Il salotto dell’altro mondo – Incontro con Diego Riccobene

Il salotto dell'altro mondo

Per la rubrica Il salotto dell’altro mondo incontriamo Diego Riccobene, autore raffinato per lessicografia, impianto culturale e struttura della scrittura, che con noi ha pubblicato nel 2023 Synagoga (collana Il Leone Alato), un’opera preziosa, un poemetto che attraversa l’esperienza della poesia epica, plasmando il linguaggio in forme di senso ulteriore e ricerca del sacro

 

Cos’è per te la letteratura?

Riguardo la letteratura, mi piace pensare a quanto dice Giorgio Manganelli: «Colui che lavora con oggetti letterari è coinvolto in una situazione di provocazione linguistica. Irretito, irrigato, immerso in una trama di orbite verbali, sollecitato da una segnali, formule, invocazioni […] Avvolto nelle spire, nella sfera del suo linguaggio, non solo lo scrittore non è contemporaneo agli eventi che sono riusciti a procurarsi una cronologia non incompatibile con la sua biografia; ma nemmeno è contemporaneo con gli scrittori coi quali convive» (da La letteratura come menzogna).

Guardo quindi a una dimensione non perturbabile dalle categorie diacroniche e sincroniche, incapace io stesso definire l’immanenza, del presente in particolare, poiché mi è difficile concepire la distanza cronologica, irrisoria, che ci separa dai classici, o dal tardo-antico. Riesco invece a ben vedere l’abisso che mi separa dal sentire contemporaneo. Il fruitore d’oggidì percepisce tutto ciò che è stato prima del 1890 come alieno, pur capendone il necessario cursus honorum a fini di studio e di costruzione di un substrato; non di meno, ritengo sia la minima e meno capillare mansione di un codice, il quale richiede, viceversa, di essere srotolato, concepito e adempiuto nelle sue forme originariamente crittografate per giungere alla rivelazione, pur anche parziale. Il Novecento ha imposto il relativismo, e il laicismo: entrambi feccia, per chi si dedica all’arte.

La letteratura è quest’altro fatto, a mio modo di vedere: una ricerca mai esausta per ricomporre le tessere e ritrovare comunanza con qualcosa che si è perduto, con una forma sostanziata e connaturata che può essere coltivata solo praticando il rigore della disciplina sacra. Cercare, in ultima istanza, di ritrovare la dimensione a-temporale della scintilla, come fanno i canti di Enḫeduanna, o come le Lamine orifche. Perseguo l’ab-solutum della poesia.

Non vedo mezzi altri, non vedo significati collaterali – o ancor peggio, politici o sociali – se non l’affinamento del rigore e della volontà che abbisogniamo per compiere l’opera cui si è chiamati.

 

Qual è il tuo rapporto con la scrittura?

Il mio rapporto con la scrittura sintetizza citando le parole di uno dei miei favoriti: «I know it – And to know it is despair» (J. Keats – A Fanny). La delizia dell’arte può solo conoscere il contravveleno della croce da condurre, come d’altronde ogni percorso iniziatico richiede: la sofferenza, la morte, come condizioni necessarie per risalire a galla – e si sputa sangue, pure lì. Ogni lavoro degno di questo nome, nel segno della vera creazione, conosce la nigredo ancor prima delle fasi successive, la caduta ctonia ancor prima di pervenire al riconoscimento di un segno, di un sigillo, di un linguaggio. È necessario essere divorati, prima di nascere. Non credo, pertanto, a chi dice che la scrittura sia salvifica giacché la verità è semplice: siamo scelti; non v’è nulla di giusto o democratico in tutto questo.

 

Tre libri che hanno segnato il tuo percorso?

Difficilissimo compito, ma tento: gli Oracoli caldaici, le Chimere di Gérard de Nerval, il Faust. Ma sono già pentito di averne esclusi una miriade, dura lex.

 

Cosa rappresenta Synagoga per te?

Synagoga è un’opera molto importante nell’economia del mio percorso: è l’unica che nasce in seconda battuta, dopo averne riconsiderato la natura e il diramarsi. Essa fa parte ancora pienamente dalla mia putrefactio, tant’è che la definirei un corollario contenente formule eretiche, nate dall’acquisizione di codici, di rivelazioni che conducono a una necessaria palude “significativa”. È un libro pienamente selenico, d’elemento equoreo e gonfio come la materia che si solve, la cui cura compositiva e la cui brevitas sono attestazioni certosine di un lavoro mistico che si è compiuto sulle cesellature della sostanza, lumata da raggi obliqui e però spietati. D’altra parte, la forma è essa stessa contenuto: chi afferma altro, mente sapendo di mentire.

Synagoga è, infine, una presa di posizione soprattutto posturale, come accadeva durante i processi – cerimoniali – tenuti a corollario degli autodafé.

 

 

 

 

Tre poesie da Synagoga particolarmente significative per te?

 

III.

 

Oggi è la terza tenebra castigo

all’omissione in carne. Nell’asserto

di postume sue colpe, la primipara,

con gola redimita d’assafetida,

lenisce, fermo stomaco, il dolore

di spiriti intanfiti da ossiuriasi,

sempre che sia disposto un protocollo

a chi le quattro tempora ripudia

per negoziar lusinghe a Donna Abundia

in lunghe e liminali arcipreture

melopeanti a riva, il purgatorio

onde si fa ritorno, a fiato esausto.

 

 

 

IV.

 

Alla sua base un Serpente-che-non-teme-scongiuri

aveva fatto la sua tana

Ciclo di Gilgamesh

 

 

Attossica la Falce, la bicorne

nel proprio ingombro giallo tegumento

abrade in sirte, repe come forme

di un dolo ch’è scienza

 

non per conforto, Inanna, e inquina il vento:

il salice è sconcerto – la fiamma decadenza.

 

 

IX.

 

Un calpestio persiste il tuo dormire

– presta attenzione: questa increspatura,

l’opposto che disvuole dal peribolo,

è l’acquitrino dell’iniziazione,

 

la corda, i nodi, non l’almanaccato

proscioglimento; solo i timorati

ruffianano la coda del tetragono.

 

 

Diego Riccobene (Alba, 1981) vive e lavora in provincia di Cuneo. Laureato in Filologia moderna presso l’Università di Torino, è poeta, docente, musicista. I suoi studi spaziano dalla poesia manierista/barocca ai testi esoterici e iniziatici. Suoi scritti sono apparsi su antologie, webzine e testate. Ha contribuito alla realizzazione di Ciro di Pers, Di mia vita i neri stami a cura di Sonia Caporossi (2024) e ha curato Arrigo Boito, Re Orso e altre poesie (2025). Le sue pubblicazioni di poesia sono Ballate nere (2021), Synagoga (2023), Larvae (2023), Enchiridion (2026).

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