Il salotto dell’altro mondo – Incontro con Vincenzo Gambardella

Il salotto dell'altro mondo

Per la rubrica Il salotto dell’altro mondo incontriamo Vincenzo Gambardella, critico di alto livello e autore estremamente prolifico, che ha pubblicato con noi Prosimetro della consuetudine (Gli Specchi Mercuriali, 2023), una narrazione in cui l’autore si insinua nelle pieghe di destini che appaiono già definiti, nella scansione dei passaggi ordinari, delle strade abituali, incidendo con lama affilata la carne viva di chi ha saputo amare e delineando con precisione millimetrica lo spazio dell’aver amato

 

Cos’è per te la letteratura?

Coltivo il sogno di essere uno scrittore cristiano. È l’amore che mi fa scrivere, non mi sento mosso da un senso critico, né da una tecnica, e men che mai mi attira il successo. Ho capito questo: l’amore è critico. Pensate quello che volete. Non disprezzo la filologia, anzi, me ne occupo, la leggo, mi piace, la tengo in conto, mi convince, ma devo capire che c’è un seme d’amore in fondo, che spinge uno studioso o un narratore a inchiodare le sue parole al vento che scuote i fogli e li scompiglia verso un destino d’eternità, o, al contrario, di oblio. Quel seme è amplificato dalla vocazione alla parola. Parola che deve resistere, essere necessaria, ovverosia radicale, precisa. La letteratura è la valorizzazione di un significato profondo che ci riguarda. Possiamo dire che è un io di noi più grande, ma in forma espressiva e significativa, e perciò ha la forza di un evento, di un accadere che si rinnova ogni volta che nasce un lettore, ma è lì, presente, il lettore viene dopo. Anche se non c’è nessuno che legge, incide sulle nostre menti, arriva al cuore, al mondo, sconfina. La letteratura entra dappertutto, condiziona anche l’ignorante. Il fatto che ci sia un io permette a ognuno di riconoscersi. La tradizione raccoglie tutta l’umanità in cammino. Il cristiano la concepisce come verbo, come incarnazione. Il mistero è strabiliante, la parola che si fa umanità, non resta nel libro. Val la pena di viverla, ognuno come può.

 

Qual è il tuo rapporto con la scrittura?

Ho iniziato a scrivere per amore, preso dall’amore, e continuo a scrivere così. Il primo amore mi è rimasto. Il fatto che fosse il primo mi è rimasto. Voglio dire che quando scrivo mi sembra sempre la prima volta. Primo, nel senso dell’origine. Primo, vuol dire che è all’origine, rappresenta un’origine di me. Mi sento all’origine di me stesso quando scrivo, all’origine del mio sentimento, che è ogni volta nuovo, totale. La tecnica per me non esiste, non so cosa sia. Conta solo il sentirsi all’origine di tutto, di me stesso e del mondo che sto descrivendo, del mio amore calato nel mentre dell’esperienza, nel farsi dell’evento, della conoscenza, corpo naturale di scrittura, di senso. La scrittura, per me, è un fatto essenzialmente espressivo. Vedo l’opera che sto scrivendo in un’unica forma, o un’immagine, sta a me svilupparla, da quel punto che è un’intuizione. Per quanto mi riguarda, la scrittura non è un’ossessione, anche se ritorna sempre. Se ritorna a presentarsi è una compagnia, una grazia. Qualcosa che mi cerca e scocca in una sorpresa felice. Prima che io possa pensare, decide per me, sollevandomi dal lavoro, pur non risparmiandomi.

 

Tre libri che hanno segnato il tuo percorso?

Tre sono pochi, comunque: Il quinto evangelio di Mario Pomilio, Il porto di Toledo di Anna Maria Ortese, Casa d’altri di Silvio D’Arzo. Poi: tutto Gadda, tutto Testori, tutto Kafka, tutto Tolstoj, tutto Dostoevskij, tutto Faulkner, tutto Melville, tutto Bernhard, tutto Dante, tutto Leopardi.

 

Cosa rappresenta Prosimetro della consuetudine per te?

Sembrerà strano ma il testo nasce dalla mia esperienza personale, trasfigurata nel racconto dei due protagonisti. C’è un’idea di gratuità in Prosimetro, oltre alla prossimità che coglie i due personaggi, l’istante del sentirsi assieme, coinvolti. Bene si dice nella presentazione al libro, quando si parla di vicolo (“[…] un racconto franto fra prosa e versi che si ricompone nel vicolo di un incontro improbabile […]”), anche se io immaginavo la conoscenza dei due avvenire in una grande via dritta di Milano, dalle parti di piazza Piola, zona Città Studi. Ma le parole della presentazione propongono una suggestione che è nel libro. In effetti per me la letteratura è come una grande metropoli, con palazzi, strade, piazze, persone. Io ho costruito una piccola casa, come quelle che tratteggia lo scrittore Bruno Schulz, nei suoi visionari disegni, in cui gli uomini sono più grandi degli edifici, quasi che gli esseri umani si trovino a camminare in un plastico. La mia casa letteraria è bella, con uno scenario vario davanti, fatto di condivisione amorosa, mi sento di dire, rivelativa. Il personaggio del cieco si apre al suo interlocutore, gli permette di comprendere la vita che lui non conosce, in quanto l’io narrante è ansioso di sapere, perché si trova di fronte a un mistero, o intende la vita come mistero. Una volta avvicinato, il cieco racconta il suo amore per la madre, un vero e proprio fuoco che, pur essendo la donna morta, continua ad ardere, e illumina. Così va avanti Prosimetro della consuetudine, squarciando l’io contratto dell’io narrante. La consuetudine è la solitudine, che permette all’incontro di avvenire, in quanto vocazione, solitudine abitata da Dio. Da lì, la citazione iniziale al testo, che introduce e chiude il libro. Ringrazio l’Editore di avermi dato l’occasione di rileggermi e di riflettere. Fa sempre bene, consente di approfondire il discorso, di affrontare le parole e i personaggi messi in atto, la forma che ha preso l’opera. Nessuno lo sa ma Prosimetro è stato scritto nell’arco di almeno trent’anni, lasciato e poi ripreso, con una nuova idea, per la comparsa del personaggio del cieco, vero protagonista delle pagine.

 

Un passaggio da Prosimetro della consuetudine particolarmente significativo per te?

Io sentivo il grido di mia madre che mi svegliava – continuava a dire il cieco -, quindi accorrevo da lei; era come un belato il suo, e m’inquietava, mi metteva rabbia, pregavo e non sentivo la preghiera che dicevo, probabilmente non avevo voglia di pregare, le preghiere che dicevo erano disperate, c’era qualcosa di meccanico nel ripeterle, ma le dicevo lo stesso, però poi avvertivo una rabbia che mi faceva inveire contro Dio, e lo invocavo e lo bestemmiavo, sempre con la mia rabbia che mi cresceva dentro, senza limiti, così rabbioso che non serviva a niente pregare, e non potevo fare niente anche se lei m’invocava aiuto… Aiuto, aiuto, mi gridava, con la sua voce che era diventata un belato… Aiuto!… Quando si calmava io mi trascinavo il materasso dal mio letto fino al suo, e mi stendevo a dormire accanto a lei, pregando il Signore che non la facesse svegliare, che non la facesse gridare con quel suo belato agonizzante, e tuttavia ancora pieno di energia, un’energia che non riuscivo a spiegarmi, io che ero a pezzi, disunito dalla mia fatica terribile, dalla fatica terribile che i miei nervi e il mio amore subivano, perché io amavo mia madre, io capivo che l’amavo disperatamente, tutt’assieme, all’improvviso, in quel momento tragico che travolgeva la sua e la mia povera vita, che consisteva tutta nell’amore per lei, e che mi tormentava facendomi dire: se è possibile metti me al posto suo!… Che erano invocazioni a Gesù, anche se non ricevevo nessuna risposta, mai mi sono sentito così respinto, così annullato nel mio amore, che riconoscevo all’improvviso, nella sofferenza di mia madre.

 

Vincenzo Gambardella è nato a Napoli nel 1955, e attualmente vive a Milano. Suoi testi critici e racconti sono apparsi sulle riviste letterarie Nuovi Argomenti, il Racconto, clanDestino, tempOrali, Achab, Pangea, Formicaleone, il Maradagàl, Nazione Indiana, Italian Poetry Review, oltre che su alcune antologie di narratori italiani. Ha pubblicato i seguenti libri: “Seduto sulla tempesta” (romanzo), Marietti editore, 2006; “Il cappotto istriano” (romanzo), Marietti editore, 2008; “Vinicio sparafuoco detto Toccacielo” (romanzo), Ad Est dell’Equatore, 2014; “Celestino sospeso” (romanzo per ragazzi), Piccola Casa Editrice, 2015; “Splendore dei randagi” (romanzo), Ad Est dell’Equatore, 2016; “Scricchiolii” (racconti), Iemme edizioni, 2017; “Soffio placentare” (monologo teatrale), Edizioni Ensemble, 2017; “Spicchi di Calderòn” (testo teatrale), Edizioni Ensemble, 2018; “Come tutte le cose dell’universo” (romanzo), Ad Est dell’Equatore, 2018; “Chain Art” (radiodramma), Edizioni Ensemble, 2018; “Mi chiamo Ivan Muthiac e vengo di Sarajevo” (romanzo), Il Seme Bianco Editore, 2019; “Lo zio strampalatore” (romanzo per ragazzi), Edizioni Ensemble, 2019; “Las Meninas allo specchio” (saggio di storia dell’arte), Edizioni Ensemble, 2020; “Preghiera scritta sul corpo” (testo teatrale), Edizioni Ensemble, 2021; “Soluzione dei problemi del vento” (racconti), Ad Est dell’Equatore, 2021; “Onore a voi che credete” (romanzo), Nolica Edizioni, 2022; “Cristiani” (saggi di letteratura), Edizioni Ensemble, 2023; “Prosimetro della consuetudine” (genere poetico-narrativo), Fallone Editore, 2023; “Dai margini” (saggi su scuola e letteratura), Edizioni Ensemble, 2024; “Gita scolastica intorno alla luna” (romanzo), Ad Est dell’Equatore, 2024; “Dell’innato bene” (raccolta di saggi letterari), Genesi Editrice, 2025; “Don Chisciotte e Sancio Panza a Napoli” (romanzo), Ad Est dell’Equatore, 2025.

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