Su Il Germe Simone Gambacorta scrive di Nome di paese: Ascensione di Mario Santagostini.
Quell’ostinato stare meditativo

Il dove e il niente – queste due parole così astratte e così diversamente incalzanti – sono i due estremi dell’arco che Mario Santagostini tende in Nome di paese: Ascensione, piccolo libro di altissima caratura pubblicato dall’editore Fallone nella collana “Il leone alato”, curata da Andrea Leone.
È un libro fatto di versi e di prose, ma il suggerimento che si può dare a chi dovesse leggerlo è di liberarsi da ogni approccio da sussidiario (bilancini da prosimetro ecc), altrimenti si rischia di perdere la fragranza e la straordinaria compattezza rifrattiva delle pagine.
Certamente da Nome di paese: Ascensione viene fuori un rapporto problematico tra la memoria e i luoghi, un rapporto che si direbbe tessuto e intessuto di evanescenze. In questo sta l’accento più sottile del libro, quello che lo rende seduttivo come opera di poesia e come quaderno intellettuale.
Tutto sembrerebbe poter stare in alcune attonite parole che alludono a un qualche Lete: “Non sapere più da dove si torna, forse, è l’inizio d’una strana forma di resurrezione”.
Cosa significa non sapere da dove si torna? Chiederselo (al di là delle rintracciabili ascendenze) vuol dire venire a trovarsi su di un piano del discorso molto diverso dal più semplice non sapere dove andare (quale strada) o dal non sapere dove tornare (se in un casa, se in una patria o se altrove).
Nel libro di Santagostini il rapporto tra il dove e il niente finisce per essere centrale, quello di più feconda e assolutamente non faconda complessità. Se non altro perché le domande crescono; per esempio: come mai quel “non sapere” diventa motivo di “resurrezione”?
Andiamo nell’ipotetico. Accade forse qualora ci si sia liberati dal passato, dagli antefatti, dagli antecedenti prossimi o remoti; o se ci sia affrancati da ogni trascorsa esperienza, da ogni memoria, oppure quando si sia lasciato andare tutto, come fuoriusciti da un mondo nel quale ancora, per incantesimo, si torna a vivere come “risorti”. Chissà.
Se, per pura ipotesi, ammettessimo di poterlo domandare a Ulisse (il quale, per inverso, sapeva sin troppo bene dove tornare e dove andare), cosa potremmo aspettarci di sentirgli dire, del possibile significato di quelle parole così scivolose?
Forse nulla: o direbbe forse semplicemente che quel significato sta nel prodigio che le parole perpetrano nell’imporlo come continuamente smarrito, come continuamente espulso.
Sappiamo bene che la poesia non è rebus e non è indovinello, ma la scrittura di Santagostini, che fila in cadenze poematiche essenzializzate da una luce perplessa e interrogante, si muove ipercompressa e lieve e porta la lingua ad abradersi in sempre insorgenti desinenze d’incertezza.
Succede anche nel rapporto tra un nome e un luogo:
“E allora ho pensato a cosa / può fare un nome, che cosa ha fatto. / A chi lo ha dato, chi lo toglierà. / E come un nome / può perdersi, tornare o non tornare”.
Può persino esserci il caso di un padre che si chiede quando rivedrà suo figlio; la risposta, data dalla sua stessa voce, è affidata a un verso che fibrilla in un’ipotesi abbacinata e ultima:
“Forse mai. Forse, va via per sempre, in paesi troppo / lontani per esistere”.
Una poesia incastrata in un canto che è pensiero sussurrato, quella di Mario Santagostini, e che si muove casta di angoscia, esile e ferma, tremante eppure intrepida nel suo porsi come un ostinato stare meditativo.
Simone Gambacorta