Lunedì 25 Maggio 2026 – Il sentimento dei luoghi di Carla Saracino e Vito Teti su Glicine

Vito Teti Carla Saracino il sentimento dei luoghi

Un libro scritto a quattro mani che è un dialogo fra due prospettive distinte e affini di una medesima questione: il sentimento dei luoghi. Un omaggio ai luoghi dell’abbandono e della resistenza, quei luoghi “che continuano a vivere anche quando non c’è più nessuno ad abitarli”.

Fallone Editore dà alle stampe Il sentimento dei luoghi, un agile saggio che ospita due scritti firmati dall’antropologo Vito Teti e dalla poetessa Carla Saracino. Nelle pagine del volume i due autori riflettono sulle luci e le ombre, sulle bellezze e le rovine di un mondo, allo stesso tempo soprano e sottano, tracciando con le rispettive sensibilità la geografia fisica e interiore delle comunità e dei luoghi. Un loro nuovo senso.

L’emigrazione e la nostalgia

Avvocato difensore dei luoghi, per dirla con Wim Wenders citato in esergo, Vito Teti racconta il vivere verticale di chi abita nei paesi che affrontano lo spopolamento, una vita che si sviluppa nel proprio corpo e in quello degli antenati. Di chi è morto e di chi è partito. Centrale è il tema della emigrazione, con la inevitabile scissione interiore che ne deriva. Lutto collettivo, per chi parte e per chi resta, l’emigrazione è una frattura insanabile, un punto di non ritorno.

Aspetto verso cui verte la dissertazione di Teti è la nostalgia, malattia da cui non si guarisce, tema già approfondito con maggiori spazi in altri lavori, su tutti il saggio intitolato, appunto, Nostalgia, uscito per Marietti nel 2020. “Sentimento della lontananza e della separazione” che accomuna chi parte e chi resta, la nostalgia è “un sentimento da cui non si guarisce”, ché chi parte e ritorna non potrà che essere percepito come estraneo da chi è rimasto e sentirsi, perciò, inevitabilmente estraneo in quella che dovrebbe e potrebbe ancora essere la sua piccola patria.

Non si torna indietro una volta che ci si è messi in viaggio. Se si torna, tutto è cambiato: le cose, le persone, i rapporti. Chi torna è cambiato. Niente è più come prima. […] Chi torna è destinato alla delusione. Non si torna più al punto di partenza.”

Lo spopolamento

Nelle pagine del suo contributo dal titolo Partire, tornare, restare nel tempo del “dove siamo”, Vito Teti non tralascia l’argomento della restanza, concetto da non mitizzare e folclorizzare, e dello spopolamento dei paesi interni, quelli che “annaspano tra vita e morte”, dove la scomparsa di un anziano abitante coincide quasi mai con una nuova nascita – tendenza, più accentuata nelle aree interne, che prosegue da decenni in una Italia sempre più vecchia e con il tasso di natalità nazionale oggi sceso a 1,14 figli per donna, abbondantemente sotto la metà rispetto al 2,7 del boom degli anni sessanta, culmine di quello che gli studiosi chiamano “il periodo d’oro della famiglia” – ma quasi sempre con la chiusura di una casa, con l’abbandono di un vicolo che non verranno più ripopolati. Perlomeno da esseri umani, ché la Natura – e questa affiora come una speranza da considerare – presto riconquisterà il suo posto:

“[…] il paesaggio e i paesi non sono mai vuoti: hanno altri abitanti, altri suoni o silenzi, macerie e rovine che parlano ed esigono memoria”.

Luoghi in attesa di un bagliore

“D’inverno le litoranee vivono un’esistenza particolare. Non la vita estiva dei giorni accerchiati, sottomessi, affollati, ma la lunga e distesa maturità della durata, che appassisce nel cuore degli istanti, sgranati come pietre da una collana di antica appartenenza.”

Dà il via così Carla Saracino al suo testo titolato La grazia e l’oscurità. Con afflato poetico, la poetessa pugliese parla della vita diversa dei paesi del litorale jonico tarantino, la “metamorfosi dei luoghi abbandonati”, pur in maniera temporanea. Descrivendo la costa pugliese, tuttavia senza riferimenti geografici circoscritti e limitanti, Saracino definisce la condizione comune a ogni paese rivierasco del Sud, fuori dal tempo, inattuale e pertanto sempre attuale.

Alberghi serrati sulle cui finestre batte lo scirocco, attività chiuse per l’inverno, le case sfitte, scarti d’estate lasciati a macerare sui lungomari. Vento, luci contrarie, vuoti e silenzi, buio in attesa di un bagliore prossimo:

“Ogni cosa sulle litoranee è preveggenza di un’altra. Ogni cosa nasce per far nascere; rivela per far rivelare. Le litoranee sono una vigilia eterna”.

Paesaggi dimessi, quiescenti, ma non vuoti, luoghi con un potenziale su cui riflettere e lavorare, luoghi a cui restare fedeli, la fedeltà che “è nell’essere, nell’essere stati, nell’essere incondizionatamente”.

Guardando all’altra sponda della Jonio, verso la madrepatria greca, Carla Saracino si lascia accompagnare dalle parole di alcuni poeti greci, nei cui versi il topos del mare è più che presente: “il suo sovrastare è il sovrastare del poeta”. Poeti e “sensitivi dei luoghi” come Kostas Kariotakis, Nikitas Randos, Kikì Dimulà. A loro e a sé, “per un onere della sorte”, Carla Saracino affida il compito di cantare i luoghi e tenerli vivi.

Antonio Pagliuso

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