Su Via Lepsius Se giuri sull’arca di Mattia Tarantino in una nota di lettura a firma di Antonio Devicienti.
L’arca, i suoni delle lingue, le voci…
by Antonio Devicienti. Via Lepsius

Credo sia ormai evidente che esiste una tendenza nella poesia italiana che oserei chiamare liturgica perché ritmo e lessico vengono piegati e forgiati per celebrare un rito che è il dire stesso, ma in una direzione deprivata di qualunque riferimento a religioni più o meno rivelate, più o meno storiche, oppure in direzioni spiritualistiche, trattandosi piuttosto di una liturgia che ha al suo centro il mondo (anche malato, anche minacciato, anche ferito a morte) e che cerca di restituire alla parola una presenza proprio mentre essa viene irrisa o ignorata e per “parola” intendo qui il costituirsi di un testo che, prendendo coscienza di un tale stato di cose, caparbiamente si oppone all’uso della lingua quale mezzo puramente comunicativo e utilitaristico per recuperarne invece funzioni dimenticate o rimosse..
Se giuri sull’arca di Mattia Tarantino (Fallone Editore, Taranto 2024) è, nella sua forma di libro, un canovaccio (pur concluso e accuratamente scritto) che con naturalezza si completa nella recitazione ad alta voce, in una messa in scena con costumi e musiche – ed è, questo, un tratto di estremo interesse perché si hanno in mano e si scorrono le pagine di un testo che è ponte tra poesia e teatro, che s’incide sulla pagina nella sua forma scritta e che, al contempo, esige l’oralità insieme con un “teatro” che recuperi sé stesso come rito e come visione, φωνή e simbolo.
È proprio l’oralità uno degli orizzonti più fecondi dei decenni recenti, l’esigenza della scrittura di farsi voce, pensiero che non si rinchiuda in un “suono” puramente mentale. E se per esplicita dichiarazione di Tarantino stesso «La rotta che questo poema desidera seguire è quella indicata dalla Specie Storta raccontata da Giorgiomaria Cornelio» (Nota dell’autore, p. 71), la postura delle voci che s’intrecciano in Se giuri sull’arca e l’andamento vagamente narrativo costruito per accenni e allusioni, per immagini brevi e brevissime e per fatti il cui racconto risulta estremamente scarnificato, devono non poco, credo, alla grande lezione di Ida Travi e ai suoi Tolki.
Anche i personaggi (pure voci) di Mattia Tarantino si muovono entro scenari che sembrano derivare da un’immane catastrofe, oppure appartenere a un’era ancestrale e colma di minacce, parlano un italiano interpolato da parole e da espressioni di una lingua inventata, o meglio, di una lingua che è in maniera determinante suono e sequenze di suoni (e di accenti), per cui l’eventuale significato sembra riverberare proprio dal suono e la sua interpretazione è affidata all’immaginazione attenta e sensibile di chi legge o ascolta.
L’oralità sarebbe la forma più ancestrale di poesia e di racconto, recuperarla, sostiene Ida Travi, è ricongiungersi all’origine, alla sorgività della lingua – potrebbe essere questa una delle ragioni per cui Tarantino sembra inscenare riti (anche cruenti) ancestrali, facendo balenare figure che sembrano officiare sacrifici e compiere danze anch’esse rituali; scrivo “sembra” perché Se giuri sull’arca non esplicita nulla, ma accenna, allude, si apre a più interpretazioni, forse alla maniera di Celan non rifugge l’oscurità perché questa è insita nel mondo, perché il mondo è strutturato anche di enigmi, di zone oscure che divorano il senso per restituirlo forse mutato, forse differente, forse collassato in un altro dire.
In Se giuri sull’arca accade infatti che il linguaggio sia il luogo privilegiato di un sisma che investendolo lo costringe a ripensarsi: del resto un’arca è il contenitore di quanto di più sacro una civiltà possegga e desideri preservare e l’arca che sembra trapassare dalla Specie Storta di Giorgiomaria Cornelio al poema di Mattia Tarantino è un nucleo indefinito (e indefinibile) di quanto l’intera umanità ha dato alla luce nella sua storia plurimillenaria e nella sua preistoria ed è quest’ultimo elemento, forse, a spiegare perché molte scene del poema suggeriscano graffiti rupestri preistorici, riti ancestrali in un viaggio visionario e onirico che, con ogni evidenza, vuol discendere nell’inconscio collettivo e nel rimosso.
Non distante da tutto questo potrebbe darsi l’interpretazione che il poema di Tarantino sia l’intuizione di una migrazione, il doloroso e dubitoso viaggiare di tre voci attraverso territori dove avvengono riti sacrificali o di fondazione, dove il linguaggio, necessariamente ibridato, è a sua volta un territorio che un ermeneuta esplora (Se giuri sull’arca, Sciababàb, L’Ermeneuta sono le tre parti che compongono il libro, numero sacro e perfetto, sappiamo, colmo di simbologie e significati).
Le parole-shibboleth, le parole-incantesimo, le parole-scongiuro, le parole-enigma, le parole-iterazione e la nominazione fondano questa liturgia che mi sembra debitrice anche della tradizione dei cori tragici greci perché tutto ciò che accade accade nell’articolarsi del discorso, nel suo suggestionante raccontare ed evocare, nel suo continuo tendere a un’oralità e a una figuratività che, appunto, trascendono i limiti del testo. L’immaginazione di chi legge si accende anche perché si pensa ai riti sciamanici raffigurati nelle grotte del Neolitico, alle danses macabres medioevali, a opere come Il settimo sigillo o Anabase di Saint-John Perse, alle performance dell’Odin Teatret o degli attori di Romeo Castellucci…
L’arca della lingua forse perduta o dimenticata e che quindi potrebbe in qualche modo essere chiamata a ri-esistere (sarebbe questa una delle funzioni della poesia, ma senza alcun misticismo né sacralizzazione del dire poetico?) balugina, fragile eppure potente, di pagina in pagina, di tappa in tappa, affrontando minacce e catastrofi, esìli e angosce.

Dalla prima parte Se giuri sull’arca
XI
Nostra Madre è arrugginita nella grotta. Nostra Madre del Grasso, del Ferro. Nostra Madre Pastafrolla. Nostra Madre, l’Arcaterra, Testanulla. C’è qualcosa che passa, qualcosa che striscia. Ossa che scricchiolano, le tue ossa che scricchiolano. Adesso che le stelle collassano una scossa passa loro nell’ombra. Se giuri sul Regno non incroci le dita. Se giuri sul Regno ogni volto è una soglia. Quando il Regno è scoppiato parlavamo del Nulla. Quando l’arca è salpata sognavamo una terra. Le tue ossa che scricchiolano se le stelle collassano. Se l’arca è salpata lo abbiamo detto alle ombre. C’è qualcosa che striscia, Nostra Madre La Serpe. Nostra Madre bruciata sull’arca, Aphinar arenata. I campi che fumano, il nostro corpo è celeste. Se giuri sull’arca sarà il Regno a bruciare. (p. 33)
Dalla seconda parte Sciababàb
I
Parlano, ma come gli uccelli, un dialetto celeste. Il fuoco è acceso e il villaggio più vicino. C’è il pane caldo, l’anice da scaldare insieme al vino. Saranno ricordati in carovana, come in fila per presentarsi al Giudizio, ma nessuno li vede oppure non esistono occhi; jolly d’ombra che frugano nel fogliame, che strisciano, convulsioni nelle province dell’ombra. Nottenati, Cunicoli, come nomi di popoli smilzi, fantasie di popoli scalzi. Smàcchera zan ca tio perēse, ca sa pèrese rubina i scancia. Parlano, ma come uccelli dai becchi mostruosi, dai becchi d’anice, liquidi, smacche zatàn come grumi, come calcoli, un dialetto di reni celesti se tutta la lingua è un’orma, se qualcuno si allontana dal villaggio, viene, se fischia. (p. 37)
II
Chi rotola tra le ortiche, c’è la luna, che oscilla, che ammonisce, alla fine del villaggio c’è un capanno, un campanaro, suona, si riuniscono in piazza, sul sagrato. Ora parlano la lingua delle ortiche, un sortilegio, suggeriscono, fanno un cerchio bianco, cupo, magadàn bē sitru zatàn leppu, ciuffi di muschio, sangue di bestia ma la bestia è piccola e paffuta, mostra i denti, li digrigna, ne faranno una collana, un amuleto per la festa. (p. 38)
III
Un amuleto da scambiare per il vino. Uno balla, maghé magadàn zoi smacche zatàn, sembrano arrivare dalle città di mezzogiorno, città di stelle gialle e muschio, bancarelle per il latte, per le pietre, storie di baratto, di traffici, passaggi. Bagarì, suonano, bagarì tē scūk zàn lané, ma cosa dicono; uno ruota, scalzo, gira, guarda, gira, inciampa, pietre aguzze, per un altro una lunga strada di topazio, nomi incastonati tra le porte e il Nulla, lì l’angelo non passa, lì l’angelo è uno spavento che non fa più paura, Sciababàb, Sciababàb, ballano tutti, è ancora giorno. (p. 39)
IV
Come per dire qualcosa che zaraglia, una sciàcada vischiosa che rangrasta. Scuoiano il maiale, lo spellano, sminuzzano. Un calderone d’ossa, il maiale sembri tu, sembri tu questa mezzaluna sfessata nei libri, la Scrittura che trema se tramandi un salmo, un verso appena. Lo dividono, a ciascuno la sua parte, il fegato agli intrugli, il muso ai vecchi, o ai cani, la lingua a chi ha coraggio e sembri ancora non capire, sembri un incubo. (p. 40)
Dalla terza parte L’Ermeneuta
III
Consultano l’Ermeneuta, ossa di uccelli. Le più fragili, ammucchiate, saranno pestate e sepolte. Con le altre, bruciacchiate, potranno incidere de segni sui corpi: una mano che ha percosso, certe erbe rubate dalle ceste, la memoria, che sembra un animale. (p. 57).