Sabato 30 Novembre 2019 – Su La presenza di Èrato recensione a Viaggio salvatico di Gianpaolo G. Mastropasqua a cura Gabriella Cinti

Su La presenza di Èrato recensione a Viaggio salvatico di Gianpaolo G. Mastropasqua a cura Gabriella Cinti 

IL DIVENIRE SCIAMANICO NEGLI ORACOLI IGNEI DI GIANPAOLO MASTROPASQUA: VIAGGIO SALVATICO  (Editore Fallone, Taranto, 2018, Collana Il drago verde diretta da Michelangelo Zizzi, Prefazione di Giuseppe Conte)

L’opera di Gianpaolo Mastropasqua si presenta come una cavalcata gnoseologica all’interno di una cosmogonia originaria, dove è il logos carneo, vociante e pensante a essere demiurgo uroborico di un perenne divenire, in cui il proton domina e occhieggia arcaico, astrale e tellurico, fin nelle più vicine propaggini temporali.

Tuttavia, l’afflato nostalgico e aurorale è connotato ossimoricamente da una percezione di irrimediabile perdita, o di recupero di tale aurorale autenticità solo nella dimensione della pazzia, negli stati crepuscolari di coscienza, o nell’arcano di una musica primordiale, nella “madornale voce” che rifondi il mondo, in un oceano abissale prebabelico.

Una Tetide in cui sprofondare per riconoscersi “infanzia terrestre di una civiltà sommersa”, quando “l’alfabeto privato disse musica intraducibile”. 
Epigono di un’età dell’oro dell’Origine, il poeta testimonia fino al martirio l’adesione animica al Sogno primo, pur nel divaricato discrimine di immedicabile distanza da quel paradeisos, della presente distruzione.

Perché il sonno plumbeo del presente offusca l’anelito a quella verità primeva che abitava nell’indistinto ancestrale, in un indifferenziato e brulicante essere dell’inizio – la terra promessa dell’Autenticità – cui non si può più approdare, anzi si può solo sfiorare a volo radente, quantico e oracolare o nella sapienza sciamanica della visione profonda, della magia simpatica che scorre tra gli elementi della natura, un vento magico e creaturale, animato dalla poesia.

Più che “scrittura” nel senso disincarnato che siamo portati a intendere oggi -immemori della pregnanza etimologica “corporea” del termine – nei versi di Gianpaolo Mastropasqua leggiamo e “vediamo” incisioni rupestri sulle pareti dell’essere, graffiti poderosi di bisonti e sogni lanciati a velocità mentale siderale, scalpitanti nel bianco ossimorico della pagina.

La parola duetta carsicamente con paesaggi lunari, megalitici e rupestri, abbraccia le ossa della terra in una scabra e struggente pietas, mentre un singolare, infuocato, animismo legge il mondo tutto in chiave sciamanica, la natura come un prodigio di cui accogliere i cifrati messaggi: “Nel ventre delle querce una mappa cosmica /insegna la distanza degli insetti”, “l’albero è una cellula che sorride, eternamente, ruota le braccia come pianeti.” La “dendrosofia” di Mastropasqua ci immette nel cuore segreto delle cose, nell’anima vegetale che distilla linfa di sapienza nell’umano.

Un originale titanismo – quello delle sue geniali “ farfalle da guerra” – scorre come nutrimento incessante e prometeico: “Sarà l’assalto agli angeli, il rito estremo, /la cattura degli dèi, la lotta inumana.”, vincente anche nello scacco, per questo farsi prodigio del poeta, il suo “fiorire nella traccia di un mondo estinto”, raddrizzare “la clessidra terrestre […] capovolta”, rinascere dionisiacamente dal soffocamento entropico.

Perché il poeta convoca origini e pensiero, il cuore – e la carne – delle cose e una lingua risorta dopo la camera iperbarica della “anatomia del silenzio” in cui si era immerso, a sfilare a capicollo per noi per inseguirli sul filo radente di metafore fresche e complesse al contempo, fatte urtare le une contro le altre, in una demiurgica esplosione sismica, a mutare l’assetto del mondo, i suoi volti, anche quando sembra troppo tardi.

E la metafora, appunto, si mostra come potente diffrazione ontologica, scarto continuo in fuga disperata e vitalissima, corporea e spirituale, verso il nucleo segreto, impronunciabile e sotteso a questo brulicante pensiero poetico, quasi filmico perché densamente immaginifico.

Pro-vocazione di visione perché la visione vera è sempre occultata, si sfrangia nel moltiplicarsi dionisiaco della vita, nel teatro fosforescente del poeta. Ricerca del vero, del nome, della parola che afferri il mondo e lo ribalti come zolla per cerchiare con “occhio di bue” dell’inchiostro poetico, il set incandescente dell’anima.

Di fronte a questa “eversiva” poesia, più che capire, si può capère, essere presi, afferrati, tarantati da tale emozionalità pensante, dispiegata in interrogativi al galoppo, pirofanici come molte apparizioni, eteree o carnose, che tempestano l’andamento tumultuoso del testo, certi di un dono di salvezza che lampeggia tra i versi, come le stelle balenanti, dagli “occhi cadenti” che elargiscono bellezza alla notte. Quella bellezza che è compagna di vita del poeta, gli “cammina accanto” appunto, nella forma “sulfurea” de “i paradisi perduti” , nell’ “esattezza del cristallo e della fiamma” o ne “la meraviglia che attraversa il fuoco e ritorna a casa”: un radar edenico che lo pilota nel labirinto del mondo.

Perché non dimentichiamo che si tratta di un “viaggio”, o propriamente viaticum, letteralmente, “tutto ciò che il viaggiatore porta con sé”, la tensione della “spinta” che lo porti a “varcare” “i futuri”, o l’oltre, in senso ancor più espanso. Perché di cammino anche temporale si tratta, cortocircuitante come le vibrazioni corpuscolari della lingua di Mastropasqua, tuffandosi nelle radici umane, storiche, protostoriche o aeree cosmologiche o esplorando il mondo ctonio da viandante labirintico (“un labirinto sotterraneo per i mie amati viaggi) o silurandosi in decolli fantafuturibili.

E la cifra espressiva permette questo incontro-scontro tra il possibile e l’impossibile, che eraclitianamente convivono in lui, grazie ad un lessico “elettrico”, ossidrico e vulcanico, magnetico e trapezista, ma non per mero funambolismo verbale, bensì per una energheia ardente, intramontabile come l’abbagliante Notte orfica.

Parole, quelle di Mastropasqua che afferrano il pensiero come una presa di arti marziali, condensate come una rutilante pila voltaica, prodotti squisitamente alchemici che, detonatori di idee ed emozioni, agguantano anche il lettore nella stessa potente cattura e generano un’intensificazione vitale di irripetibile intensità: il più grande dono della poesia e dell’arte.

Rivoluzionario e incandescente è lo stupore del poeta, in grado di far risorgere i suoni della “bocca preistorica”, nella “lingua incendio” che riscatta l’insignificanza del degrado espressivo contemporaneo in lucenti “farfalle fonetiche”, librate nell’aria di una poesia che riscrive la lingua e rigenera la vita, restituendo sostanza vivificante anche al tempo, al “colabrodo degli anni trascorsi”.

Sono stigmate di fuoco salvifico, di una palingenesi caustica, che sceglie la forma vorticosa e sferzante del tumulto, del volo estremo della nominazione orfica e vaticinante, “per insegnare alle piume lo stesso alfabeto / del fuoco, con la stessa voce moresca /delle origini, per lanciare il battesimo /della stirpe”, “per un parto di grammatiche solari”.

Un libro fiammante di profezia, che si legge con l’anima in gola tesa fino all’ustione estetica che deflagra quando l’agnizione catturante permette sulfuree identificazioni in quella “vita ansimante, corallina/ che murena dal nero, sfreccia, brama, nella fornace/” della vita disvelata per fiammeggianti apocalissi spaziotemporali in una sinfonia lavica scatenata che all’intorpidito lettore contemporaneo, tolga il fiato o finalmente gli restituisca un più primordiale, autentico e organicamente sapiente, “salvatico” alito di noumenica psyché.

Gabriella Cinti