Domenica 10 Dicembre 2023 – Su Via Lepsius Polvere delle repubbliche di Kevin Wren

Su Via Lepsius Antonio Devicienti scrive di Polvere delle repubbliche di Kevin Wren:

 

Attraversando “The Dust of the Republics” di Kevin Wren

Dedico questo mio scritto alla memoria del poeta palestinese 

Refaat Alareer, ucciso l’8 dicembre durante un attacco israeliano

 

Scrivendo del libro The Dust of the Republics / Polvere delle Repubbliche di Kevin Wren (Fallone Editore, Taranto 2023, edizione bilingue inglese-italiano, traduzione a cura di Elena Palazzo) dirò subito che non mi attarderò su questioni trite e ritrite e spesso sterili circa la cosiddetta “poesia civile”, “l’impegno in arte” e via enumerando, ma prenderò direttamene in esame il testo e ne sottolineerò (anzi ne sottolineo subito) la forza espressiva e la pronuncia sicura, l’ampiezza del discorso e la complessità sintattica che già da soli danno valore all’opera; che vengano affrontati temi legati alla storia a partire dalla Repubblica di Salò (fascismo, guerra, sopraffazione, violenza, corruzione sia politica che morale) è indubbiamente vero, ma focalizzare l’attenzione solo su questo versante rischia, a mio parere, di offuscare la valenza profonda di Polvere delle Repubbliche che è quella di un confronto serrato con il linguaggio, della sperimentazione di un verso lungo e lunghissimo il quale mantiene un ritmo che non diventa prosa, ma che, proprio per questo, esprime una profonda partecipazione emotiva e uno slancio etico consistente nella scelta di affidarsi alla scrittura in versi per chiamarsi fuori dalla massa dei silenti – la coscienza civile di Kevin Wren cittadino d’Europa e poeta nutre una scrittura sempre sorvegliata, consapevole del fatto che è il linguaggio l’atto politico per eccellenza, poiché esso è il risultato di una storia lunga e complessa insanguinata da conflitti e violenze, ma attraversata anche da furibonde utopie libertarie ed emancipatrici: chi possiede e domina i meccanismi del linguaggio, chi ne ha consapevolezza storica, sociale e culturale scegliendo d’impiegarlo in un modo o in un altro o in un altro ancora compie una scelta politica. 

Couched in the lap of languages, the mind dreams forgotten landscapes

Where the undying feed on perennial trees, far from mainlands of dread

Where men kill and, as killing, are killed.

The prow scrapes the shore, slips into a sea of tongues

Declaiming epic in the eloquence of the waves


Adagiato nel grembo delle lingue, la mente sogna paesaggi dimenticati

dove gli immortali si nutrono di alberi perenni, lontani dalle terre del terrore

dove gli uomnini uccidono e, nell'uccidere, vengono uccisi.

La prua raschia la riva, scivola in un mare di lingue 

declamando epica nell'eloquenza delle onde

(pp. 56 e 57)


È illuminante che Kevin Wren, pur scrivendo in inglese, dica che la mente è adagiata “nel grembo delle lingue” ed evochi una “prua” (sineddoche per “barca-poesia” o “barca-scrittura”) che attraversa “un mare di lingue”; altrettanto illuminanti l’assonanza interna al primo verso languages / landscapes, al secondo trees / dread, la forte paronomasia al terzo kill / killing / killed, la quasi-allitterazione al quarto scrapes / shore / slips / sea nonché al quinto epic / eloquence (è ovvio che un tale studio potrebbe essere effettuato in molti altri luoghi del libro, a riprova della meticolosa attenzione da parte di Wren al linguaggio e alle sue possibilità-strategie espressive, ma anche alla necessità che il poeta, proprio in quanto tale, s’impossessi del linguaggio ereditato facendone un sistema capace di contestarne e di scardinarne gli usi viceversa intesi a perpetuare asservimento e ingiustizia, a indurre incapacità di giudizio critico e assuefazione a un tempo antiumano).

Wren non indietreggia davanti alla necessità di dire pensieri e sentimenti a voce spiegata, anche con un atteggiamento visionario inteso a scuotere il lettore coinvolgendolo nell’indignazione e nella non accettazione di quanto va accadendo sul pianeta che è il perno intorno al quale ruota tutto il libro; si leggano, per esempio, i versi «The highway gears into the valley of death, steer horns impaled in the dust // L’autostrada accelera verso la valle della morte, corna di toro impalate nella polvere» (pp. 42 e 43) e «Trails of blood plough the poor earth / […] / There has come an aging of time, a paucity of birth. / Khaki gear lurks in the graves of night // Sentieri di sangue solcano la povera terra. / […] / È sopraggiunta una vecchiezza del tempo, una scarsità di nascite. / Abiti color cachi in agguato nelle tombe della notte» (pp. 48 e 49).

Il pronome I / io è l’elemento linguistico necessario che esplicita la presa di posizione personale e chiara, senza compromessi né remore: «I invoke the republics, I invoke the teeming files of dissent, / I invoke my mind to bring it to an end // Invoco le repubbliche, invoco le folle brulicanti di dissenso, / invoco la mia mente perché ponga fine a tutto» (pp. 48 e 49), mentre altrove è we / noi a farsi carico della responsabilità di chi, figlio della storia recente d’Europa, non può né deve sottrarvisi:

The Dust of the Republics è, così, libro che si muove sui binari paralleli della memoria quale legato etico e della coscienza di quanto accade e cui è fatto obbligo opporsi; Stalin, Oppenheimer, Hiroshima, l’11 settembre, gli interessi economici della Cina, il narcotraffico internazionale, (seppur non esplicitamente detta) la guerra in Ucraina e, per rimando implicito, tutte le situazioni attuali di conflitto e di violenza, di abuso e di criminalità affiorano nei vibranti versi di un modo di fare poesia che richiama i grandi profeti dell’Antico Testamento e i Cantos di Pound, la voce di etica lucidità di Yeats e quella commossa nel suo gramsciano realismo di Pasolini, la forse inattesa necessità della poesia quando conduce ad atti di riaffermazione della libertà personale e collettiva che fa pensare a Fortini; ma la presenza dell’amore quale forza vitale e possibilità di redenzione, la celebrazione della fecondità dell’essere umano e della terra, il sogno di una terra-natura che sia finalmente “rifugio ameno” possono far pensare a Dylan Thomas in primo luogo (anche lui, non a caso, poeta visionario e penso qui in particolare a Vision and Prayer) e pure a Seamus Heaney e a Patrick Kavanagh: «My love, you lie in sheets of a new bearing. / The infant slips painlessly from your womb // […] // My love we lie by the shore and count / the innumerable grains of sand, / greater far than the brief sum of time. / The prow is berthed in the bay of fair heaven. / Autocrats bellow at razed cities in the night // Amore mio, giaci tra lenzuola di una nuova nascita. / Il bambino scivola indolore dal tuo grembo // […] // Amore mio giacciamo sulla riva e contiamo / gli innumerevoli granelli di sabbia / infinitamente di più della breve somma del tempo. / La prua è ancorata nella baia di rifugio ameno. / Autocrati muggiscono contro le città rase al suolo, nella notte» (pp. 60 – 63) – così termina l’intero libro, in una sorta di sospensione tra la realtà brutale della distruzione e l’anelito a una terra pacificata e di un’umanità in armonia con sé stessa, ma sono convinto non sia un caso la presenza di quel termine “womb” (grembo) che nella poesia di lingua inglese possiede una plurisecolare, significativa occorrenza.

Ma, prima di concludere questo mio intervento, desidero soffermarmi sui versi seguenti:

The howl rises from the craters, from the chambers of bloodletting,

rises over the sleeping nations, bayoneting the entrails of therir dreams.

And yet we wake to pre-war songs, we hum, gladdenig the ghosting.

A swollen autocrat need only growl the command

and our element is dust, the dust of the republics. 

I have been advised not to think about these things,

not good for me, gaze into my wife's face,

since, after all, I am merely a digit, far from the decimating touch,

and yet I think, I think of altitude levelled, grandeur down.


L'ululato fuoriesce dai crateri, dalle camere del supplizio, 

si erge sulle nazioni addormentate, squartando le viscere dei loro sogni.

Eppure ci svegliamo con le canzoni di anteguerra, canticchiamo, allietando i fantasmi.

Un autocrate gonfio deve solo ringhiare il comando

e la nostra essenza è polvere, la polvere delle repubbliche.

Mi è stato consigliato di non pensare a queste cose,

non mi fa bene, di contemplare il volto di mia moglie, 

poiché, dopo tutto, sono solo un niente, lontano dal mortifero tocco,

eppure penso, penso ad altitudini livellate, abbattuta grandeur.

(pp. 52 e 53)


– si noti la doppia membratura del primo, del secondo e del terzo verso: è come se il verso non volesse interrompersi con un a capo, ma si raddoppiasse (fenomeno ricorrente in Polvere delle repubbliche), per poi stabilizzarsi come verso unico, perfettamente scandito sia prosodicamente che concettualmente; le pagine di questo libro di Kevin Wren andrebbero lette ad alta voce e ho voluto concludere il mio attraversamento proprio con questi versi perché essi mi appaiono come l’esplicitazione delle ragioni del libro: la terra rigurgita di guerre e di violenza e noi Occidentali ci svegliamo quieti ogni giorno come se nulla stesse accadendo; anzi, ci viene sconsigliato di pensare. Un poeta come Kevin Wren vuole, invece, pensare.

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