Mercoledì 26 Febbraio 2020 – Su L’isola della musica italiana recensione a Drammaturgia degli invissuti a cura di Andrea Podestà

Alla fine degli anni Ottanta un illustre psicanalista junghiano, Peter Schellenbaum, diede alle stampe un importante libro dal titolo emblematico: La ferita dei non amati. Un saggio in cui si ricostruiva la dinamica interiore – data da ferite che arrivano da molto lontano – della richiesta inappagata di un bisogno di amore profondo. Mi ha riportato alla mente questo prezioso testo l’altrettanto prezioso libro di Giuseppe Cristaldi e Oliviero Malaspina Drammaturgia degli invissuti (Fallone Editore). Se nel primo si parlava di ferite inconsce, nel secondo si parla di drammaturgia (la capacità di scrivere e descrivere drammi), se là si raccontava di esseri umani non amati qui – tramite efficace neologismo – si parla di esseri umani invissuti. Intendiamoci, siamo di fronte a due testi affatto diversi, da una parte il saggio psicanalitico dall’altra il racconto letterario. Ma il parallelismo forse non è poi così azzardato, perché le vite invissute di cui ci parlano i due autori italiani presuppongono non tanto l’assenza di amore quanto l’assenza del vero Amore, quello che la Vita (anche attraverso la scelta politica di chi ci governa!) dovrebbe garantire a tutti.

Già la vita… sono vite ai margini quelle qui descritte. Vite spesso lontanissime dal benessere – più o meno reale – e rassicurante della borghesia. Non che poi i personaggi non appartengano anche a quella classe sociale, solo che ne sono poi spinti inesorabilmente ai margini. Sono ragazze vendute e fatte prostituire dai loro padri; sono operai malati terminali di tumori (cancri causati da quello stesso lavoro che doveva loro garantire una vita dignitosa); sono poliziotti morti nell’esercizio delle loro funzioni, mentre fanno da scorta a qualche giudice. Un racconto – diviso in tanti racconti – che si snoda da nord a sud dell’Italia (da Milano a Brindisi). Un racconto che quindi ci racconta anche quello che è diventato questo paese. Perchè se è vero che l’intento di Cristaldi e Malaspina è quello di scandagliare il dolore personale e intimo dei personaggi, alla fine la loro Drammaturgia degli invissuti diviene – in filigrana – anche un potentissimo pamphlet politico e sociale contro l’attuale Italia.

Davvero interessante è il metodo di lavoro. Ogni racconto – scritto da Cristaldi – viene introdotto da una composizione in versi di Malaspina. Se tale termine si potesse usare per un’opera letteraria, ci azzarderemo a dire che quello che prevale è una visione olistica del tutto. Perché se è vero che i testi possono anche essere letti separatamente, è nella lettura del tutto che trovano la loro piena realizzazione.

Malaspina – già ottimo cantautore, coautore e collaboratore di Fabrizio e Cristiano De André – alterna momenti di poesia-narrativa a versi che potrebbero benissimo essere cantati, quasi fossero – appunto – testi di canzone. Insomma, un versificare alle volte molto prosaico alle volte intensamente lirico. Qualcosa di simile accade con i testi di Cristaldi (già autore con Cristiano De André del volume La versione di C.), ora violentemente crudi (penso all’insistenza del turpiloquio) altre volte straordinariamente poetici. Cristaldi e Malaspina ci gettano fin da subito nel bel mezzo dell’azione (in medias res), qualcosa – di tragico – è accaduto o sta per accadere. Il lettore è spiazzato perché non sa di cosa si stia parlando. Ma lo sa benissimo il narratore – quasi sempre interno – che interloquisce con il lettore stesso o con un altro personaggio. È una tecnica efficacissima che ci fa restare attaccati alle pagine. Ma molti sono gli espedienti che i due sapientemente sanno usare, come l’alternarsi senza soluzione di continuità di un registro alto e di uno basso, come la creazione di neologismi di solito ottenuti con crasi (“rimaremare verso l’alto”; “viaggia nell’Africa fammirisorgere”), come le frasi apodittiche (“Il mondo è un maiale. Del mondo non si butta niente”; “Ogni volta che piange un vecchio si strascica indietro la vita, fino all’infanzia”).

Un libro, insomma, che merita attenzione e che dimostra come in Italia esiste ancora una grande scuola narrativa e poetica. Meriterebbe più attenzione. Proprio come la vita dei personaggi che qui Cristaldi e Malaspina mettono in scena… quanto meno per consegnare quella goccia di splendore che la vita (e la sete di potere e di guadagno) non ha concesso loro. 

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