Esordi letterari: “Dimenticarsi”
Nella terra di nessuno
Stupisce l’opera prima di Daniel Stefanese. Per la sua capacità di plasmare, attraverso le risorse della letteratura, realtà parallele, dove la scrittura «marca il confine del percettibile e dell’invisibile». Raccontando una vicenda che si snoda nel fondo della coscienza
Leggo, in questi giorni il romanzo di esordio che Daniel Stefanese ha pubblicato per Fallone Editore con il titolo Dimenticarsi. Si tratta di un racconto tra il fantastico e il distopico con molteplici chiavi di lettura in quanto la narrazione si snoda su piani diversi: quello di uno scrittore e quello del personaggio del suo manoscritto. Direi che, pur essendo un’opera prima, si intravedono nel giovane autore qualità non comuni nell’arte dello scandagliare i grumi che si condensano nell’abisso della psiche, una scrittura che, seppure a tratti ricercata, riesce a coinvolgere e al tempo stesso a “sconvolgere” il lettore con frequenti cambi di registri e di prospettiva.
È nel fondo della coscienza che si snoda la vicenda, mentre il paesaggio assume valore simbolico: il territorio molisano intorno al paese di Guardialfiera, il lago con la sua melma che fagocita e decompone, il ponte che si attraversa a occhi aperti in una sorta di catabasi senza ritorno e senza possibilità di redenzione. Varco tridimensionale che conduce all’annichilimento e alla dissoluzione. Poi, un altro ponte che a fasi alterne appare e scompare, ingoiato o riemerso dalle acque del lago. Metafore di un vuoto esistenziale, di una fluttuazione tra normalità efollia, un solco che s’assottiglia via via che la narrazione si fa più serrata.
Ma c’è dell’altro ancora. Ci troviamo di fronte anche a un romanzo metaletterario. Tutto ruota intorno alla scrittura, alla forza intrinseca della letteratura di plasmare realtà parallele, di raccontarsi fissando severamente la propria immagine tra i cristalli di uno specchio. È la scrittura stessa la terra di nessuno intorno alla quale l’autore marca il confine del percettibile e dell’invisibile. E attraverso la scrittura l’autore finisce per smarrirsi e dissolversi nei suoi personaggi. Livio, Giada, Adele e Franco sono ombre di carne e sangue, voci che risalgono la corrente dopo aver gettato l’àncora nella poltiglia di un pantano. Sono e non sono, abitano la cantina della casa, lasciano residui di fanghiglia tra le lenzuola, fiatano nella pece densa e impenetrabile della coscienza, tagliano e ricuciono a loro piacimento il filo della narrazione. Una narrazione che è anche viaggio dell’autore stesso alla ricerca dello sguardo del Minotauro in fondo al labirinto, recitando Guido Morselli e intonando Luigi Tenco.
Una deriva verso lo sgretolio irrazionale e irreversibile il cui rovescio è una profonda meditazione sul senso della vita, desiderio ineludibile di dimenticare ciò che non si vuole lasciare andare. La traccia che resta sulla battigia sommersa di nuovo dall’onda. Ed è proprio la profondità di introspezione, il tentativo costante di catalogare e dare sostanza ontologica a sedimenti inquietanti e limacciosi che affiorano dal silenzio di un dormiveglia lattiginoso, a stupire in maniera favorevole in questo romanzo e nel suo giovane autore al proprio esordio letterario.

