Su Cotidie una recensione a L’aldilà del mare di Angelo Airò Farulla
AL DI LÀ DELLA FINE E DEL PRINCIPIO. A PROPOSITO DI “L’ALDILÀ DEL MARE” DI ANGELO AIRÒ FARULLA (FALLONE EDITORE, 2023).
Di Fr. Campo

Tutto ciò che la tecnologia permette sarà fatto. Niente può impedire al destino di seguire il proprio corso, si chiami esso progresso o evoluzione.
È questo il cuore attuale dI “L’aldilà del mare” (Fallone Editore), poema in prosa (o prosa in poema?) senz’altro anomalo e perturbante, come scrive Mario Santagostini nella prefazione, ma anche e soprattutto libro antiumanista e antiletterario, se la letteratura è l’arte umanista per eccellenza.
“L’aldilà del mare” è un’opera che appare, tra l’altro, quasi priva di stile, barbaramente giocata com’è sul filo della sprezzatura e del prototipo epico-narrativo, quasi sdegnosamente trascurando ogni comune accordo sulla versificazione e sull’a capo, perché tutta presa dalla tensione apocalittica dei suoi contenuti: dall’attesa perennemente rinnovata e disillusa della fine del mondo e del tutto.
quella fine del mondo sulla quale così tante volte,
nei secoli e nei millenni,
il genere umano s’era interrogato e sbagliato
Un poema, quindi, apparentemente senza tradizione, che potrebbe però, a mio avviso, trovare una linea di contatto con la vocazione poematica tipica della letteratura statunitense, fatta spesso di opere che tendono a dar conto di un’intera società, di un intero mondo, dell’intera Storia, esattamente come avviene qui (e si potrebbero citare, senza tirare in ballo dirette filiazioni né questioni di valore, il ponte di Hart Crane, i cataloghi di Walt Whitman, gli orrori cosmici di H. P. Lovecraft, ma anche, per altri aspetti, “The European Eel” dell’inglese Steve Ely).
Pur nella sua brevità e linearità apparentemente deterministica, “L’aldilà del mare” è un’opera che ha l’ambizione di dire e ricapitolare tutto, dagli oscuri inizi del tempo fino a un futuro già presente, ma del quale si tace.
È lo stesso, improbabile narratore di questa storia a confessare di scrivere dopo la fine del mondo.
Egli scrive una storia di navi veloci che si scontrano con gigantesche meduse preistoriche, di stragi estive di bagnanti in un’isola forse mai davvero esistita (nominata Zanara, come l’ottava, misteriosa isola dell’Arcipelago Toscano), d’ipotesi archeologiche che si spingono ai confini della metafisica.
perché quali segnali dovremmo mai ricevere, noi, da creature
silenziose e innominabili, estinte, o definitivamente inorganiche;
da civiltà risalenti a prima del Big Bang

In un’epoca di disastri accelerati come la presente, di teorie disorganiche e interpretazioni sbeccate della realtà, “L’aldilà del mare” fa proprio l’imperativo poetico in direzione dell’assoluto: indicando il fondo irriducibile dell’esistenza, rivela la tensione comune, a tutti e a ogni cosa, verso il termine dell’esistenza, costi quel che costi.
Un orientamento, questo, che potrebbe richiamare le conclusioni alle quali arrivò Sigmund Freud in “Jenseits des Lustprinzips”, quando spingendosi nella notte dei tempi, immaginando l’origine della vita, azzardò la non inconsistente ipotesi che il primo e ultimo gesto compiuto dalla prima forma di vita comparsa sul pianeta terra fosse stato quello dell’autoannullarsi.
ed ecco allora che queste creature ancora mezze addormentate
cominciarono a risalire verso la superficie e a spezzarsi, a morire,
perché l’antichità dei loro organismi mal resisteva alle continue
sollecitazioni delle propulsioni sottomarine,
così come alle mutate condizioni dei mari,
e allora morirono subito, come quelle mostruosità artificiali che
avea prodotto molto tempo prima un tal Geoffroy Sant-Hilaire,
lavorando sull’incubazione delle uova di gallina,
e i filamenti e i tentacoli furono i primi a separarsi dai corpi
e a vagare nel mare, alla deriva, fino a raggiungere le coste