Sabato 17 Maggio 2025 – Assalti di Marco Maraldi su Via Lepsius

Su Via Lepsius Antonio Devicienti scrive di Assalti di Marco Maraldi

 

Gli assalti di Marco Maraldi, le vene e le arterie della poesia

Non sono affatto tra coloro che inneggiano alla cosiddetta “giovane poesia” presi per un verso dalle seduzioni del “mercato” che sembrerebbe prediligere proprio i giovani poeti e scrittori, dall’altro da un pregiudizio che vede nei giovani poeti e scrittori l’avanguardia dell’avvenire – dirò un’ovvietà (ma che in sede di scelte editoriali e in sede critica ovvietà non è più se si guarda alla cosa con onestà intellettuale), però gli unici valori che dovrebbero contare sono la validità stilistica e inventiva del singolo lavoro in poesia e, per ogni autore, il ripetersi e il confermarsi di tali valori nel corso del tempo. 

Prendo allora in considerazione Assalti (Fallone Editore, Taranto 2025) di Marco Maraldi il quale, insieme con un agguerrito manipolo di altri autori non a caso pubblicati dalla medesima Casa Editrice, condivide l’idea di una scrittura in poesia che è orgoglioso e puntiglioso rifiuto di ogni forma sciatta, banale e banalizzante della lingua e del suo semplificatorio sistema connotativo e denotativo – ogni testo del libro è infatti un assalto che tenta di attuare un’idea di scrittura in poesia (e, quindi, di lingua) che inveri l’esergo con cui il libro di apre: «C’è una lingua che non può parlare, / infatti vuole solo accadere» (p. 17) – scrivendo questi due versi Maraldi non lascia adito a dubbi fin dalla soglia del suo libro, egli avvia cioè una liturgia della lingua che, bisognosa di una propria peculiare retorica, si sviluppa proprio per assalti della dizione e del pensiero che tramite la dizione si esprime: «[…] / Hai scelto il dio della sconfitta / e sei caduto. / Dio della sconfitta, io / ti ho voluto ti ho / sempre voluto / perché non so parlare» (p. 21) e nel paradosso della sconfitta, del votarsi a un dio della sconfitta Maraldi raccoglie nelle sue mani scriventi il dolore e anche l’orgoglio di uno scrivere in poesia tutt’altro che facile e consolatorio.

II

Le tempie rimangono lì,
siderali; da lì sei sceso come il balsamo 
di un'altra età, chiodo fisso
senza fissa dimora
chiodo fisso del giglio di questa penombra.
"Sei nato riconsegnato"
- tutto questo passa
tutto questo è in te
ma non per te.
(p. 28)

 In Assalti si profila cioè la convinzione che la lingua, per accadere, abiti lo scrivente e, nel contempo, lo trascenda ignorandone la soggettività: chi scrive in poesia si consegna alla lingua per attuarla, non per affermare sé stesso né la propria storia individuale.

«Lo stigma del fiore nero», il «calligramma della cenere», «l’istanza delle vene perché io / non so parlare dove / non mi tagli la gola» (da Hai custodito l’offerta, p. 29) sono tutte tracce di un procedere, umile ed entusiasta, nell’accadere della lingua nel quale la parola sangue e il suo portato reale e concettuale di vita, slancio, energia, ma anche di morte, dissipazione, violenza ha occorrenze di cruciale significanza:

VII

Tenere nel sangue il grido del lupo – potessi solo respirare, dentro di me, 
l'assemblea delle fauci. "Ritorneremo": ci sarà un tempio per sporcarci le vene. 
(p. 33)

Gola e sangue, sangue e vene, grido e respiro: non è affatto casuale che tutta quest’area semantica segni Assalti come una consegna, un destino, un urgente appello. «[…] il sangue / non è mai stato tuo» scrive Maraldi a p. 35 (e a pagina 45: «[…] le arterie non ci appartengono»), ma l’entità fisiologica e simbolica del sangue caratterizza la scrittura di questo libro dimostrando quanto la poesia sia, qui, l’accadere non di una recita in maschera da poeta, ma dello stesso esistere-in-poesia: «[…] / Ascolta: sei un pensiero che dagli occhi sale fino alla saliva del cervello. “Sei stato scelto”: un segreto dall’inchiostro a te generato – solo così sarai chiamato vivente. Fra di te e la pelle una febbre suprema. […]» (p. 36); «Ma non si tratta con le visioni: il tuo parlare sia costato aperto» (p. 39).

 Il tu è, contemporaneamente, sdoppiamento dell’io (il monologo si fa dialogo con sé stesso) e oggetto dell’appello destinale che la lingua emette; mi spingerei anche a ipotizzare l’esercitarsi di una forte suggestione derivante dal Memoriale di Angela da Foligno studiato e commentato da Maraldi in un saggio pubblicato sulla Rivista di letteratura religiosa italiana nel 2023, per cui è la lingua-mistero, la lingua-enigma, la lingua-chiamante a dispiegare i suoi assalti e l’io è e accetta d’essere recipiente e spazio che restituisce, in forma di scrittura in poesia, la voce della lingua.

Certo «Puoi ricevere solo da me / cerca la carne nel / legno dimmi se / mi vedi» (p. 41), ma «Non rovinare il mio pensiero candido / in questa ridda di parole uncinate» (p. 43) ed è qui, in questa delicatissima fessura del dire e dello scrivere che interviene l’arte del poeta capace di mantenersi fedele al proprio mandato e, anche, di non tradirlo, di non traviarlo, di non snaturarlo.

XX

Non è per questo. Sapevamo soltanto che dobbiamo esserci. 
Benedici questo sangue magnetico che ti comanda; custodisci il fiore dell'origine. 
Tutto approda al proprio centro, elegante e violento. 
Non c'è fede oltre l'amore, nessun amore oltre queste vene.
(p. 48)

«Il terribile della scrittura discende dalla sua prossimità iniziale all’emorragia e all’arma bianca, coltello intemerato nella carne dell’uomo» scrive Maraldi proprio all’inizio delle due pagine e mezzo che, Nota dell’autore (Un corpo per delle voci), chiudono il libro. Lorenzo Chiuchiù apre viceversa Assalti con la sua Prefazione (Anatomia del verbo) e si capisce bene come l’autore di, tra l’altro, Esecuzione dell’ultimo giorno comprenda perfettamente «la furia visionaria di Marco Maraldi» (p. I), il suo slancio di ascendenza platonica, da parte mia azzarderei anche l’ispirazione bruniana erivante dagli heroici furori e un’inarresa testarda opposizione a tutto quanto, nel fare in poesia di questi anni, è mimesi del reale, banalizzazione del registro linguistico, sciatteria compositiva e sintattica.

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