
Per la rubrica Il salotto dell’altro mondo, incontriamo Andrea Donaera, autore complesso e poliedrico, che ha pubblicato con noi I vivi. Un tremore (Il Leone Alato, 2022), una plaquette in dialetto gallipolino con traduzione a fronte in italiano che ha come oggetto la morte: i morti entrano di notte, prendono alle spalle, sono in ogni dove e hanno voce ferma e parole esatte: esistono quanto i vivi. Un’opera compatta, nella quale rifulge la Bellezza di chi si ostina a non ritenere le cose morte, morte. Un doppio passo, dell’amare e dell’aver amato, del qui e ora e dell’altrove, che sono un unico luogo perfetto
Cos’è per te la letteratura?
Leggere libri mi piace molto, da tanto tempo. Come le altre attività che danno accesso a mondi secondari, che mi permettono di rendere la vita larga e di stare lontano dal mondo primario (senza alcuna gerarchia: i libri, i videogiochi, i prodotti audiovisivi, i dischi: le cose più importanti della mia esistenza succedono mentre faccio esperienza di quei prodotti).
Qual è il tuo rapporto con la scrittura?
Mi piace leggere libri e quindi ogni tanto mi piace provare a partecipare in prima persona a quel mondo lì, il mondo di quelli che provano a scrivere libri. Non è un’attività che faccio con chissà quale slancio o con chissà quale piacere, ma ogni tanto mi viene voglia di farla. Sicuramente non è un’attività viscerale, non sto lì col polso sulla fronte cercando ispirazioni e cose simili. A volte viene voglia di scrivere una faccenda, e provo farlo. A volte viene bene, a volte no. Ma non è una pratica importante o centrale nella mia vita.
Tre libri che hanno segnato il tuo percorso?
Le poesie di John Keats, a dodici anni, mi hanno fatto dire per la prima volta: “Anche io vorrei provare a fare qualcosa del genere”.
Il Signore degli Anelli, a tredici anni, mi ha fatto capire quanto fosse importante per me rifugiarmi nei mondi secondari per sfuggire all’insostenibile difficoltà di vivere nel mondo primario.
Bassotuba non c’è di Paolo Nori, a sedici anni, mi ha fatto dire per la seconda volta: “Anche io vorrei provare a fare qualcosa del genere”.
Cosa rappresenta I vivi. Un tremore per te?
È il primo e unico tentativo, finora, di scrivere in dialetto – il dialetto salentino di Gallipoli, cioè il dialetto in cui penso e sogno. Quando scrivo o parlo in italiano faccio un processo di traduzione simultanea, dal dialetto all’italiano. Quindi questo libro è piuttosto importante, per me: è come se fosse una delle poche cose “vere” che ho scritto.
Tre poesie da I vivi. Un tremore particolarmente significative per te?
Forse la poesia “X”, perché contiene un rimando a una poesia di Mario Luzi che per me è sempre stata piuttosto importante. Poi la poesia “VIII”, perché prova a dire una cosa difficile da ammettere. E infinte la poesia “I”, perché prova a condensare in un solo verso tutto quello che volevo dire nel libro.
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Andrea Donaera è nato nel 1989 nel Salento, dove vive attualmente. Ha pubblicato romanzi e libri di poesia.