
Per la rubrica Il salotto dell’altro mondo incontriamo Pasquale Lucio Losavio, che con noi ha pubblicato La marmorea apparenza residua (Il Leone Alato, 2019) e Della vita anteriore (Il fiore del deserto, 2025, con prefazione di Carla Saracino), un poeta dallo stile riconoscibile, legato ai temi della memoria, dell’infanzia perduta e della Bellezza
Cos’è per te la letteratura?
A volte la letteratura e, in modo speciale, la Poesia dicono la Verità, la Verità con la maiuscola cioè disvelante. Disvelano la condizione dell’uomo che è abitato dall’ospite inquietante del nichilismo, ma questo essere senza fondamento è sempre alla ricerca di una Patria. L’uomo si dibatte tra “spatriamento” e nostalgia, l’essere senza patria si accompagna sempre al sentire forte il dolore del ritorno verso un luogo sicuro, l’approdo sicuro. È in questa continua ricerca che consiste la Civiltà e anche la Poesia, l’uomo è consapevole della inanità del suo sforzo, l’uomo ha paura perché si sente sull’orlo di un abisso, è così crea le sue tecniche di rassicuramento. La Poesia dice la Verità della condizione umana sospesa tra la consapevolezza di aver perduto ogni fondamento e la nostalgia della Patria perduta. Se l’inconscio è strutturato come un linguaggio (Lacan), il linguaggio dell’inconscio emerge nel linguaggio della Poesia dove il significante è più rilevante del significato. In questo senso la Poesia dice la verità del nostro desiderio.
Qual è il tuo rapporto con la scrittura?
Chi scrive è un uomo che si vergogna, che si vergogna di se stesso, che si vergogna di esistere e la scrittura è la prova della sua inettitudine. La scrittura è sempre errore, l’arte è sempre errore perché nasce dal senso di mancanza, dalla vergogna di sentirsi manchevoli. La scrittura è l’apoteosi della finitezza.
Tre libri che hanno segnato il tuo percorso?
Ti posso citare tre autori importanti per la mia formazione. Pirandello di cui lessi tutto avidamente nei tre anni delle medie. Borges nella mia adolescenza specie L’Aleph. Nietzsche nella giovinezza e negli anni universitari.
Cosa rappresentano La marmorea apparenza residua e Della vita anteriore per te?
La marmorea apparenza residua è un esperimento, non so quanto riuscito, sulla parola e sulla poesia. Si tenta una metapoesia che ricerca la sacralità della parola, il suo valore sapienziale.
Della vita anteriore, il mio lavoro più corposo e impegnativo, è il tentativo di una autobiografia in versi che sfiora la psicanalisi in versi. Si compie un lavoro di anamnesi appunto si scava nella vita anteriore da cui tutto è scaturito. Tutto quello che accade doveva accadere era scritto nella vita anteriore e si compie inesorabile come un destino. Come nella reminiscenza platonica anche la vita è ricordo, è sedimentazione che porta all’evento che traccia il prima e il dopo.
Tre poesie da La marmorea apparenza residua e Della vita anteriore particolarmente significative per te?
Da La marmorea apparenza residua
La tentazione possente della parola
continua un discorso lontano
fluttuano i lemmi sopra le teste
rendendomi inaudito
al colloquio delle differenze.
La parola è altrove
nel segno ulteriore della distanza
da un luogo qualsiasi
del senso comune.
Quando la parola millimetrica
ti arride, è inutile spacciarla
fare che diventi modulo burocratico
o ancora economico commercio.
Allora la parola si cela
vuol essere salvaguardata, custodita
come l’amuleto iniziatico
al tempo ritrovato.
Insegnavo la filosofia a New York
avevo ordinato dei libri in inglese
davanti un deserto di mare
tornai indietro verso di te
e all’artista chiesi: “Dov’è l’umano?”
attendevo la risposta ad occhi aperti
allora telefonai al call center
per il permesso di lavoro
mi rispose una segretaria ma non era lei
dai compagni della sala giochi
a mano a mano arrivò un foglietto
con su scritto: “Quando piangiamo”.
Da Della vita anteriore
Degli occhiali seri ma moderni
dissi all’ottico
ma non avevo in mente quelli che comprai
mi davano l’aspetto di un medico
quelli della pubblicità dei dentifrici
con il camice candido
gli occhiali non mi servono tanto per vedere
quanto per accompagnare
i miei discorsi in pubblico
con il gesto teatrale di toglierli
e rimetterli
con il movimento coordinato
del braccio e della testa
lei vuole fare il professore
di filosofia
e non apre bocca
disse l’assistente di storia moderna
la Grande paura e gli Annales
mi rimanevano taciuti
nell’inciampo della memoria.
Non escludere mai la caduta
e le conseguenti risate
come il protofilosofo non sarai compreso
e la serva ti deriderà
perché hai la testa fra le nuvole
se darai più della misura
non sarai riconosciuto
e il detto del padre
“figlio né avanti né indietro ma sempre nel mezzo”
diventerà il prezzo della tua ambizione.
Chissà cosa sono in realtà
cosa sarei stato senza questa vita
se non avessi scritto quella lettera
e non l’avessi intrisa di profumo
le riviste stracciate e attaccate con lo scotch
gli abbracci evitati con te sulle ginocchia
le partite giocate senza mai una foto
e quegli slip a mare troppo piccoli
la pretesa di essere come gli altri
quando sei nato di marzo
le palline da tennis perse tra i tufi
i calzini spariti nelle scarpe
e l’ostilità tenace del tuo migliore amico
e le parole non dette che fanno male allo stomaco
e il Banco, i Pink Floyd e Guccini nel garage
le feste che non ballavi
e non giocavi a pallavolo per gli occhiali
la patente presa tardi perché non ti è mai servita
quel coraggio che ti manca sempre un po’
perché nessuno ti ha insegnato
una vita a cui manca sempre qualcosa
cosa sono in realtà l’ho saputo solo a tratti.

Pasquale Lucio Losavio è nato e vive a Massafra. È laureato in Filosofia. Ha pubblicato il volumetto Nihil per le edizioni di Kalliope, Della visione e dell’ombra per Lupo Editore, Il vuoto bianco e Nell’imperfezione sincera dei tuoi occhi (Premio Pound 2015) per LietoColle Libri.