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♦ 11 Novembre 2018 – intervista a Gianpaolo G. Mastropasqua su l’obiettivo.it a cura di Lorena Liberatore

Il viaggio salvatico di Gianpaolo Mastropasqua: la ‘potenza musicale epica’ che si traduce in poesia

 

♦ 21 Agosto 2018 – recensione a Viaggio salvatico di Gianpaolo Mastropasqua su corrieresalentino.it a cura di Alessandra Peluso

 

Di salvezza o di perdizione il viaggio? Un dubbio da porsi, leggendo “Viaggio salvatico” di Gianpaolo G. Mastropasqua, pubblicato da Fallone Editore, all’interno della collana diretta da Michelangelo Zizzi, “Il Drago Verde”. Sezione questa dedicata ai migliori poeti contemporanei.È  l’aristocrazia della poesia e del suo essere radice, scrive Zizzi, e conoscendo la poesia di Mastropasqua si può certamente annoverarlo tra i migliori poeti del momento.

Geniale, creativo, folle, incline al dubbio solo per arrovellare quell’attimo che diventa certezza, selvatica. Gianpaolo Mastropasqua è innamorato del selvatico, lo segue, insegue, ci vive con tutta la sua primitiva anima. Si viaggia nel libro e tra i versi ci si arrampica, si emerge, e si pesca in solitaria solitudine.

La silloge si apre e si chiude con un coro, in similitudine con la tragedia greca, la poesia assume peculiarità da origine del mondo, un ‘Eden’ distorto, immagini nitide di atmosfere che tentano il salto, superando il metafisico. Una terminologia ricercata, il libro di Mastropasqua “è un palcoscenico cosmico, uno spettacolo metamorfico di chi diviene corteccia e carta, poi falena, infine una pagina di cenere con due occhi di foglia”; questo scrive Giuseppe Conte nella prefazione.

E infatti, si legge: “L’antico ragazzo fiutò la piazza per correre / incanalò il palo di folla e impallidì/ tutti erano rimasti indietro accecati: / cominciò a muovere i pedali come petali / ora a folle, ora dosando il gas con mestiere, / quando superò le case e afferrò l’arrivederci” (p. 25); e ancora: “Cava ombra era la madre privata / assassinata a pochi passi dal cuore / un sorriso nero e bellissimo, una fenditura / per intravedere le farfalle fonetiche” (p. 46). La singolarità dei versi costruiti ad arte concorrono a viaggiare, non certo seduti comodi in prima classe, ma col fiato sospeso e a piedi scalzi, con l’attesa di un imprevisto che sparigli il già visto. Inoltre, il viaggio è della mente alle volte sedata altre in preda a spasmi famelici: caratteristiche che Mastropasqua conosce bene come psichiatra. All’arguta parola, l’incipit della musica e il ritmo svelano al lettore l’andamento da seguire. Ci si muove con un adagio limbico, un allegro variabile, sino a seguire le pavane; e allora, danzando si giunge ad una destinazione, sempre provvisoria.

Viaggio salvatico” di Gianpaolo G. Mastropasqua è il tutto, ma anche il contrario, è la vita alla quale lo stesso chiede di fermarsi: “Vita stai ferma e sorseggia la vita / dormi nella lurida veglia degli elementi / ora che tutto migra nella cava frescura / ora che il verbo ritorna alle montagne / … / vita stai ferma e sorseggia vita” (p. 94).

Non è opportuno tenere confronti, forse, ma balena nella mente il modo articolato e puntiglioso di scrivere poesia alla maniera di Antonio Verri, sebbene risuonino le atmosfere calde e asfissianti sud americane, volteggiando poi, si giunge a Dario Bellezza e “la frittata è fatta”, scrive Bellezza riferendosi all’amore ed è tutto qui, nell’amore, nell’incontro tra sguardi, nello smarrirsi e ritrovarsi, è proprio qui che si incontra la poesia di Mastropasqua, nel “Viaggio salvatico” senza fine.

 

 

Parole e libri: “Viaggio salvatico” di Gianpaolo G. Mastropasqua

 

♦ Marzo 2018 – Poesia n.335 (Ed. Crocetti, Milano) – recensione a Luogo del sigillo di Alfonso Guida a cura di Luigi Beneduci

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

♦ 15 Febbraio 2018 – PENS: Poesia Contemporanea e Nuove Scritture – recensione a Luogo del sigillo di Alfonso Guida a cura di Alessio Paiano:

Passione e lucidità in «Luogo del Sigillo» di Alfonso Guida

Scritto da Alessio Paiano 

Proporre un commento a Luogo del sigillo (Fallone Editore, collana “Il Drago Verde”, 2017), ultima raccolta di Alfonso Guida, vuol dire imporsi alcune esigenze di metodo: la più urgente sarà quella di non considerare il dato biografico come principale elemento ermeneutico; allo stesso tempo un’operazione di ‘insabbiamento’ del periodo di ricovero vissuto da Guida nell’ospedale psichiatrico di Policoro, sarebbe, anch’esso, un imperdonabile errore di superficialità, ma il centro dell’indagine deve rimanere, in ogni caso, la poesia. Così scrive Michelangelo Zizzi nella Prefazione: «Alfonso Guida è la vendetta della poesia sulla biografia»,[1] invitando il lettore a considerare il momento della scrittura come ‘atto’, o tentativo, di riformulazione dell’esperienza.

Da ciò ne deriva una peculiare ‘lucidità’ con cui Guida tenta, in un’insistente nominazione, di condensare nella parola la sua esperienza; ciò si registra soprattutto nella prima metà del libro, mediante la descrizione di vari elementi paesaggistici, da cui fuoriesce una fitta catalogazione botanica; a questa indagine silenziosa si oppone l’esperienza dolorosa, seppur esaltata nella sua cruda umanità, degli altri soggetti che popolano l’ospedale. Per questo la scrittura poetica, che è in primis esercizio di isolamento, consente al poeta uno sguardo consapevole sul reale, che possa tracciare un particolare limes mentale; come ha scritto Enrica Fallone, «in netta contrapposizione all’elogio tutto postmoderno della follia» e, secondo Michelangelo Zizzi, «non aderendo al copione del poeta malato e solitario»[2], la poesia di Guida ne evidenzia invece «la lucidità del chirurgo e l’indifferenza del cronista»[3].

Se Luogo del Sigillo è stato accostato all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters per «la sequenza dei ritratti umanissimi e tragici»[4], bisogna considerare un dato fondante: la voce narrante nell’Antologia è costituita dagli stessi personaggi che, rivolgendosi agli altri abitanti del villaggio, instaurano un particolare rapporto dialogico con il lettore; tutta la costruzione del poema permette all’autore di condannare e giudicare la «piccola America», una «formicolante commedia umana»[5], secondo Pavese, dove l’autore pare «sottintendere una stoica indignazione, un appello a una possibile più vera coscienza umana»[6].

In Luogo del Sigillo la scrittura opera, invece, come ricostruzione poetica in prima persona, esclusivamente a stretto contatto con la realtà, e all’interno di un dualismo narrativo che, se consideriamo l’opera nella sua totalità, appare anche strutturale: alla prima metà del libro, incentrata sull’incanto, a volte addirittura ‘paradisiaco’, della natura, segue una seconda parte sull’’infernale’ situazione dei ‘dannati’. Tra questi due poli il poeta pare cercare una distanza, in un personale spazio ‘limbico’, dopo aver compreso l’inutilità sia dell’indagine analitica «nei labirinti» della mente umana (l’Inferno), sia del passare del tempo e della «porca stagione» (l’’inganno’ leopardiano della natura); non aspettarsi nulla, quindi, neanche dalla scrittura, scrive Guida, «un pigro viaggio tra realtà infagottate»:

 

[…] Ci hanno messo una

 

croce d’olio in gola. Abbiamo indagato

 

nei labirinti le presenze umane

 

dovuti agli uragani della specie.

 

Nulla ne è uscito. Solo un pigro viaggio

 

tra realtà infagottate: un libro, le iridi

 

vuote, una porca stagione, l’eccetera

 

del male che strofina le tue guance. (p. 35)

In Luogo del Sigillo, agli antipodi della recitazione declamatoria e teatrale di Spoon River, pur accennando a una coralità nelle sporadiche intromissioni degli ‘abitanti’ di Policoro (in corsivo nel testo), non si instaura mai un totale distacco tra il poeta e le altre voci; quest’ultime appaiono come rivelazioni quasi epifaniche dell’Io-lirico, soprattutto analizzandone la continuità di stile: «[…] Decompongo io il fastidioso/ dramma del centenario che ancora mi/ vive nel grembo – dice questo e sgraffia/ la pelle delle braccia, vaneggiante,/ come una cripta» (p. 54). Né potrebbe essere diversamente considerando che la scrittura di Guida è caratterizzata da una preziosa cura formale e lessicale: il verso, costruito rigorosamente sull’endecasillabo, presenta un ritmo fluido, ma allo stesso tempo ‘zoppicante’, con la presenza di improvvise e insistenti frasi minime: «[…] Era enfatica. E l’enfasi del/ dramma tramutava in idillio il giorno/ col sole e le rondinelle avvinghiate ai/ lampioni. Non capivo. Ora nei suoi nervi c’era l’ombra terrestre dei fatti» (p. 40). Uno stile, secondo Zizzi, che pur presentandosi come «prosa descrittiva», rimane «senza intreccio» e caratterizzato da «l’inusuale scarsità della metafora e la preferenza metonimica»[7].

A questi personaggi il poeta dedica quasi la metà delle poesie di Luogo del Sigillo, in cui si struttura un rapporto solidale e partecipe a un «pianto comune» (p. 33), che può trasparire anche dall’attenzione verso dettagli umilissimi, come i ‘sandali’ di uno dei personaggi: «[…]Francolino infuocato/ nei tuoi ventunanni il pensiero cede/ la verticalità dei morti all’eco/ di un sorriso e lì dentro, nei gorghi, mi/ cresce forte la pietà dei tuoi sandali» (p. 29). L’immagine dei ‘sandali’ è uno dei vari elementi nel libro che rimandano alla figura di Cristo, citato già dalle prime pagine; al tema della Passionee del «martirio» (p. 4) Guida associa se stesso e gli uomini di Luogo del Sigillo: «ma noi non siamo altro/ che un Cristo miserando» (ibidem), oppure «Torremozza è il primo chiodo che sento/ parlarmi a notte, un chiodo conficcato/ nella nuca, strappato da una croce/ nel cui legno la primavera sboccia» e, nella stessa poesia, «il tempo/ passa leggero e il sonno stanco è pieno/ di fantasmi e non baciamo il Getsemani» (p. 5); in un’altra poesia alla luminosità ‘scarnificante’ della luce si contrappone la consapevolezza che «[…] torneranno/ le spine a farci girotondo» (p. 28; ricordiamo anche l’immagine della «croce d’olio in gola» nei versi citati sopra). La fede non è considerata solo come elemento simbolico e ‘mitico’, ma ricorre frequentemente nei versi più descrittivi, esacerbandone l’aspetto drammatico e patetico: «[…] Dicevano/ fosse una demente religiosa, la/ croce, le immagini dei santi, un mite/ rosario maggengo» (p. 31), oppure «[…] Era il tuo giardino di pesche, Rocchino, la chitarra, era il tuo cielo/ fatta fede, sei scomparso per sempre» (p. 41).

Tuttavia l’esperienza collettiva del ricovero, pur assumendo i connotati di un «pianto comune», non diviene mai il vero nucleo tematico del libro; in primo piano rimane sempre lo sguardo del poeta, e i componimenti più densi sembrano proprio quelli della prima metà, dove si concentrano le descrizioni poetiche, fortemente visive, dell’ambiente e della vegetazione in particolare; si susseguono «le zagare appena/ spuntate sotto l’ombrello di rafia,/ l’ombrello coricato in mezzo al campo, gli aranceti smessi» (p. 22), «la crescita furente dell’ibisco» (p. 23), «la cecità incandescente e forastica/ di una vigna» (p. 24). Elementi che possono intervenire nel testo per stabilire un contatto con altri autori, come accade con il «melograno» nella poesia dedicata ad Amelia Rosselli, tra le primissime fonti di ispirazione (insieme a Celan) di Guida: «Ora che un melograno cresce sulla/ tua pietra, io poso la guancia sull’erba,/ sento vicino il rumore fragrante/ dei tuoi steli» (p. 2); la stessa immagine, in chiave decisamente più violenta, ricorre in Amelia Rosselli: «Confìdati/ presto perché sembri, tutt’ora un accecamento/ periglioso nel tuo, disfacendo la melagrana,/ armonico prospetto: unghia uguale alla/ carne se non ti spari» (da Serie Ospedaliera[8]); l’accostamento pare più evidente considerando il riferimento alla ‘chiusura’ del poeta in se stesso, che in Guida avviene nell’atto fisico di ‘posare’ la guancia sul terreno, mentre in Rosselli appare nella condizione di ‘accecamento’ di chi non riesce a guardare oltre stesso. Se Amelia Rosselli avrebbe poi sancito una totale resa nella raccolta Documento, con la desolante constatazione: «Cara vita che mi sei andata perduta/ con te avrei fatto faville se solo tu/ non fosti andata perduta»[9], l’incipit di Luogo del Sigillo tuona così: «Non avrai niente. Solo un po’ di cielo,/ la quieta solitudine dei vetri» (p. 1); ma interrogando se stesso con questi versi, nella stessa poesia, Guida non vuole arrendersi a una chiusura totale, né decretare immediatamente la sua sconfitta:

[…] stai fermo

 

proprio adesso che la pioggia ha sfiorato

 

la tua testa e il Nulla, tra le ossa nere

 

dei fiori morti, indietreggia, oscurando

 

la tua storia, i tuoi giorni, è questo che vuoi? (p. 1)

Luogo del Sigillo si configura, infatti, già dal suo titolo, come poesia del ‘dentro-fuori’, in cui si alterna l’esperienza personale del poeta alle lucide, e a volte terribili, descrizioni degli altri pazienti; ma il limes, oltre che mentale, è anche fisico, e si instaura una tensione percepita sia dal poeta che dagli altri verso il ‘mondo’ che è al di là dell’ospedale di Policoro. Questa condizione assume i contorni di un’epica prigionia, in cui si nomina una misteriosa figura del «custode» (p. 32), mentre le infermiere sono «le Orche che chiamano/ per nome il nostro sonnifero amaro,/ gigante – bisogna tornare, il cibo/ le tazze, l’ossessione del confine» (p. 42).

L’«ossessione del confine» è il risveglio della consapevolezza di un mondo ‘fuori’, che può diventare ‘tragedia’ per uno dei ricoverati, ritratto al pari di uno stoico greco quando dichiara: «Ovunque, proprio ovunque/ sorge la mia patria, e lo dice, amaro,/ non rassegnato, un pianto trattenuto,/ sa che non tornerà mai più a Torino» (p. 44). Ogni tentativo di superare il confine pare impraticabile, e il ricovero adesso assume davvero i connotati di una prigionia, di una libertà negata:

Siamo giunti fino ai cancelli dove

 

tre guardiani baffuti e circospetti

 

ci hanno fatto cenno di tornare oltre

 

la faggeta che avevamo lasciato

 

prima di avventurarci nel giardino

 

cercando qualcosa, un corpo, un’assenza. (p. 39)

In questa situazione di immobilità si staglia l’immagine di Torremozza, simbolo della ‘lontananza’, emblema dell’’isolamento’ rispetto al mondo ‘fuori’. Se Zizzi accosta la poesia di Guida ai «luoghi mortuari ma splendidi di Yeats»[10], l’immagine della torre non può che richiamare le visioni emblematiche del capolavoro del poeta irlandese, intotolato proprio La Torre; ma la figura della torre delinea anche passaggi e ‘abbandoni’, come nell’Ulisse dell’altro grande irlandese, James Joyce, il quale inizia proprio con l’allontamaneto, da parte di Stephen Dedalus, dalla Torre di Sandycove; metafora, in quest’ultimo caso, dell’abbandono dell’adolescenza, ma anche inizio dell’esilio dal paese natio, l’Irlanda[11]. Torremozza, dunque, ergendosi a metà tra ’apparizione’ e ‘meta’ abbandonata e irraggiungibile, rappresenta tutta la tragica ambiguità di Luogo del Sigillo, tra desiderio di evasione e drammatica consapevolezza di una separazione tra due mondi; è l’emblema anche del tempo trascorso, degli anni definiti «cruenti»; Torremozza ricorda un immenso campanile all’orizzonte, un orologio senza lancette:

[…] è un gioco

 

rammentarsi, o dover scegliere gli anni

 

prima di andarsene, gli anni apostolici,

 

gli anni ossuti, cruenti, gli anni che fanno

 

l

a nostra tenerezza, il vuoto nero

 

dell’abisso, Torremozza era questo. (p. 21)

Se nei versi già citati Torremozza è «il primo chiodo che sento/ parlarmi a notte», una figura quindi ossessiva, in altri momenti la stessa assume i contorni di un Eden perduto: «Torremozza/- torna come una conchiglia sotterranea/ nel cui olfatto gli insetti hanno costruito/ la crudeltà amorosa dello Jonio» (p. 19), ma è anche il luogo dove trionfa la vegetazione circostante: «Da quassù Torremozza/ resta ferma tra gli appartamenti jonici/ dove i colori sgargianti e selvatici/ frammentano la visuale rotonda dei pinastri, dei tigli» (p. 27). Torremozza torna poi a essere un «fosco pianeta notturno» (p. 35) e, in antitesi, «un lungo paradiso di echi palustri», ennesimo richiamo teologico; pare, infine, tornare il simbolo della ‘croce’, quando la vista di Torremozza fa riemergere il «dolore che tutti ci toccava» (p. 38). Una continua ambivalenza, irrisolvibile, che lo stesso Guida indica due volte: quando Torremozza è definita la «fascinazione della morte, il terrore di esser vivo» (p. 33), o in questo passaggio, in cui è denominata ‘matrice’: lo stesso mondo ‘fuori’, a cui si guarda con nostalgia, è sia la «concezione» (l’ideale ritorno a cui tendere), che il punto di «concepimento» del dolore:

Ramo lordo che pesi sulla testa

 

c’era la placenta di un uccello. E tu

 

pensavi fosse la luminescenza

 

rosseggiante degli occhi ancora pieni

 

di sonno, lo iodio riverberato, una

 

croce d’oro sganciata da una vecchia

 

catenina. Invece, mia eco, mio niente,

 

Torremozza non fu che una matrice:

 

concezione e concepimento. (p. 19)

Luogo del Sigillo non è il romanzo di un’esperienza di ‘formazione’, né la celebrazione di una guarigione, ma della sua fragile precarietà, dolorosamente conquistata e difesa. Così avviene nell’immagine finale e antitetica (di memoria joyciana anche questa) della «neve» che dorme sul fuoco, elementi in cui si condensano due opposti: passione e lucidità.

Ero in un vagone buio.

 

Fuori passava la neve e il fuoco. Ora

 

più semplice a dirlo: in quel buio, quella

 

notte, la neve dormiva sul fuoco. (p. 68)

[1] M. ZIZZI, Prefazione ad A. GUIDA, Luogo del Sigillo, Fallone Editore, collana “Il Drago Verde”, Taranto, 2017, p. VII

[2] M. ZIZZI, Prefazione ad A. GUIDA, Luogo del Sigillo, cit., p. XV.

[3] E. FALLONE, Nota dell’editore in A. GUIDA, Luogo del Sigillo, cit., p. 70.

[4] Dal sito di Fallone Editore.

[5] C. PAVESE, La grande angoscia americana, «L’Unità», Torino, 12 marzo 1950, in ID., Saggi letterari, Einaudi, Torino, 1951, p. 71.

[6] ID., Il poeta dei destini, in ID., Saggi letterari, cit., p. 64.

[7] M. ZIZZI, Prefazione ad A. GUIDA, Luogo del Sigillo, cit., p. XIX.

[8] A. ROSSELLI, Serie Ospedaliera, in EAD., L’opera poetica, collana «I Meridiani», Mondadori, Milano, 2012, p. 234.

[9] EAD., Documento, EAD., L’opera poetica, cit., p. 340.

[10] M. ZIZZI, Prefazione a A. GUIDA, Luogo del Sigillo, cit., p. XV.

[11] G. MELCHIORI, Note a J. JOYCE, Lettere e saggi, Il Saggiatore, Milano, 2016, p. 975.

 

 

♦ 6 Gennaio 2018 – inserto La Lettura – Corriere della Sera – recensione a Luogo del sigillo di Alfonso Guida a cura di Daniele Piccini

 

 

♦ 27 Ottobre 2017 – Corriere salentino – Recensione a Il bicchiere vuoto di Lidia Fraccari a cura di Alessandra Peluso

 

“Nel centro della lama di coltello si percepisce un gusto acre di delusioni trascorse e scorse in punta di scrittura, mentre il mondo di fuori non chiama pur nel suo esistere che non è”, dalle prime considerazioni della prefazione di Eliana Forcignanò, si evince ne “Il bicchiere vuoto”, di Lidia Fraccari un testo di poesia per nulla banale néfacilmente comprensibile. Necessario, dunque, scrutare ad di là di quella “siepe che lo sguardo esclude” ed immaginare, cadendo nello sconfinato mondo dell’Io. Complicato, a volte rassegnato, nel trovarsi in un putrido vivere contornato da metafore allettanti come quella del bicchiere, della bottiglia o del fondo di un piatto, come se Lidia Fraccari volesse dimostrare l’urgenza della propria anima di nutrirsi e assetarsi di vita. E si legge: «Alla foce il fiume è cristallo / steso e pregiato / che mentre cade / tra frantumi dona riflessi / spessi» (p. 12).

Nel caleidoscopio del sé, la donna, Lidia, in tal caso, annaspa in un mare in tempesta nel quale cerca di sostenersi, aggrappandosi a vetri rotti di uno specchio dove il riflesso appare come un appiglio alla propria anima. Cupa, umbratile, profonda, analitica la silloge “Il bicchiere vuoto”, attraverso la quale Fraccari simboleggia il tempo, quello misurabile, il “Κρόνος” che in fretta si consuma. Considera il rapporto con l’altro da sé sia in se stessa sia al di fuori di sé, e così si ritrova a confrontarsi anche con l’amore.

Lidia Fraccari si ancora a quest’umano, scavando con la lama di un coltello, consapevole di un’esistenza che non si abbarbica all’amore in modo comune, romantico, o al maschio come vittima; incespica però alle volte in un silenzio che le appare disvelato. E infatti, “ti canterò di storie / di fate d’orchi / di rampicanti sporchi / dei miei silenzi / in cui depongo la paura / delle parole inesplicabili / dell’amare” (p. 21).

Come prima esperienza di uno sperimentarsi del proprio sé, Lidia Fraccari sembra esserci riuscita con tale testo poetico “Il bicchiere vuoto”, i cui simboli evidenti, universali, raccontano di quel particolare che evidente non lo sarà mai, ma nonostante questo sosteneva Eraclito occorre provarci sino alla fine dei propri giorni. Si tratta di una silloge edita dalla neonata casa editrice Fallone, curata e diretta da Eliana Forcignanò per la collana “Il fiore del deserto”. E così, l’augurio è che giustappunto come un fiore del deserto possa splendere la poesia rigogliosa in ogni esistenza quale si voglia che sia.

Tra rabbie, rancori, dissapori, rassegnazioni scorre una parte di vita alla quale forse Lidia vorrebbe agganciare anche quell’altra che facile non è, tutt’altro come le gioie, la felicità, le vittorie e persino quell’equilibrio agognato tra inconscio e ragione, tra l’Apollineo e il Dionisiaco, senza mai perdere di vista l’orizzonte da raggiungere.

 

 

♦ 13 Ottobre 2017 – La Gazzetta del Mezzogiorno – Recensione a Il bicchiere vuoto di Lidia Fraccari a cura di Alessandro Salvatore

 

♦ 3 Ottobre 2017 – La dimora del tempo sospeso – Nota critica a Luogo del sigillo di Alfonso Guida a cura di Marco Ercolani

«Maelström, diceva quando gli veniva
mal di testa. Se ne andava in giardino.
Passeggiava. Poi gli bastava scorgere i
colori abbrunati del selciato e tra
sé diceva: è tutto finito, quando
me ne andrò? 
Parlava a voce alta. La nausea
gli aveva impregnato la maglietta intima.
Si nutriva in modo irrazionale. Ora
la luce scolpiva il vialetto curvo,
bronzeo, gli piaceva vedere quella
trasformazione cromatica, anche qui
c’è Costantinopoli, e si metteva in
circolo a guardare le venature
del tramonto. Poi piano prendeva le
scale. Tornava in camera. Era l’ombra
di una catastrofe imminente, l’uomo
delle sagome nere e più oltre il mare».

 

Inizio la mia nota di lettura con questo “ritratto psichico” che Alfonso Guida dedica a uno dei “matti” di Torremozza (Torremozza è l’ospedale psichiatrico di Policoro, così ribattezzato dal poeta, che lì visse otto anni) e subito devo sottolineare il passo incalzante, misurato, ipnotico, di questo “dettato” poetico. Guida impone al mondo la sua voce, epica e barbara; è un guerriero che scava storie e apre varchi. Il suo “luogo del sigillo”, è anche il luogo dell’infrazione del sigillo. Il poeta tiene una voce uniforme e salmodiante, come una profezia, ma è sempre invaso dalle immagini. Incide sul foglio ritratti dolenti e assoluti di una conditio animae. Poeta complesso e multiplo, pervaso dal dolore psichico, Guida vive il dolore della mente come lesione del pensiero comune, come disponibilità a essere ustionato e scorticato di fronte alla verità, “sbrindellato a ferocia”. Come la “piccola Laida” di uno dei suoi “ritratti”, che tanto ricordano Géricault, da lui stesso citato, “temeva che gli strati / di epidermide scoprissero i nervi, / le ossa, la sua impaurita trasparenza”.

La poesia di Guida, imprudente, eretica, interminabile, non accetta né classifiche né classificazioni. È fluire leggero e greve che ruota in un gorgo senza fine né inizio, dentro un maelström personale che non rinuncia a esprimersi in tutta la sua perturbata potenza. Nessun lettore può dominare o spiegare i suoi libri-poemi: deve farsi catturare dai ritmi lenti o incalzanti, dal tempo del suo snodarsi, dove alla bellezza barocca delle immagini si affiancano riflessioni sonnamboliche sull’oltranza della poesia. Lo scrittore, in ascolto del suo mondo inconciliato e tumultuoso, è anche osservatore poetico dell’umanità desolata e sofferente che lo circonda.

Di Alfonso Guida Marco Munaro scrive che “è più simile a poeti immaginari che a qualunque poeta italiano”. Il suo mondo interiore è esposto con visionaria e sconcertante nudità in Poesie per Tiziana (Il ponte del sale, 2015), un poema di oltre ottomila versi, un romanzo in endecasillabi indirizzato a Tiziana, la sua psichiatra, diario-confessione del periodo di Torremozza. Scrive Alfonso: «Ora è tutto buio e dentro mi ossessiona la mancanza di silenzio. Per me tutto deve passare attraverso la parola, come fosse l’estremo tentativo di aggrapparmi a una realtà di tutti, necessario è farlo ma non porta entusiasmo. Ho i morti addosso ed è come avere i compagni di un tempo più lungo».

Inutile trovare poeti simili ad Alfonso. Vengono in mente alcuni nomi, Lorenzo Calogero e Edoardo Cacciatore fra gli altri, per la infinità della loro poetica, o i poeti da lui venerati, Celan, Mandel’stam, Rosselli, ma l’analogia finisce qui o si rischiano accostamenti banali. Guida non si sottomette a niente e non è figlio di nessuno. La sua voce, eccessiva nell’iperbole delle immagini, descrive con limpida solennità le ferite della sua mente. Il poeta usa la lingua italiana per cesellare personali polifonie dove sapienza, dannazione, santità, follia, innescano una poesia alchemica e totale che, come osserva ancora Munaro, “sembra abbracciare nel suo lampo tutto e tutti, persino se stessa, nel rovescio di se stessa”. Scrive Guida: «La smania di condivisione emotiva in me è stata sempre altissima, incontenibile. Salta in mente Mandel’stam che, prigioniero, in preda a una disperazione e una solitudine non più umane, disse a memoria i versi di Petrarca ai suoi compagni che di italiano non capivano niente. La disperata solitudine rende sciocchi. Aveva ragione Leopardi. Bisogna leggere poesie a chi lo chiede, a chi se ne sente coinvolto». Il lettore, per essere travolto nel modo giusto dalla dissennatezza organizzata del suo dire poetico, deve farsi complice dello scrittore – scrivere con lui mentre sta leggendo. Nel disagio della psiche c’è un potente, impellente, traboccante desiderio di amore, che è vortice estatico. «È pazza la ninfa che ci possiede». Guida scrive sempre un poema apocalittico, una infinita invettiva contro il male, una preghiera senza dèi che ricapitola le miserie del mondo. La violenza forte e chiara dei suoi libri non ermetici ma avvolgenti è restituita da una lingua mai sperimentale, ricchissima lessicalmente, abbagliata dalle sue stesse immagini, sempre in subbuglio nel continuo, tortuoso, allucinato monologare di un io nomade. Guida è poeta appartato e misterioso ma potente: nella sua lingua affabulante cela il mistero di una scrittura fragile nel suo essere traversata dai fantasmi e barbara nel suo cercare una narrazione pervasiva, ininterrotta, urticante, inflessibile a ogni compromesso, viva oltre i confini della vita e della morte. In questo senso si può dire che la sua parola è “folle”, perché la traversano le voci e i demoni di quanto è inudibile e invisibile, ma nello stesso tempo è “sana”, perché sa organizzare questo dolore in forme, orchestrare il sommerso in isole ferdinandee, isole emerse, prossime a sparire.

Scrive Guida: «Le persone e i poeti si ammazzano perché l’ossessione è potente e il bisogno di donare è continuo e nessuno può giustamente sopportarlo. Non è nell’umano». Legittimo, potente, vorace bisogno di essere udito e amato. La “Commedia” di Guida, grande visionario perché grande realista del suo percepire, è evidente nei suoi ritratti psichici:

«Non c’è segno di lotta nell’atrio. Una
pulizia bianca, inumana, sussulta
tra le genzianelle defunte e gli astri
rassegnati a perdere colore. Una
forte luce mi sconquassa le orecchie,
la bocca, ed è sotto il grigio ponticello
di corda che avviene la tauromachia.
Cavalli, tori, gli uomini dipinti
con la polvere gettano i sassi, urtano
la carne, il sangue, il ceneraccio duro
del movimento. Eppure non è questa
la grotta di Lascaux, ma un ospedale
dove i capelli spettinati e grassi
temono la mano del vento e il cieco
gracidio dell’uccello-lira schianta
la sua voce contro le tenebre arse
dell’aurora. Un male così alto giunge in
punta di penna, mi separa dalla
distanza carceriera. Si affaccia tra
le vene una carnagione brunastra
nel cui manto non c’è niente. È la truce
pienezza delle foglie a sogguardare
gli oggetti astratti e inconcludenti delle
nostre citazioni. Una tazza appena
sbreccata, ocra, tigliosa, si addormenta
sul lavabo in cucina.- Cosa brucia
l’assetata fame delle cose? Una
lingua muta, un sogno, una morte in più?».

L’ospedale non è la grotta di Lascaux. La scena squassante è quella di oggi e di ieri. La parola poetica è sempre inattuale, è eterno presente. Guida se ne fa interprete, con potenza vangoghiana. Scrisse Celan: «Voci all’interno dell’arca: Sono/ nascoste solo le bocche. Voi/ che sprofondate, ascoltate/ anche me» (Celan). Ed è quello che ci accade, con la poesia di Guida: ascoltare, nel dormiveglia, la sua non terminabile litania, modellata, plasmata nell’eco della sua lingua sonnambula ed esatta.

 

 

♦Luglio/Agosto 2017 – L’Indice dei Libri del Mese. Speciale estate 2017 (p.44) – Segnalazione di Luogo del sigillo di Alfonso Guida  a firma di Mario Desiati.

‘Alfonso Guida, LUOGO DEL SIGILLO, pp. 104, € 15, Fallone, Taranto 2017

Il lucano Alfonso Guida è figura appartata ma apprezzata della poesia contemporanea. Luogo del Sigillo è composto da immagini taglienti, un disegno incendiato della terra, un antidoto alla distrazione, dove le ansie sono sconfitte coricandosi per terra, dove gli ibischi crescono furenti, i cieli atterranno nei prati, e le parole si formano a tratti, lievi quanto un soffio, quanto la vita.

                                                                                                               Mario Desiati’

 

 

 

♦ 4 Luglio 2017 – Spagine – Recensione a Luogo del sigillo di Alfonso Guida a cura di Marcello Buttazzo

Con Alfonso Guida nel “Luogo del sigillo”

 

 

 

♦ 27 Giugno 2017 – Gazzetta del Mezzogiorno – Intervista a cura di Leo Spalluto