Martedì 14 Luglio 2026 – Il sentimento dei luoghi di Carla Saracino e Vito Teti su via Lepsius

La grazia della scrittura (per Carla Saracino e Vito Teti)

di Antonio Devicienti. Via Lepsius

Il sentimento dei luoghi (Fallone Editore, Taranto 2026) di Carla Saracino e Vito Teti esprime al massimo livello l’idea che sottende la collana chiamata “I Labirinti Concentrici” e che vuole ospitare lavori che, di fatto, si trovano nel punto d’intersezione tra critica della letteratura, saggistica, raffinata scrittura letteraria – il libro, articolandosi in tre parti, sa essere un dialogo a due voci intorno a un tema che tocca in profondità la ricerca dei due autori: il titolo può infatti essere inteso come il sentimento che una persona avverte e nutre per determinati luoghi, ma, anche, come il sentimento che i luoghi stessi possiedono e promanano e che lo studio e la scrittura vanno a scoprire.

Il lavoro si apre con una breve Premessa a quattro mani per continuare con lo scritto di Vito Teti Partire, tornare, restare nel tempo del “dove siamo” e concludersi con quello di Carla Saracino La grazia e l’oscurità.

Questo è un libro importante per molteplici motivi: chiarisce (perché, forse, ce n’è ancora bisogno) che cosa s’intende per “restanza” liberandola dai luoghi comuni e dai malintesi che si sono accumulati intorno a quest’idea tetiana; parla del Sud senza nostalgie o sentimentalismi, ma dice di sentimenti che restituiscono al Sud la sua ragion d’essere e i suoi caratteri distintivi; costruendosi saldamente sulle risultanze delle ricerche antropologiche, storiche, sociali, sulle ragioni della poesia è un saggio poetico e una poesia saggistica, una scommessa giocata davanti a soglie e lungo corridoi (chi leggerà il libro capirà a che cosa mi riferisco) che separando uniscono e che attraversano vari àmbiti del sapere e del sentire, dello scrivere e del capire.

«Questo libro è un atto d’amore. Nasce da uno guardo. Gli occhi sono rivolti a Sud, in quella parte d’Italia che condivide un medesimo mare, lo Ionio. La Calabria e la Puglia si corrispondono nel desiderio di essere riconosciute come itinerari di apparizioni, spazi e tempi ininterrottamente tesi alla rivelazione. Benché appartenenti a tradizioni e a paesaggi molto stratificati e anche diversi, le due terre si possono leggere oltre un concetto, provvisorio ed esclusivo, di caratterizzazione geografica e riflettersi nella molteplice, complessa risposta sul senso dei luoghi» (Premessa, p. I)

Si comprende bene, allora, come l’eleganza e la raffinatezza di entrambe le scritture sappiano affrontare un tema molto complesso e insidioso senza cadere mai nella pedanteria o nel sentimentalismo e nemmeno nella banalità, dato che davvero tanto è stato scritto attorno al Sud, ma pochi libri hanno saputo restituire il sentimento di un territorio in cui simbolo e memoria s’intrecciano così saldamente.

E sì, perché un territorio non è soltanto la sua economia e la sua geografia antropica, ma un complesso intrecciarsi di relazioni e di stratificazioni e, dietro l’apparenza, un continuo mutare: per questo la “restanza” non è né nostalgia né velleitaria difesa della”tradizione” , non è l’avvitarsi attorno a una presupposta “identità”, ma è consapevolezza dei rapporti irrinunciabili tra il luogo e la sua storia e tra esso e il presente in cui è immerso; con la chiarezza che ne contraddistingue la scrittura (che è, ovviamente, chiarezza di visione e rigore di metodologie antropologiche, storiche, sociali applicate all’oggetto dello studio) Vito Teti racconta le dinamiche dell’andare via da un luogo e dell’eventuale ritorno, della speranza e della delusione, del ricordo e dell’assenza…

Le pagine dello studioso calabrese raccontano (insisto non a caso nell’usare questo verbo) tutti i suoi lavori in quanto ne esplicitano lo spirito e le direzioni, anche le implicazioni emotive poiché egli non lavora in modo freddo e distaccato, ma con il calore e l’entusiasmo di chi ama la propria ricerca, il che non inficia minimamente il rigore scientifico di quest’ultima. E, come sempre, interessante risulta anche il ricorso alla letteratura, ai poeti e agli scrittori (non solo agli storici e agli antropologi, agli economisti e ai sociologi) per dire dei luoghi e dei sentimenti che da essi promanano e che a essi conducono, confermando così la valenza doppia del titolo dell’intero libro.

Carla Saracino, poeta fin nel midollo, compone a sua volta pagine di grande bellezza stilistica e commoventi per la loro capacità di coinvolgere chi legge; iniziando da un tema a lei caro, cioè la fascia litoranea tra il lungomare di Taranto e Torre Colimena all’inizio del basso Salento considerata soprattutto nel periodo invernale, riflette sul sentimento che promana da luoghi (e da stanze, da corridoi, da terrazzi…) apparentemente vuoti, ma ricolmi, in realtà, della presenza dei morti cui siamo legati e dei ricordi di una vita – ma non si pensi a pagine funeree, ché è vero il contrario, in quanto in maniera direi profondamente greca e mediterranea i morti sono presenze positive e vitali: noi siamo anche i nostri morti ed essi respirano in noi.

E c’è il vento, c’è il mare, ci sono i suoni del dialetto, c’è la poesia dei poeti greci del Novecento perché, a ben riflettere, il sentimento dei luoghi è sì uno stato della mente e delle emozioni, è sì una condizione dell’intimo sentire di ognuno, ma rimarrebbe muto senza le parole per dirlo e si chiude in tal modo un cerchio che, aperto con le riflessioni sui luoghi e sul loro pensarsi ed essere pensati, sentirsi ed essere sentiti, trova nelle parole il suo ubi consistam.

Scrivere dei luoghi è scrivere anche di sé stessi affidandosi alla capacità della scrittura di vedere le stratificazioni del tempo e della memoria, di dare forma a tutto quello che, accumulandosi dentro di noi, rimane comunque informe (non caotico o confuso, ma ancora privo di forma), per cui la lettura è continuare a vedere e, a libro concluso, continuare a sentire i luoghi, anche quelli non ancora conosciuti.

 

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