
Per la rubrica Il salotto dell’altro mondo incontriamo Riccardo Fiore, autore d’eccellenza, che ha pubblicato con noi il primo e il secondo romanzo, voce del verbo essere (2021) e Un’antimateria (2024), entrambi caratterizzati da un utilizzo del linguaggio sontuoso e da uno stile imponente, infarciti di ironia pungente e sottile comicità
Cos’è per te la letteratura?
È un’affascinate menzogna. Annotazioni inattendibili, sebbene talvolta riescano a denudare brani di verità. Studiata, elegante messinscena che pittura la vita e le conferisce parvenze di senso altrimenti sfuggente. In altri termini, un raffinato strumento per sopravvivere. E anche uno sfogo per chi è in cerca d’interpretazioni, e di bellezza.
Qual è il tuo rapporto con la scrittura?
Per me è una vera e propria necessità, un impulso che scaturisce dai luoghi più profondi del mio essere. Nel momento in cui mi ci dedico, si tramuta in un piacere che coinvolge intelletto e sensi, quasi voluttuoso, senz’altro ossessivo, che dà dipendenza.
Tre libri che hanno segnato il tuo percorso?
Ulisse di Joyce, Morte a credito di Céline e Horcynus Orca di D’Arrigo.
Cosa rappresenta voce del verbo essere per te? E Un’antimateria?
voce del verbo essere, lo si può intendere come un romanzo di formazione, un possibile racconto di come le esperienze sbozzino l’individuo, gettato allo sbaraglio nel mondo; la storia di una sopravvivenza, accidentale, parodistica e perciò trionfale, contro tutto e tutti e l’illustrazione di un’evoluzione emotiva e narrativa. È il mio primo romanzo, al quale ho lavorato tre anni e tutta la vita. Al contrario ne Un’antimateria i protagonisti sono già ormeggiati in quella comodità che si può ricavare in virtù di piccoli e grandi compromessi, con se stessi, gli altri e tutto il resto. Si tratta d’un manuale di adattamento, un approccio ironico per accettare i propri limiti e farne motivi di gioia frugale. Molto verte intorno al tema della convivenza coniugale, la magia tutta materiale e prosaica che consente a due entità distinte di completarsi, quasi imprevedibilmente. È un romanzo che mi ha offerto la possibilità di esplorare ulteriormente le pieghe più sottili, in genere considerate trascurabili, della coscienza umana, di individui comunissimi e irripetibili, e di praticare, affinare vie espressive personali.
Un passaggio da voce del verbo essere e uno da Un’antimateria particolarmente significativi per te?
Da voce del verbo essere:
La signorina tutta impettita che suona il violino, ce l’ha nella custodia che porta in spalla, e con la mano sinistra regge un mazzo di rose rosse, cammina dritta dritta col suo cappottino tipo astrakan e il fermacapelli coi brillantini, ti pare di vederla inflessibile e crudele con l’archetto scorticarti a sangue il membro follemente eretto, gli occhi penetranti, infuocati, estasiati, la sinfonia perfetta per un concerto in cui ella è l’unica interprete e spettatrice, senza contare te, incauto, accondiscendente sottomesso, mero strumento sottoposto, tremula creatura sottostante, che infatti oltre l’offerta di te stesso non conti niente, lei è il principio, il centro e il termine d’ogni aspirazione, il fulcro di tutti gli intenti carnali, succosi, polputi, la splendida e terribile voragine che fagocita le membra, annienta la coscienza, soggioga la volontà, frantuma l’identità, solo tessuti di note da suonare, coltri di sfumature da pennellare, una posa, un gesto, un cenno, l’arte materiale che rifà la materia. Che cosa è lecito sperare di più, a cos’altro aspirare se non a essere nella soave morsa di una tale musa, oggetto e attenzione per un istante poetico di un potere assoluto e divino? Checché se ne dica, per quanto si parli di storia, progresso, libertà ed emancipazione, non v’è bestia che non sogni il padrone, schiavo che non cerchi il suo aguzzino, perché è letizia sfrenata ed eterna darsi senza limiti, porre il collo sul ceppo e tremare e sperare.
Da Un’antimateria:
[…] ricordandosi anche di quante avventatezze, vani slanci e ansie gratuite ha vissuto durante l’adolescenza, prende a considerare che i giovani, giovinetti e giovinastri, sono così stupidi perché non si raccapezzano del mondo né sanno intendere se stessi, poi crescendo, più o meno qualcosa in un senso e nell’altro la capiscono, s’ambientano, rinvengono nella pozza torbida del proprio io quel che serve a campare o viene a galla da solo, e i balordi che intuiscono d’essere stupidi, in cuor loro, talvolta l’ammettono, più di rado pubblicamente, la gran massa brancola, vaga e pagaia nell’illusione d’avere un ruolo e un perché, qualche campione si crede il dio dei fessi, i più intelligenti arrivano a scoprire che la stupidità non te la levi di dosso neanche a strigliarti con la liscivia di scienza ed esperienza, tantomeno col belletto del denaro e del successo, i saggi, ossia i perspicaci e gli onesti sul proprio conto, lo sanno da sempre fin nel midollo, Gilberta è persuasa, con un pizzico d’orgoglio e una generosa spolverata d’amarezza, d’appartenere alla penultima categoria e ignora, glissa o sottace che Nunzio è degno rappresentante dell’ultima…

Riccardo Fiore (Torino, 1969) vive a Mosca, dove insegna lingua italiana. Ha pubblicato per Fallone Editore voce del verbo essere (2021) e Un’antimateria (2024).