Martedì 26 Maggio 2026 – Eliodoro di Mario Fresa su Resistenze Quotidiane

Su Resistenze Quotidiane Daniela Cortese scrive di Eliodoro, il primo romanzo di Mario Fresa.

Eliodoro, nel romanzo di Mario Fresa collisione e deflagrazione di generi

Sempre sospeso tra satira e dramma, autobiografia e antibiografia, il testo si configura come un autentico “romanzo-gioco” la cui potenza espressiva risiede non solo nella somma delle sue singole parti, ma nella stessa, intrinseca dialettica incessante che le anima e che le stringe insieme, finalmente rivelando una coerenza acuta e matematicamente organizzata, al di là della perenne frammentazione del racconto (e dei racconti)

“Eliodoro”, romanzo di Mario Fresa (Fallone editore, collana Gli Specchi Mercuriali), è un’opera autoascultativa, polimorfa, neodada, che offre al lettore una scatenata gamma di performances formali ed espressive di acuminata intelligenza creativa: una inquieta, intanto, surrealtà drammaticogiocosa; un trasformismo febbrile; un ossessivo citazionismo;  e un inesausto, elusorio sminuzzamento di canovacci e di sentieri narrativi.

Sempre sospeso tra satira e dramma, autobiografia e antibiografia, il testo si configura come un autentico “romanzo-gioco” la cui potenza espressiva risiede non solo nella somma delle sue singole parti, ma nella stessa, intrinseca dialettica incessante che le anima e che le stringe insieme, finalmente rivelando una coerenza acuta e matematicamente organizzata, al di là della perenne frammentazione del racconto (e dei racconti).

La copertina del romanzo e l’autore Mario Fresa

Il gioco ininterrotto, insieme anarchico e simmetrico, di questo strano romanzo poetico non è costruito solo, semplicemente, sulla presenza di una perturbante, copiosa giustapposizione di voci: esso vuole essere, invece, una deliberata collisione e deflagrazione di generi, di lingue, di stili e di prospettive che riflette la disorientata frantumazione dei saperi del nostro tempo. I cento (meta)linguaggi del romanzo non sono, dunque, meri vezzi stilistici, ma strumenti di una disarticolazione e di un gonflage deformante, dove il linguaggio stesso diventa oggetto di indagine e di ri-creazione continua. Ciò si manifesta per il tramite di un caleidoscopio di registri – dal lirico al grottesco, dal saggistico al colloquiale – che si intersecano e si sovrappongono nel percorso del testo, creando un tessuto linguistico fluidamente mutevole e stratificato.

Il tracciato narrativo è incuneato in un labirinto curioso, sempre moltiplicato in centinaia di “schegge mobili” e di “pannelli” che non offrono un lineare percorso predefinito, ma richiedono una vigile tendenza  all’investigazione e alla risoluzione degli enigmatici tranelli continuamente tesi dallo scrittore.

Chi legge, dunque, non è chiamato a essere un fruitore passivo, ma piuttosto un accorto assemblatore di senso, ed è sfidato e risfidato a ricomporre le coordinate di un dedalo volutamente ostico e sfuggente. In  tale vivacissima casa degli specchi, la narrazione riflette infine su sé stessa, mettendo sempre in discussione i limiti e i confini tra finzione e verità, tra autore e personaggio, tra sogno e ricordo, e trasformando la lettura in un atto di co-creazione.

La trama e la struttura formale non convenzionale di “Eliodoro” (si vedano anche le gustose note che sono poste in appendice) vanno oltre i semplici catalizzatori di un incidente automobilistico (un omicidio ?) o di una serie di sparizioni misteriose. Questi eventi fungono da innesco per una confessione, continuata e infinibile, del protagonista Eliodoro sul lettino del suo diabolico terapeuta: un dispositivo narrativo che permette un’esplorazione liberamente, e selvaggiamente associativa del subconscio, della memoria e dei traumi vissuti o immaginati.

La dicotomia, giocata nelle trame e nell’ essenza filosofica del testo, tra postmoderno e antimoderno non è un’etichetta, ma la chiave per comprendere la tensione intrinseca dell’opera: postmoderna nella sua deliberata propensione all’alterità parodica e nella sua stessa inesausta messa in discussione delle grandi narrazioni, ma antimoderna nella sua potenziale critica all’alienazione materialistica contemporanea, nel suo dialogo (anche se sovversivo) con la tradizione, o nella sua ricerca di una edenica, irricucibile autenticità perduta.

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