Su Cotidie Marco Gelli scrive de L’aldilà del mare di Angelo Airò Farulla.
Angelo Airò Farulla ha scritto, con “L’aldilà del mare” (Fallone, Taranto, 2023), un’opera visionaria e spiazzante, un poema filosofico che si immerge nelle profondità dell’esistenza, interrogando le fondamenta stesse della condizione umana: non è un viaggio alla ricerca di risposte, ma un attraversamento di abissi interiori, dove il mare è un simbolo di ricerca, di un “oltre” che non offre né salvezza né consolazione.
La premessa del libro è radicale: l’Universo stesso è un’entità che si mutila in continuazione, impegnata in una ricerca autolesionista che non ha né scopo né mandante. È una tensione senza fine, eterna perché mai iniziata e destinata a essere incompiuta.
In questa visione cupa e nichilista, l’esistenza diventa un paradosso: la partenza coincide con l’approdo, e la distinzione tra viaggio e meta svanisce in un continuo gioco di specchi.
Airò Farulla descrive l’umanità come meduse alla deriva, sollevate dalle profondità insondabili dell’inconscio, che si dimenano in una danza disperata mentre bruciano tra le onde.
È l’illusione del controllo che ci fa urlare e lottare, ma alla fine, non siamo altro che la lama del rasoio con cui Dio decide di tagliarsi i polsi.
Il viaggio oltre il mare si rivela quindi una fuga insensata: un’illusione di un’estate eterna, desiderata e bramata, che si trasforma in un incubo di sovrabbondanza.
Non c’è nulla di consolatorio nell’idea di un “oltre”; qualsiasi verità ci attenda non farà che risvegliare orrori senza fine.
È la ricerca stessa, non la meta, a essere priva di senso: un moto incessante verso l’estinzione ciclica che caratterizza l’Universo.
Lo stile di Airò Farulla è un caleidoscopio di linguaggi: scientifico e poetico, arcaico e pop, intrecciati in un mosaico di riferimenti storici, geografici e religiosi. Le parole sono selezionate con cura, creando un ritmo ipnotico che trascina il lettore in un vortice di immagini perturbanti.
Le descrizioni della nave di color limpido elettro nel suo parossistico andirivieni tra un promontorio e un’isola, evocano una metafora dell’umanità stessa: una presenza che risveglia creature dall’abisso, antiche e amorfe, che divora tutto ciò che chiamiamo vita.
Il poema di Airò Farulla suggerisce che la nostra esistenza è solo un’eco di cicliche estinzioni cosmiche: l’umanità non è la causa della fine, ma il mezzo con cui l’Universo porta a compimento la propria agonia. Non c’è colpa da espiare, solo un perpetuo ricadere nel nulla, un dirupo che si spalanca di fronte a chi cerca di dare un senso alla vita.
“L’aldilà del mare” è un’opera che scuote, che non offre appigli né certezze, ma che proprio in questa spietata onestà trova la sua forza.
Airò Farulla costringe il lettore a confrontarsi con il vuoto e il senso di annichilimento che permea ogni tentativo di dare significato all’esistenza. È una lettura per chi non teme di immergersi nell’abisso, dove ogni risposta si sgretola e lascia spazio a nuove domande, più profonde e inquietanti: Dove stiamo andando? Da dove proveniamo? Perché esistiamo? Esistiamo davvero?
