Martedì 13 Maggio 2025 – Su Via Lepsius Bilanciamento del bianco

Su Via Lepsius Antonio Devicienti scrive di Bilanciamento del bianco di Oana Pughineanu-Oricci

 

Tempestivamente scrivere – su “Bilanciamento del bianco” di Oana Pughineanu-Oricci

di Antonio Devicienti. Via Lepsius

 

Bilanciare il bianco, accorgimento tecnico dell’arte fotografica al fine di ottenere effetti di colore il più possibile vicini al vero, diviene nella scrittura di Oana Pughineanu-Oricci una pratica del percepire il vivere (ma anche il dolore prima atteso e poi in atto a causa della perdita di una persona amata) – pratica che, a differenza di quanto avviene con un apparecchio fotografico, tocca direttamente e nel profondo le emozioni e i sentimenti, i pensieri e i ricordi, in essi accade e si dispiega – è così che Bilanciamento del bianco (Fallone Editore, Taranto 2024) può offrirsi da un lato come processo parallelo a quello della fotografia praticata a livello professionistico da Pughineanu-Oricci (le foto che corredano quest’articolo sono sue), dall’altro quale oggettivazione in forma di lingua e di testo di un portato personale che, però, mai si avvita in solipsismo o autoreferenzialità, ma proprio in questo essere posto innanzi allo sguardo prima di chi scrive e poi di chi legge si fa portato capace di trascendere l’io lirico.

 Si aggiunga anche il fatto che l’italiano non è la lingua madre di Pughineanu-Oricci e che, benché perfettamente posseduta sia a livello grammaticale-sintattico che nei suoi vari registri espressivi, potrebbe essere considerata un’altra lente attraverso la quale ogni cosa è vista e interpretata –  penso infatti che in questo caso l’esercizio della fotografia molto doni in espressività, significanza e pregnanza alla lingua in poesia dell’autrice di origini rumene: e viceversa.

È bellissimo udire (leggere) Oana esprimersi in italiano perché, come benissimo ha detto Antonio Prete in ripetute occasioni, l’ospitalità della lingua moltiplica e amplia gli orizzonti della percezione e del pensiero e questo accade a maggior ragione se si vuol portare a espressione qualcosa di profondo e intimo com’è il rapporto con la propria madre condannata da un male incurabile.

Per questo propongo subito all’attenzione di chi legge un testo collocato verso il finire del libro:

imparare l'italiano

mamma fa un pacchetto enorme per le torte che mi dà 
                                                       [per portare a casa.
dico che sarebbe più facile mettere tutto in una busta.
“no. si schiacciano e non puoi più tagliare fettine belle”.
mi viene da piangere...
non riesco a trovare la parola giusta per spiegare 
come mi viene da piangere.
forse “tempestivamente”.
sì. tempestivamente. come quando sali a bordo di un
italo senza biglietto e devi rivolgerti tempestivamente
al manager.
mi viene da piangere tempestivamente
(p. 48)

Ovviamente qui non è solo questione di trovare la giusta espressione nella lingua “straniera”, ma di cercare e trovare l’espressione giusta tout court, quella in poesia capace di dire in maniera definitiva, convincente, pregnante.

I lettori di madrelingua italiana dovrebbero essere enormemente grati a Pughineanu-Oricci perché giunge da chi proviene da una lingua-sorella qualcosa che mi appare un meraviglioso e generoso atto d’amore nei confronti dell’italiano, sempre così limpido e armonioso in questo libro – e anche i due o tre quasi impercettibili casi in cui si coglie un’espressione o una costruzione grammaticale non del tutto italiana, ma deliziosamente inedita, fanno sì che Bilanciamento del bianco s’imponga, come ogni libro in poesia riuscito, per la sua forza linguistica e, di conseguenza, emotiva e intellettuale.

 Lieve, intelligente ironia, tenerezza, tenue melancolia, umanità, gentilezza venano il libro che, pur senza essere un diario, ha quale accadimento sotteso l’ultimo tempo di vita di una madre molto amata – ma è giusto anche sottolineare che non c’è nulla di funereo né di sentimentalistico, anzi la vitalità dello spalancare ogni giorno gli occhi sul mondo pervade ogni verso, anche quelli (numerosi) in cui si parla della morte: «mangiamo / piantiamo fiori / scattiamo foto con i boccioli / […] / sta diventando sempre più chiaro che / stiamo morendo insieme / fissati come pezzi di canditi in una colomba» (da your time is the next, p. 12).

 

 

Dal punto di vista diciamo così geografico il libro è ambientato in gran parte a Cluj Napoca, città natale dell’autrice e notevole centro culturale e artistico rumeno con una complessa storia alle spalle, in parte a Firenze e in Toscana (vi compare fugacemente anche Venezia), ma è proprio Cluj Napoca con i suoi dintorni a raccontarsi attraverso lo sguardo di Oana e, soprattutto, sono le donne della famiglia a costituire una presenza indimenticabile:

nel

apro gli occhi
nel buio della bisnonna
nell'orologio con i pesi
nel collo delle anatre ingozzate.
la sento gridare
“Ana! vedo madre Soaie che viene a prendermi”.
si taglia le lunghe code
una per la figlia che scaccia i morti
una per la figlia andata a vivere nella città.
hanno il colore degli altari d'oro invecchiato.
sopravvivono per tre generazioni
nel cassetto sotto lo specchio.
(p. 15)

Nella bisnonna (e nella madre) vivono tradizioni e credenze secolari e un atteggiamento nei confronti del vivere (e del morire) che Oana Pughineanu-Oricci coglie con profonda sensibilità e, mescolandovi con sapiente ironia anche presenze per dir così attualissime come instagram, facebook, beauty influencer, stampanti 3d, crea in realtà un mondo poetico in cui proprio la femminilità è l’energia che plasma e accoglie, si prende cura e reagisce con coraggio e determinazione, abbandonandosi talvolta alla tristezza, spesso esercitando uno sguardo lucido e comunque pietoso e affettuoso: «ho visto tanti cani e gatti morire / […] / adesso guardo un piccolo gatto che si mette sulla pancia con la testa tra le zampe / e riconosco quel rilassamento che avviene qualche ora prima. / le zampe sono sempre più distanti e la bocca non riesce più a chiudersi / lasciando in vista i denti canini che fino al momento / della morte non smettono di scoprirsi sempre di più. / […] / […] guardo i denti di mamma mentre dorme / ogni giorno sembrano più grandi / i piedi si allungano e escono dalla coperta / la mano però riesce ancora a tenere il telecomando anche nel sonno / ma io ho visto tanti cani e gatti morire» (da ma io, p. 28); «quando sono vicino a mamma seguo il programma / quando sono lontana piango» (e basta così, p. 37); «le cose più tristi che ho visto nella vita sono le mani di mamma, nere, bucate, anoressiche, riepite con vitamine inutili invece che di morfina. nei paesi cristiani come il nostro si comincia con il fentanyl e si finisce con la morfina. perché il paziente non deve avere la coscienza alterata. […] nel resto del mondo si comincia con la morfina e si finisce con l’infarto da fentanyl» (da due cose, p. 45);

una luce gialla

di pomeriggio mi metto nel letto vicino a mamma
il sole passa tra le tende bianche con modello foglie di
                                                   [vite
ci trasforma in due ritratti del Fayyum
ma noi siamo brutte
e ci mancano i gioielli e gli occhi aperti
(p. 50)

Ma ripensando al titolo del libro ci si convince che bilanciare il bianco non sia soltanto una pratica fotografica, bensì il tentativo difficilissimo e da rinnovare quotidianamente del bilanciare il bianco del vivere e il bianco del dolore, quello dell’esistere (anche con le sue banalità) e quello dell’assenza e in un libro forse controcorrente come questo, vista la costante rimozione collettiva della morte, è proprio il frequente riferimento a essa (ma, ripeto, non funereo, non cupo, forse anche perché legato a una cultura che conserva un rapporto con la morte in quanto ineludibile controparte della vita) che accende lampi di vitalità:

perché posso

mi salgo addosso
nella posizione del missionario
con lo strofinaccio mi
asciugo asciugo asciugo le pupille
finché la mia iride si scolla un po' 
e sento lo scricchiolio perfetto 
della pubblicità per svelto
dove le donne contente 
schioccano le dita per
il proprio piacere sgrassato.
ma io desidero.
sono dozzinale
(p. 35)

Rare le figure maschili (appare talvolta il padre), frequenti i ricordi d’infanzia, dichiarati senza remore pensieri e sentimenti, Bilanciamento del bianco possiede una fine tessitura di versi lunghi capaci in alcuni casi di trasformarsi in brevi prose e, grazie a una prosodia molto libera determinata esclusivamente dall’articolazione del pensiero, l’intero libro è un itinerario interiore luminoso e avvincente, un lungo messaggio proveniente da un’Europa purtroppo ancora largamente e colpevolmente sconosciuta in Italia, lo sguardo sensibile e commosso della figlia verso la madre, del tempo nuovo verso il tempo passato eppure vivamente presente, della lingua d’adozione certamente non scissa dalla lingua d’infanzia:

cambogia

prendiamo un minibus cambogiano per arrivare al 
                                                 [monastero sopra cluj 
attraversiamo un quartiere fatto solo di fortezze.
assomiglia a firenze.
ha un sole teletrasportato
parcellizzato solo sulle pareti
fotografate per cartoline.
per mancanza di fondi
nelle stanze degli ex carnefici diventate monolocali
è rimasto il sole est-europeo
con un bilanciamento del bianco introvabile.
quando incendia le colline intorno
la guida deve urlare ai turisti dentro il microbus
cambogiano
che hanno la fortuna di assistere a questo raro fenomeno
                                               [naturale
che colora il cielo di azzurro
e le lettere che volano nell'aria diventano chiare
"balocco. torte in festa"
(p. 24)

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