
Per la rubrica Il salotto dell’altro mondo incontriamo Marco Maraldi, che con noi ha pubblicato Assalti (con prefazione di Lorenzo Chiuchiù, collana Il Drago Verde, 2025), un poema ascrivibile alla poesia metafisica, in cui non vi sono “né fato né disgrazia, [qui] il finire coincide con il disvelamento del senso del destino o con la scoperta del suo nulla. […] L’impressione è che non esista un soggetto empirico – un io, una biografia, una esistenza. Esiste solo un soggetto assoluto che tratta l’esistenza e il mondo come forme sacrificate perché ascendano al loro silenzio”
Cos’è per te la letteratura?
Una scuola che insegna a tacere, ma questo accade solo con i grandi: non sanno dirmi ciò che io voglio. L’insegnamento è sconcertante: dichiarare una proprietà legittima significa perderla.
Qual è il tuo rapporto con la scrittura?
Una purificazione attraverso la sofferenza coincidente con un’espropriazione. Accade che una cesura separi l’atto di parola da ciò che viene enunciato sulla pagina. La parola poetica non la compone, ne esaspera il dissidio: una forza al tempo stesso originaria e ricapitolativa in cui fermentano in una compossibilità provvisoria uno stato di perfezione (ciò che deve essere) e ciò che è e deve essere (un destino dell’essere si è compiuto). Il dovere si incarna, si effettua e possiede. Fa quello che deve e ciò che fa deve prodursi. Da qui la ripugnanza dello scrivere in prima persona, dato che i pensieri non appaiono più come propri.
Tre libri che hanno segnato il tuo percorso?
Tralascio i poeti, in quanto le forme del discorso poetico rendono difficile distinguere i novatori che hanno attinto alle fonti più alte – dominii che costringono l’uomo a pensieri incontrollati – da coloro che manifestano soltanto un’emotiva insofferenza nei confronti del comune consenso. Evocare, non imporre. Non vagare nelle nebbie del senso disfatto, come avviene per molte scritture, etichette ermetiche che stregano l’orecchio, stordendolo, senza nulla donare al pensiero. Quanti segmenti disarticolati di verità da cui derivano forti suggestioni scambiate per verità, ma non conoscenze sicure? Intendo dire che avere coscienza della verità non coincide con la presenza della verità. Il discernimento è un dono difficile e raro. Talvolta il tempo porta chiarezza, ma può accadere che esso opprima i più puri splendori. Mi limito perciò a tre magisteri indubitabili: tutta l’opera di padre Giovanni Pozzi, per la feroce fedeltà al singolo vocabolo; il memorabile volume Le parler angélique di Michel De Certeau, per il rigore analitico produttore di stili; infine, i seminari danteschi di Maurizio Malaguti confluiti in Metafisica del volto: filosofia e teologia sono dette “altissime” a patto che restino fedeli alla poesia, rendendo in questo modo sgradevole ogni tentativo di ermeneutica irresponsabile.
Cosa rappresenta Assalti per te?
Mi attengo a ciò che accade in quei testi: un fare a pezzi e a frammenti, incessantemente opposto a far uno. Detriti di corpi e voci costellano questo cammino. L’unità delle costellazioni è un effetto di distanza, un’illusione generata dalla separazione: la parola deve essere franta dalla legge che essa è chiamata a condurre. I frammenti mettono in rilievo un corpo assente globalmente, ma già parzialmente lì, in quelle parti toccate da un altro che rendono presente ciò che, del corpo, è già per l’altro, dato a lui. Il comando è orientato allora verso la follia di essere un vaso spezzato, smembrato, disarticolato. Attraverso pezzi alterati, frammenti induttori, già si mostra quanto è promesso e non sarà senza morte.
Tre poesie da Assalti particolarmente significative per te?
1.
È tutto scritto dal cilicio delle palpebre alla gola.
È difficile sai
custodire la spina
della buonanotte.
Le palpebre sono tutte scritte
nel rovescio.
Nel semprenotte
non-pensieri schiumano
aghi di luce.
Ripetono che il sangue
non è mai stato tuo.
X.4. Ultima alleanza
Nel capogiro dei presagi l’adultera ha detto: «Voglio mostrarti qualcosa della mia potenza. Non è mai stato facile parlarti, non sono mai fioriti i sentieri dei tormenti. Ma sei solo e hai le vene in forza. Te lo rivelo: non c’è nebbia che appena scritta non dia chiarezza. Fissa la mia vertigine. Te lo rivelo: la sillaba è in rivolta contro di te».
XI.
Sei solo un’eco della divinazione. Non essere riconsegnato alla volgarità di avere un nome. Nessuno in te all’infuori di me – i fiori della grazia sono brace in bocca. Hanno cieli negli occhi e chiodo notturno. Tu rinasci nel senzanome. Dormi adesso, dormi – le parole sono piene di punte.
Marco Maraldi (Mirano, 1995) è laureato in Filologia Moderna. Ha esordito nel 2021 con la silloge Prima della luce (Kolibris). Suoi inediti sono apparsi su Atelier, Margutte, Barbarico Yawp, Inverso, Poesia ultracontemporanea, Poeti Oggi, Bottega di poesia curata da Maurizio Cucchi su la Repubblica. Nel 2023 ha pubblicato uno studio sul Memoriale di Angela da Foligno in Rivista di letteratura religiosa italiana, diretta da Renzo Rabboni, Claudio Griggio e Elisabetta Selmi.