Con “La Nazione dei nazionalisti”, Giuseppe Parlato consegna alla storiografia italiana l’ultima e più matura riflessione su uno dei nodi più controversi della vicenda politico-ideologica dell’Italia contemporanea. La pubblicazione di questo volume, ora segnata dalla sua recente scomparsa (Roma, 2 giugno 2025), assume il valore di una sintesi testamentaria, nella quale confluiscono quarant’anni di ricerca dedicati allo studio della destra italiana in età liberale e fascista. Il libro raccoglie, riorganizzandoli in forma tematicamente coerente, saggi apparsi tra il 1983 e il 2020, con l’aggiunta di un inedito su Carlo Delcroix, figura emblematica del nazionalismo italiano del primo Novecento. L’opera si configura quindi come un consuntivo intellettuale che riflette il rigore metodologico e la chiarezza analitica che hanno sempre contraddistinto la produzione di Parlato.
Al centro dell’indagine si trova la parabola del nazionalismo italiano, dalla sua gestazione nella crisi dello Stato postrisorgimentale fino all’assorbimento, mai del tutto indolore, nel fascismo dopo il 1923. Il lavoro di Parlato si distingue per l’ampiezza della documentazione utilizzata e per la volontà di restituire al fenomeno nazionalista una piena dignità storiografica, emancipandolo da interpretazioni riduttive che lo descrivono esclusivamente come preludio o ancella del fascismo. L’autore sottolinea come il nazionalismo italiano sia stato, prima ancora che movimento politico, un orientamento culturale e simbolico, che trovò nelle élite intellettuali, nella stampa d’opinione e in alcuni ambienti dell’alta burocrazia e dell’esercito il proprio principale terreno di elaborazione.
La ricostruzione prende avvio dal riconoscimento della natura elitaria del nazionalismo, ben distante dalle mobilitazioni di massa che caratterizzarono esperienze analoghe in Germania, Francia e, in misura minore, nei Balcani. Parlato ricostruisce l’osmosi tra conservatorismo monarchico, istanze di potenza coloniale, critica al parlamentarismo e proposta di uno Stato forte, organico e centralizzato. Tra le costanti dell’ideologia nazionalista, egli individua l’espansionismo territoriale, la valorizzazione della “missione” civilizzatrice dell’Italia in Africa, la difesa dello Statuto e delle prerogative regie, nonché una visione economicista dello sviluppo fondata sul protezionismo e sull’intervento pubblico.
L’analisi si concentra in particolare sulla funzione di raccordo esercitata dai nazionalisti tra le istanze conservatrici dell’Italia umbertina e le sperimentazioni autoritarie del primo dopoguerra. In tal senso, Parlato insiste sul ruolo dei nazionalisti nell’articolare un progetto di modernizzazione statuale che, pur muovendosi entro coordinate antidemocratiche, si distingue per una visione organica del rapporto tra economia, politica estera e identità nazionale.
Uno degli elementi di maggiore interesse del volume è rappresentato dalla ricostruzione dei nodi ideologici e delle personalità che animarono il nazionalismo italiano, da Alfredo Rocco a Enrico Corradini, da Luigi Federzoni a Carlo Delcroix. Parlato mette in luce le divergenze interne al movimento, il rapporto ambivalente con il liberalismo conservatore, e soprattutto le tensioni irrisolte con il fascismo, con il quale i nazionalisti condivisero spazi e obiettivi ma mai pienamente la visione rivoluzionaria e totalitaria. Se da un lato contribuirono all’architettura istituzionale del regime attraverso l’apparato legislativo e la cultura giuridica dello Stato fascista, dall’altro mantennero un approccio sostanzialmente statocentrico, diffidente rispetto alle istanze plebiscitarie e socializzanti promosse da Mussolini.
La struttura per saggi, sebbene eterogenea per origine cronologica, è resa coesa da un impianto argomentativo che rispetta una scansione logica e tematica, facilitando la comprensione delle tappe evolutive del nazionalismo italiano e del suo inserimento nel più ampio quadro delle destre europee.
Dal punto di vista metodologico, Parlato adotta un approccio comparativo, seppur con prudenza, facendo emergere peculiarità e affinità del caso italiano rispetto ai contesti continentali. L’attenzione agli strumenti di comunicazione, al ruolo della stampa, alla costruzione del consenso attraverso simboli, miti e riti civili, conferma l’intento di offrire un’indagine non solo politica ma anche culturale del fenomeno. È in questa chiave che il nazionalismo emerge come dispositivo discorsivo, capace di orientare la percezione collettiva della nazione e di modellare le forme della partecipazione e dell’identificazione civica, ben prima che si traducesse in prassi di governo.
La riflessione conclusiva sull’epilogo del nazionalismo, schiacciato tra l’irrompere del totalitarismo fascista e il disfacimento delle strutture monarchiche dopo l’8 settembre 1943, rafforza la tesi secondo cui i nazionalisti non furono semplicemente gregari del fascismo, ma portatori di una visione alternativa dello Stato e della società. L’ambiguità della loro posizione nel regime, sospesa tra collaborazione e disillusione, si riflette nelle biografie e nelle scelte politiche di molti protagonisti, che spesso si trovarono a mediare tra fedeltà istituzionale e realismo politico.
“La Nazione dei nazionalisti” rappresenta, in ultima analisi, un contributo importante non solo per la comprensione del pensiero politico della destra italiana pre-fascista, ma anche per la storiografia sul lungo processo di costruzione dell’identità nazionale. L’opera si segnala per la sua capacità di integrare profili biografici, analisi ideologica e contestualizzazione storica in una narrazione coerente e scientificamente fondata.
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