RECENSIONE – PAOLO PEDRAZZI, IN-SECTUM
(di Mario Marchisio)
L’analogia fra le imprese metamorfiche degli insetti e della psiche umana che impronta il nuovo lavoro di Paolo Pedrazzi, In-sectum – 12 poesie, Fallone 2026, viene incorniciata e in un certo senso corroborata da un incessante slancio immaginifico.

Ogni poesia è preceduta da un breve testo in prosa che introduce il discorso in versi. Nella sezione d’apertura (Larva: in-sofferenza) risulta fin da subito quasi palpabile la lotta mortale in atto: «Luna di sangue: la belladinotte / avvinta a quel segnale di pericolo / che si smarrisce in mezzo allo foschia, / digrigna le sue ardenti bocche contro / una falena sfinge». Nella prosa introduttiva a questa prima poesia leggiamo altresì: «L’ora è una libbra di carne sotto i denti, non si può dire se attrae o trascina».
Ma già nel testo successivo campeggia la titanica opposizione di chi rifiuta di sottomettersi a un meccanismo schiavizzante: «Non voglio la fasulla libertà / del baco tutto intento a divorare / […] senza avvedersi che la sua esistenza / è solamente un trito triturare». Ogni essere combatte con gli altri e con sé stesso, poiché – sia dotato o meno di sangue – è in realtà diviso, come divisi sono appunto gli in-secta.
Ritmo solenne, immagini che sembrano scolpite, un solido apparato retorico ben dissimulato sotto il velo di locuzioni colloquiali in funzione di controcanto; infine, l’uso calibrato dell’enjambement: questi i dati stilistici salienti di In-sectum, tutto in endecasillabi per lo più sciolti, cui si aggiungono i settenari in quinta e ottava posizione in ogni strofa dell’ultima poesia.
Nell’austera, drammatica, Stimmung, in cui si susseguono le prose e i versi di Pedrazzi (nulla di più lontano dai didascalici settecenteschi), ecco alternarsi oscure figurazioni psichiche e il caotico pulsare di ogni forma, da quella tripartita, umbratile e febbricitante degli insetti fino alla miracolosa avventura del silenzio che diventerà parola poetica. In-sectumè dunque altresì metafora della condizione umana e più precisamente simbolo di un’esperienza interiore condannata all’incompiutezza e tuttavia anelante alla pace assoluta che sola appartiene alla sfera dell’arte, dell’eros e del divino, là dove tempo ed eterno si congiungono.
Affrontando i monologhi visionari che compongono la seconda parte dell’opera (Chrysalis: in-vocazione), l’analogia appare soprattutto riferibile alla lotta senza quartiere che agita l’animo di ogni poeta, desiderosa di dar voce all’Indicibile, il quale lo sprona all’obbedienza da remote profondità: «esponi le tue viscere, lo scheletro, / effondi tutto il sangue, esci da te; / udrai vertebre e costole scricchiare, / […] le ossa sgretolarsi, andrai carponi / sulle ginocchia e infine sui tuoi gomiti». Anche la dialettica, o meglio la polarità che lega campagna e città, periferia e Centro, rinvia nei versi di In-sectum a quella fra l’ioe il mondo circostante, fra urgenza del dire poetico e necessità di sintonizzarsi con la sua scaturigine atemporale.
Nella terza parte del libro, Imago: in-canto, si tirano le fila della disseminazione analogica che precede e finalmente, messe le briglie all’io, la fonte occulta della Poesia elargirà i suoi prodigi: «hai fatto tutto questo non per vezzo, / non per un tuo disprezzo della vita / e neanche per amore della morte, / ma per attrarmi alla tua bellezza». Ormai la fabula sta per concludersi: la crisalide è diventata farfalla, così come il poeta sta per cogliere, come un bacio a fior di labbra, le parole giuste con cui spiccare il proprio volo.
Paolo Pedrazzi ci ha donato un’appassionata protologia iniziatica della Poesia, frutto di nozze mistiche fra il linguaggio e chi ne è posseduto. Sì, anche i poeti, come gli amanti di cui leggiamo nella dedica in epigrafe, sono «inadatti alla forma umana».
Mario Marchisio