita, / un veicolo di morte e infezione, / il mare era un destino al quale non ci si poteva sottrarre, / e sopra quel mare calmo e stabile, stabilizzato, / i gabbiani gridavano al cielo e chiamavano l’acqua, / e la chiamavano come disperati, volando in alto e in basso, / con grida e giaculatorie, / ma l’acqua non veniva, perché le nuvole non c’erano, / e il cielo era una lastra di cristallo infiammato, / perché l’acqua non evaporava più dal mare, / e forse non c’era nemmen più, l’acqua, / come la conoscevamo prima, //
[…]
perché il male era nel mare, / il male era il mare, /
[…]
Angelo Airò Farulla è nato nel 1981 a Portoferraio, a metà via tra un teatro e un bordello. “Presenza reale”, il suo primo romanzo d’impostazione cattolico-gnostica, è stato proposto per il LXXVI Premio Strega da Sergio Givone. Tomaso Kemeny ha salutato con entusiasmo la sua seconda raccolta di versi, “Mia cattiva sfera”, pubblicata da Genesi nel giugno 2020, a cento anni esatti dalla poi sfumata data di uscita della quasi omonima, unica raccolta poetica di Julius Evola. Tra le sue pubblicazioni più recenti: “L’aldilà del mare”, poema (Fallone 2023), “Contro la morte. Medium e spiritiste italiane tra Ottocento e Novecento”, antologia biografica (Yume 2024), “Sacre Specie Animali”, romanzo (Nulla Die 2025). Nel tempo, Airò Farulla si è occupato di artisti e scrittori come Gino Gonni, Karl F. Boskowitz, Sergio Bertero, Lodovica San Guedoro, Nella Doria Cambon. Tra i pochissimi consensi ricevuti fino a oggi, l’autore ritiene che nessuno più di Mario Santagostini abbia definito meglio la sua poetica, inquadrandola nel solco di «una vena non solo palingenetica, ma proprio distruttiva. Che si serve delle parole essenzialmente per sfasciare e fracassare il mondo in cui vive, non per rappresentarlo». (cit. dalla prefazione a “L’aldilà del mare”)