Giovedì 24 Aprile 2025 – Anni in testacoda di Massimo Cecchini sul Messaggero

Sul Messaggero Renato Minore scrive di Anni in testacoda di Massimo Cecchini.

Massimo Cecchini non è il solito professionista affermato (in questo caso della scrittura, giornalista e opinionista) il quale all’improvviso scopre che, con la cosiddetta poesia spalmata a iosa con parole spezzate sulla pagina, si possono fare piccoli miracoli di comunicazione spicciola, svelta e gratificante. Questa è comunicazione del cuore, dei ricordi, delle verità ultime o penultime magicamente, cioè poeticamente, afferrate o affiorate dal sottosuolo della memoria o della psiche o della storia.
“Raccolgo il mio dolore/ disperso nella carne / quello che avvelena/ i giorni di velluto/ del rotolare umano”: sono versi di “Anni di testacoda”. Questo è un piccolo poema ben meditato e costruito con pazienza e sapienza dove la pressione della lingua, quasi impercettibile, risulta essenziale alla pagina. Una lingua che sorvola, controllata nei minimi dettagli, le mutazioni del corpo e le intermittenze del cuore. Quasi una confessione, o un bilancio in forma di versi quieti, quasi sussurrati, con la parola che cade nel modo giusto. Esprimono il sentimento malinconico di un transito anche doloroso, la prospettiva di un futuro evidentemente incastrato nei residui che ha in sé, dietro di sé. Il “testacoda” appunto, che è anche rovesciamento o urto, comunque proseguire con la sensazione di voler davvero andare avanti ma con la testa rivolta all’indietro, come l’angelo di Paul Klee.
In quel recinto ben circoscritto di idee e passioni, desideri e rimorsi, gesti incompiuti e gesti fin troppo compiuti sulla cui “verità” ci si continua ad interrogare: “Attendo diffidente / a volo basso. / Mi basterebbe la certezza che sceso a terra / sia sciolto dai rimpianti per il poco fatto bene / e per il troppo irrimediabile”. Una voce che sembra quasi essere stata pazientemente coltivata sottotraccia, come una vena sorgiva che scorre in modo carsico e poi, al momento giusto, affiora perché questa è la sua origine, la sua natura, la sua direzione: “Esisto per il nero che macchia/questa pagina/perché deforme e sghembo/ come l’albero morto mal cresciuto”.
Una voce coltivata accanto a quella di certa nostra poesia del Novecento, penso a Sereni, Risi, Giudici, una poesia ragionativa, quasi discorsiva che qui alla sua prima emissione ha già un suo timbro ben riconoscibile: “I nomi antichi sono lettere / con poca carta addosso. Il passato non vi compete / non vi attende. / Così seguo la scia / finché riesco. / Il futuro che rubo / mi somiglia”.
D’altro canto, già tre anni fa, nel suo primo romanzo “Il Bambino” (Neri Pozza), Massimo Cecchini si era rivelato con una storia di dolore e impotenza che racconta come una famiglia possa essere schiacciata da una realtà che appare impossibile se non fosse drammaticamente vera. Una storia di disabilità senza salvezza, che sa essere commovente senza per questo farsi commossa, forte di una scrittura che non accetta di compromettersi con le pastoie dell’enfasi e del patetico.

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