Su La poesia e lo spirito una nota di lettura a firma di Giovenni Nuscic a Reticenze di Mauro Germani.
Le ultime parole
Non voglio più tagliare né essere tagliato. Basta. Queste che leggerete sono le mie ultime parole. D’ora in poi mi affiderò al silenzio e non sentirete più la mia voce. Ho compreso, infatti, che è tutto inutile, inutile e pericoloso. Le parole -più che pietre- sono vetri: tagliano e feriscono chi le pronuncia e chi le ascolta. Sono frammenti di specchi acuminati. Ci perdiamo nei loro riflessi, ci laceriamo senza saperlo. E le ferite restano perché non possono essere medicate con altre parole. Non c’è alternativa. Se davvero desideriamo salvarci, dobbiamo abbandonarle, le parole, lasciare per sempre i nostri discorsi, i libri, la poesia, la letteratura. Sono deliri che portano solo alla rovina.
Io non aprirò più bocca, né scriverò alcunché. Abolirò ogni tipo di comunicazione perché sempre fallace e maledetta. So già quello che mi succederà. Tutti mi esorteranno a dire qualcosa, a partecipare alla vita, in continuazione, fino allo sfinimento. Mi faranno visitare, tenteranno le terapie più diverse, dovrò assumere una grande quantità di farmaci e alla fine mi rinchiuderanno in una struttura dalla quale non uscirò più. A poco a poco i medici allargheranno le braccia, diranno che è inutile insistere, che non c’è più nulla da fare, che la malattia è irreversibile. Nessuno, col passare del tempo, si ricorderà più di me.
Questo è sicuramente ciò che mi aspetta. Per cercare di capirci qualcosa, andatevi a rileggere, un domani, queste righe che sto scrivendo e che vi lascio, prima del mio silenzio.
Io sarò lontano, sarò irraggiungibile. E felice.
Mauro Germani
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Nota di lettura
E’ un mistero che i libri di racconti non abbiano tutti i lettori che meriterebbero rispetto ad altri generi narrativi, a cominciare dal romanzo. E naturalmente grandi editori disposti a scommettere su di essi. Nei paesi anglosassoni le Short-stories sono invece genere autonomo incardinato nella storia letteraria, con tutta la dignità che gli spetta, imponendosi nella critica come nelle vendite; pensiamo a Dickens, Poe, Hemingway, Carver, Leavitt.
Va perciò apprezzata la scelta di Fallone Editore di pubblicare Reticenze, i settanta racconti che compongono l’ultimo libro di Mauro Germani, poeta, studioso e critico; sperando che abbia tutto l’ascolto e l’apprezzamento che esso merita.
I racconti si caratterizzano per la loro brevitas, superando di rado le due pagine; la loro lettura è dunque ben ”al di sotto delle due ore”, misura ideale del racconto canonizzata da E. A. Poe.
In ogni racconto vi è un lampo, un fuoco, una luce che s’accende illuminando un pensiero, uno stato emotivo, un evento, a volte drammatico; dentro perimetri e sfondi appena tratteggiati, che restano in ombra, ma che pure s’intuiscono per indizi, per contrasto, sfidando l’indicibilità.
Racconti dunque ben costruiti, questi di Mauro Germani, che in pochi tratti disegna personaggi e contesti, creando tensione e attesa, sorpresa nel finale; tasselli che compongono quadri emblematici del mondo attuale, quello che viviamo e quello trasfigurato; ma anche sguardo sensibilissimo che del vivere registra talvolta la frizione dolorosa.
La bellezza del libro sta nell’originalità delle storie, in equilibrio tra profondità e leggerezza, a volte ironica; o sospese a volte tra sogno e mistero, come nei racconti Il treno e La guerra, storie spiazzanti, che toccano nel profondo.
Dire di cosa parlano questi racconti è operazione ardua e forse inutile, riduttiva. Meglio, invece, mostrarne uno, dei settanta. A differenza dei romanzi e dei racconti lunghi – con trama e personaggi – qui il racconto è rapida descrizione, riflessione, flusso di coscienza, mentre la storia -se c’è – è lacerto di vita, pretesto, ampolla di cristallo nella quale il narratore ha soffiato un’anima, un organismo pulsante, una rivelazione di sé; o uno spiritello giocoso, ironico, grottesco. Ma sempre autentico.
Il titolo del libro, Reticenze, a lettura ultimata scopriamo che è l’esatto contrario, ma senza dare per scontata la valenza autobiografica di questi racconti: folla di personaggi inventati, eppure, non meno veri di persone reali -miracolo della finzione!- al punto che in essi, talvolta, ci riconosciamo.
Giovanni Nuscis