Su Free Zone Magazine Vincenzo Petronelli scrive de Il tema del lupo di Giancarmine Fiume
Giancarmine Fiume è una figura particolarmente interessante nel panorama poetico italiano contemporaneo: intellettuale poliedrico, nella sua poesia convivono e si suggellano diversi interessi, che oltre alla poesia stessa, abbracciano la filosofia, le arti in generale e la musica, accompagnati da una marcata tendenza alla sperimentazione, il che gli ha consente di ampliare il raggio della sua riflessione, facendosi portatore di una weltanschauung poetica originale ed incisiva.
Lombardo, nato a Cantù nel 1979, si è laureato in Filosofia, abbracciando una brillante carriera musicale, per poi approfondire la ricerca poetica, nella quale è visibile l’influenza della sua attività di musicista, in particolare per la continua ricerca del ritmo, anche nei componimenti di impostazione prosastica: del resto, lo strumento prediletto dal poeta, il basso, è un elemento fondamentale nella creazione della ritmica musicale.
Il risultato è un impasto stilistico accattivante e convincente, in cui la tensione lirica, si traduce in un linguaggio che scardina il paradigma ontologico – poetico convenzionale.
Fiume si colloca pertanto, tra le voci innovative della nostra poesia, alla ricerca di una costruzione poetica “attuale”, in linea anche con i suggerimenti delle esperienze internazionali, senza dimenticare evidentemente, i “fondamentali” della riflessione poetica, ma liberando la produzione nostrana dai cascami ingombranti di certa tradizione (elegiaca da un lato, intellettualistica dall’altro) che troppo spesso l’ha infarcita in passato.
Non a caso, l’esordio poetico di Fiume data 2020, all’età di quarantuno anni, denotando un atteggiamento tipico di chi si prefigge l’obiettivo di una vera e pura ricerca poetica slegata dai clichés, che evidentemente è andata definendosi nella sua fisionomia, con la fase della maturità intellettuale ed esistenziale.
La sua prima pubblicazione, dall’originalissimo titolo di ¡u!, si è imposta subito all’attenzione della critica per la sua capacità di utilizzare il tema dell’amore e dell’eros in senso più ampio, come commistione corporea, fisica, da un lato e dall’altro come aspirazione metafisica: un orizzonte filosofico, quest’ultimo, che seduce Fiume, affacciandosi spesso ai suoi versi.
Nel 2022 segue Reliquiario Carnale, opera della consacrazione, dove l’eros e il dolore fisico vengono analizzati con una lingua densa e materica, che anche in questo caso funge da lente di ingrandimento del cosmo, in un viaggio che è fisico, tra Lombardia e Sicilia (terra fisica e radice del poeta) ma anche fra esperienza sensibile e pulsioni profonde, in un tragitto ispirato alle teorie dello gnosticismo, altro versante filosofico che tanta importanza ha assunto nella formazione di Fiume.
Per i tipi dell’editore Fallone (per i quali era già uscita la precedente silloge) ha visto la luce, nel 2025, nella collana Il drago verde, curata da Michelangelo Zizzi, Il tema del lupo, opera della piena maturità stilistica del poeta, che dalle atmosfere più rarefatte dei suoi esordi – per quanto riverbero di un’ottica più ampia – passa ad abbracciare una dimensione che potremmo definire cosmogonica.
Come accade sempre di fronte alla grande poesia, Il tema del lupo si snoda come un itinerario di epistemologia poetica, un attraversamento che richiede al lettore di abbandonare le certezze dei paesaggi espressivi più consueti e convenzionali della poesia, per immergersi in una densità testuale senza sconti.
La formazione musicale dell’autore è presente già nella scelta del titolo, che riecheggia quello di un brano strumentale presente nell’album Poco prima dell’aurora di Ivano Fossati e Oscar Prudente del 1973, pezzo che non a caso, unisce una forte componente introspettiva ad uno spiccato elemento ritmico che sembra indurre al viaggio, all’approfondimento al di là del moto ondoso superficiale della vita, il che riflette esattamente l’intento dell’opera di Fiume.
Notiamo anche altri punti di riferimento culturali che compaiono come citazioni o rimandi, nei testi introduttivi alle singole sezioni di cui si compone la silloge o nei componimenti stessi, come l’esperienza sperimentale dell’antropologia teatrale del complesso scandinavo dell’Odin Teatret, con la sua tradizione del Teatro dell’impossibile e il vangelo gnostico di Filippo.
Si tratta motivi di ispirazione che ben si incastrano con questa traiettoria alla ricerca delle concrezioni profonde dell’esperienza umana, in equilibrio fra Dio e l’eterno femminino di goethiana memoria (una forza spirituale ideale, divina e salvifica, incarnata nel femminile, che si pone come principio di mediazione tra l’umano e il divino) fra la natura e i desideri profondi dell’umano, fra trascendente e fiabesco.
Tensioni binarie ben rappresentate in due poesie, non a caso poste a distanza ravvicinata nella sezione intitolata Spazi aperti; “Ovunque ti vedo in sovraimpressione/ nel mio cristallino strinare/dal lungo cercare/matrice cutanea sulla punta/ di un balbettio che scandisce il tuo nome/rappreso nelle mie corde vocali/tra le Prealpi e seni ogivali/mentre nell’acquasantiera/delle tue mani congiunte il sole/glissando scende come un martire”; ed a seguire: “Da qui mi sovrastano pensieri/di avvenire e sepoltura/di vite mancate mentre un motore/a due tempi singhiozza/la mia diagnosi di pace”.
L’elemento determinante dal punto di vista stilistico, è la scelta di affidarsi alla forma del prosimetro, costituito dall’alternanza di brani in prosa e componimenti in versi, in questo caso prevalentemente brevi, quindi incisivi: scelta slegata da qualsivoglia vezzo classicista, ma al contrario, funzionale alle necessità strutturali dell’opera, concepita come vero e proprio poema, imperniato sull’idea della scoperta della natura più profonda della conoscenza.
L’intreccio che compone la raccolta, è in realtà un impianto unitario, nel quale le varie parti in cui risulta strutturata, equivalgono a diverse stanze che seguono l’evoluzione dell’itinerario poetico e gnoseologico propostoci dal poeta. La parte in prosa funge da “terraferma”, dove l’autore accumula i detriti, i lacerti frantumati della realtà: una sorta di inventario della sua scomposizione (fabbriche, paesaggi, residui dell’infanzia o di un amore) soglia critica che guida il poeta ad addentrarsi nel suo percorso cognitivo, nella consapevolezza dell’illusorietà della realtà apparente, convenzionale.
La narrazione prosastica, per quanto destrutturante, nel suo prendere atto dello stato del mondo circostante il poeta, sembra comunque fotografare una condizione statica, quasi di quiete, per la sua natura analitica, descrittiva, che ha bisogno di aggrapparsi ai suoi schemi; è nel verso che la poesia di Fiume evidenzia maggiormente l’intento smascheratore, l’inquietudine, che fisiologicamente regge la sua poesia.
Nel verso, la poesia di Giancarmine agisce come un solvente che scioglie completamente la realtà nella sfera del simbolico, trascendendo l’esperienza biografica in un simbolo universale. È un movimento che ricorda la respirazione: l’inspirazione della prosa (accumulo di dati e ricordi) e l’espirazione del verso (liberazione e astrazione).
Una dimostrazione di quest’andamento appare subito all’inizio della silloge, partendo dalla bellissima combinazione del proemio e del primo componimento in versi, Videoclip: un flashback della memoria dal taglio cinematografico, ad esaltare la visionarietà dell’autore. Dal Proemio: “C’era un tavolino di cristallo e acciaio inox con sopra un centrino a macchina inamidato con colla di pesce……. Mio padre, barba e pudore, mi aiuta a montare i binari del trenino della Lima“; da Videoclip: “Febbraio , venti anni fa./Carrellata lenta in avanti,/verso cerchio bianco su sfondo blu notte/inquadratura di scena:/manifesto parco giochi abbandonato/con rumore di fondo del vanto”
In questo quadro, la figura del lupo, centrale e polisemica, è la chiave di volta di tutto l’impianto. Non va inteso in senso favolistico o puramente naturale, bensì come un’entità filosofica: rappresenta la “fame” ontologica dell’uomo contemporaneo. È l’animale che si muove ai margini della civiltà, colui che vede ciò che noi abbiamo dimenticato di guardare.
Nelle pagine della raccolta, il lupo diventa il testimone di una saturazione affettiva: siamo così pieni di stimoli, ricordi e presenze che finiamo per non sentire più nulla. Il lupo, con il suo istinto primordiale, è l’unico capace di scovare la traccia di sacro che ancora sopravvive sotto la crosta del cemento e del disincanto: il mondo visibile è un velo, una “caduta”, sembra volerci dire Fiume, probabilmente anche sulla scorta del suo interesse per la spiritualità gnostica.
L’eros, in questa prospettiva, non è mai consolatorio. È invece una forza violenta, una tensione verso l’unione con un “femminile perenne”: una conoscenza che si raggiunge solo attraverso il corpo, ma che punta oltre il corpo stesso. Le figure femminili che popolano il libro sono ombre luminose, guide che conducono il poeta (e il lupo) verso una comprensione più profonda della sofferenza e della gioia.
Infine, non si può prescindere dalla qualità musicale del verso di Fiume, dalle sue modulazioni ritmiche; non siamo di fronte ad una ricerca della musicalità in senso classico, cioè rivolto alla melodia del verso, quanto alla vibrazione ritmica tipica del basso.
Le poesie di Fiume infatti, sono attraversate da una “frequenza grave”, fatta di suoni duri, allitterazioni e un lessico che prende in prestito termini dalla geometria e dalla biologia: una mescola che crea una tensione costante, che sfocia in una parola acuminata, fatta per ferire la superficie delle cose e rivelarne l’interno.
Una poesia, quella di Giancarmine Fiume, che rivela i suoi strumenti di riflessione analitica profonda, passando attraverso una lettura che sia però anche vissuta e fruita fisicamente, sensorialmente, come un’onda sonora che colpisce il petto.