Su poesia del nostro tempo Se giuri sull’arca di Mattia Tarantino.
Mattia Tarantino | Se giuri sull’arca

Mattia Tarantino (foto di Salerno Letteratura)
Confesso di aver sempre esercitato un certo scetticismo nei confronti di una poesia che vuole farsi profetica, mistica o addirittura sacerdotale, specialmente quando proviene dal contemporaneo e quando pretende di rappresentare in qualche modo i nostri tempi così poco attenti e poco aperti alle meraviglie di una parola ricercata, assoluta. Tuttavia, devo anche confessare che Mattia Tarantino – forse proprio perché la sua parola è attraversata da una autentica dimensione di verticalità e di mistero – mi ha convinto sempre di più, di libro in libro, coinvolgendomi come lettore partecipe all’interno di un dettato che si carica deliberatamente di un forte senso di profetismo. Davanti a questo termine, però, devo aggiustare un po’ il tiro: ciò che conosce e pratica Tarantino è infatti una sorta di profetismo alla rovescia, che rivolge il proprio sguardo non a un futuro lontano e ricco di segni da interpretare, ma a un’origine primordiale e profonda, segreta quasi a chiunque, che si può cogliere soltanto attraverso lo scavo esercitato dalla parola. E così il principio si fa futuro, si fa oltranza e quindi parola, mistero, profezia. Tutto ciò si legge chiaramente anche e proprio nel suo ultimo libro, Se giuri sull’arca (Fallone 2024), in cui la felicità delle soluzioni espressive e l’approfondimento psicodrammatico del mondo interiore di chi dice ‘io’ (anzi, tanto spesso dice ‘noi’) generano un poemetto che ibrida prose poetiche, dialoghi teatrali e poesie in prosa. Nulla di più naturale, dunque, quando vengono evocate a modello le scritture di due sodali compagni di viaggio: la citazione in esergo di Giorgiomaria Cornelio, tratta dalla sua Specie storta (2023), e la dedica in nota a Nicola Barbato riconducono a due poeti che hanno fatto dello scavo espressivo nella lingua il centro e il culmine della propria ricerca attuale. Ma non solo, per la ricerca linguistica e metafisica di Tarantino possono essere individuati anche tanti altri illustri antecedenti, come Arthur Rimbaud, Dino Campana, Ezra Pound, Dylan Thomas, Amelia Rosselli, Milo De Angelis e l’amato (e da lui tradotto) Juan Arabia. Se giuri sull’arca mi ha poi personalmente ricordato anche il pressocché dimenticato Giovanni Papini autore di un libro in prosa significativamente intitolato 100 pagine di poesia (1915), che ha in effetti molto a che fare con questo ultimo di Tarantino, dato che sia qui sia lì la prosa è trattata come un unico e libero fluire di versi, strabordanti e traboccanti, e il ritmo ora concitato ora spezzato della parola genera continui sbalzi e sovrappiù possibili di senso e significato. E, per concludere questa lunga galleria di parallelismi, si può forse applicare a questo poemetto anche quanto è dichiarato in quarta di copertina per la raccolta Rimi (2013) di Gabriele Frasca: lì come qui, infatti, «versi e prosa giocano a rimpiattino nascondendosi gli uni nell’altra, in un flusso verbale apparentemente continuo, mozzafiato». A tutto ciò si aggiunge, ovviamente, la freschezza e l’originalità delle immagini descritte, «tra carovane, arche, nuovi regni, villaggi perduti e archetipici, esseri multiformi inventati ex novo, in un macrocosmo labirintico che quando è indagato nelle sue minuzie unisce abilmente l’infinitamente grande all’infinitamente piccolo» – come ebbe acutamente a scrivere il compianto Lorenzo Pataro, in una sua bella recensione sul Foglio. In effetti, proprio questo appare quale vero punto di forza della poesia e della scrittura di Tarantino: la capacità di creare immediatamente un immaginario in cui il lettore riesca – per quanto il linguaggio sia sempre in cerca di una forma possibile in cui definirsi – a trovare punti di riferimento e quindi a orientarsi. La capacità, dunque, di stabilire un confine preciso entro cui estendere la propria ricerca nel senso e nel suono (molta importanza ha infatti la voce). Questo si nota anche nei libri precedenti, come in una nota poesia dall’Età dell’uva (2021): « Vedi, non restano che i nostri / frutti sulla tavola: mia madre che li sbuccia; i loro / nomi che pendono dall’orlo / e cadono tra il pavimento e l’invisibile. // Ora all’uva basta un soffio per marcire / in fretta e diventare una preghiera». Anche in Se giuri sull’arca, infatti, il dialogo che apre la prima sezione eponima introduce immediatamente le polarità costitutive dell’intera unità-libro: il segreto («Se ce lo chiedete non ve lo diciamo»), il dialogo impossibile («Impererai a parlare con le ombre»), la parola-tema connotata con quello che potremmo definire Ur-senso («arca») e la partenza del viaggio necessario e ribelle al tempo stesso («Poi siamo salpati. Nessuno ci ha dato il permesso. Nessuno ci ha detto di no»). A partire da qui, dunque, il lettore è in grado di percorrere – non senza un’inquietudine in grado di attivare il pensiero – il percorso tracciato dalle altre due sezioni (il delirio linguistico di Sciababàb e la soluzione, in senso etimologico, dell’Ermeneuta), giungendo così infine a un vero e proprio ‘approdo senza preveggenza’, per dirla ribaltando le parole prefatorie di Michelangelo Zizzi, nonché le forse vaghe considerazioni da me adoperate all’inizio di questa recensione, e conoscere una fine.
Da Se giuri sull’arca (Fallone 2024):
Se giuri sull’arca, VI
Nient’altro per giorni. Nostra Madre ha preso fuoco. C’è, a prua, un giro di giostra, le passano accanto accerchiandola, a due a due e come saltando, farfugliano qualcosa, una serie di numeri, il terzo non lo dicono mai, fanno la ola, l’Osanna, le toccano gli occhi, poi cambiano verso, il cerchio è al contrario, adesso, l’arca è al rovescio. Pesci con gambe di donna, coralli che bruciano al sole, un granchio nero, minuscolo. Il sangue alla testa, toccano il fondo, ribaltano di nuovo la barca, c’è il sole, c’è una pace come quelle dei morti.
Sciababàb, XV
Sciababàb, ci accucciamo di notte, chiudi gli occhi che nessuno ti vede; le unghie appese alla porta, così non entreranno, sale a terra, parliamo, ma parliamo nel buio. Sciababàb, come un nome spellato, un cerchio buio nell’ombra e gli uccelli, qui intorno, qui intorno è pieno di uccelli.
L’Ermeneuta, I
Al primo lo incidono sulla schiena ma non ci crede. Lo stesso segno è sul dorso della moneta. L’altro ha baciato la pietra la prima notte dell’anno. Il capo del toro, calato dall’uscio, è stato fracassato e sepolto. Alla festa indosserà la maschera della bestia, quattro volte cornuta. All’ultimo taglieranno l’anulare.
Mattia Tarantino (Napoli, 2001) dirige Inverso – Giornale di poesia e fa parte della redazione di Atelier. Collabora con numerose riviste, in Italia e all’estero, tra cui Buenos Aires Poetry. Per i suoi versi, tradotti in più di dieci lingue, ha vinto diversi premi. Ha tradotto Verso Carcassonne (2022) e Poema della fine (2020). Tra i suoi ultimi volumi Se giuri sull’arca (2024) e L’età dell’uva (2021).