Rassegna Stampa

Giovedì 7 Novembre – Recensione di Raffaele Polo a Carolina è una brava ragazza di Maria Nocera su leccecronaca.it

Questo “Carolina è una brava ragazza”, opera prima della giovane mesagnese Maria Nocera (nella foto), Fallone Editore – 160 pagg. euro 13 – è una raccolta di cinque racconti (I dimenticati, Pianeta Gragol, I Grattugiatori, Tesoro del mondo) con l’ultimo che dà il titolo all’intero libro.

Presentazione a Lecce, al Fondo Verri, in via Santa Maria del Paradiso 8, sabato 9 novembre, alle 19.

Diciamo subito che siamo davanti ad un genere di letteratura a metà tra il fantasy e il surreale, con riecheggiamenti abbastanza evidenti della narrativa più classica: ne ‘I grattugiatori’ come non ricordare il racconto di Kafka sulla macchina destinata a tatuare le vittime con tutte le sue implicazioni sociali nella ‘Colonia Penale’, allegoria di un mondo molto vicino a quello del pianeta che Maria Nocera pare prendere pari pari da quei film ambientati in un medio evo futuro che vedrà la lotta all’ultimo sangue per la sopravvivenza? E sia ne ‘I dimenticati’ che nelle descrizioni di chi vive nei contenitori di rifiuti, come non intravedere i personaggi di Samuel Beckett che aspettano Godot?

Le diverse narrazioni si amalgamano perfettamente tra loro e formano un tutt’uno ben ordito e di buona affabulazione, sottolineando la volutamente scarna narrazione in prima persona che l’Autrice ha voluto riservarsi per affinare al meglio situazioni e personaggi.

Certo, la lettura non è facile per chi è abituato ad un procedere tradizionale e soprattutto le scene di violenza e lo spargimento di sangue sono, come nella migliore tradizione ‘splatter’, trattate con nonchalance e un pizzico di ironia.

Paiono volerci dire che, ormai, bon ton e maniere educate, anche nello scrivere, sono state sepolte da una realistica descrizione che sconfina, a volte, nel granguignolesco procedere di narrazioni veloci e sempre in evoluzione, dove nessuno, mai, si soffermerebbe, neanche per un attimo, davanti ad un tramonto o all’immensità del mare… Correre, agire, sopravvivere, resistere: questi gli imperativi che emergono dalla umanità descritta da Maria Nocera che se da una parte è un monito ed una condanna, dall’altra pare essere un rassegnato constatare che l’Uomo è diventato esclusivamente un essere che tende al Male…

Prosa semplice, efficace, descrittiva di situazioni di grande movimento e violenza, senza mai esagerare, inspessita dal gusto per le narrazioni brevi, che vadano subito al sodo, con l’esplicito intento di chiudere il cerchio, senza lasciare nulla ad una fantasia che il lettore deve riservare per altri scritti meditativi….

A metà tra la favola per adolescenti e il ricorso alla ‘fantasy’ più genuina, ‘Carolina è una brava ragazza’ e i suoi colleghi degli altri racconti, finiscono per affascinare e rendere piacevole ed avvincente la lettura delle pagine di questa bella edizione, arricchita dai disegni di Nicola Boccadamo e Paolo Guido.

Novembre 2019 – Da una tana di scoiattolo di Franco Buffoni su Poesia di Crocetti

Su Poesia di Crocetti del mese di Novembre (n.353) una splendida recensione a cura di Luigi Beneduci a Da una tana di scoiattolo di Franco Buffoni

 

Mercoledì 30 Ottobre 2019 – Recensione a Drammaturgia degli invissuti su Eikasia.it

Eikasia oggi vi propone la recensione di un libro freschissimo di pubblicazione. Gli autori sono noti al nostro blog, che in passato ha già ospitato le recensioni di altri due libri: La prossima volta saremo felici di Oliviero Malaspina e Nel nome di ieri di Giuseppe Cristaldi.
I due, nel 2014, hanno collaborato alla realizzazione dell’album Malaspina. Entrambi inoltre sono stati legati al nome De Andrè, il primo come collaboratore di Fabrizio e del figlio Cristiano, e il secondo come coautore dell’autobiografia pubblicata dallo stesso Cristiano.
Zar@

Ho appena finito di leggere Drammaturgia degli invissuti, libro scritto da Giuseppe Cristaldi e Oliviero Malaspina, appena pubblicato da Fallone Editore.

Il primo istinto è stato recensirlo, al fine di condividere con voi questa non comune esperienza di lettura.

Se mi domandassero di che cosa parla, risponderei d’amore. E del suo opposto: la morte. Parla di un dolore “perpetuo e inestinguibile”. Come l’amore. Come la morte.
Amore che non muore, ma si alimenta di morte e si fa sempre più grande, pagina dopo pagina, sempre più devastante e salvifico, “preghiera senza ritegno” e “gesto politico di estrema civiltà”.

Spesso si dice di questo o quel libro che “rompe gli schemi”.

Tuttavia quelli che lo fanno davvero sono una rarità. Anche perché la “rottura degli schemi” è diventata un nuovo, noioso e ingombrante schema, che afferma piuttosto che negare l’ordine, liquido e consumistico, della società attuale.

Drammaturgia degli invissuti è invece un’opera che osa deviare dai circoli viziosi estetici e mentali di tanta letteratura uguale a se stessa, che oggi satura il mercato editoriale.
Amalgamando le tinte forti della prosa con le pennellate soavi della poesia, gli autori dipingono un’opera esteticamente incompatibile con questo tempo leggero e senza qualità.
Incompatibilità che è segno del suo valore artistico e di verità.

In essa si alternano e si richiamano visioni poetiche e brevi racconti, e visioni poetiche all’interno dei racconti.
La dialettica di poesia e prosa trova nella prosa poetica la sua sintesi sublime e al tempo stesso il suo realismo.
La sublimazione poetica, infatti, non allontana dalla realtà, ma permette al lettore di afferrarla nella sua complessità, in quanto ne protegge la contraddizione e la coscienza infelice.

Cristaldi e Malaspina sono perfettamente armonizzati nell’anticiparsi, tallonarsi, scansarsi e tenersi per mano fino all’epilogo di disperata speranza.

È questo un libro che commuove, fino alle lacrime.
Come un pugno in faccia stordisce e provoca al tempo stesso una reazione di rabbia, opportuna e quasi salvifica.

La scrittura è talmente bella che vien voglia di leggerlo a voce alta, per sentire come risuonano le parole e le voci che si fanno eco a distanza.
Parole che includono sempre l’uomo e danno un nome alle assenze. Voci rese “alle bocche che non hanno più forza e parole”, per citare una canzone dell’ultimo album di Oliviero Malaspina, a cui ha collaborato lo stesso Giuseppe Cristaldi.

L’opera drammatizza tematiche complesse e contestualizzate – espressione di luoghi ben precisi del sud e del nord – eppure universali.
Nord e sud si contrappongono e si richiamano dialetticamente nel comune destino di un’umanità sofferente e ultima.

Quelle narrate (o cantate) sono storie in parte note, per la morbosa attenzione dei media che se ne servono per intrattenere temporaneamente un pubblico iperattivo e annoiato. Ben diverso lo sguardo del libro, di profonda e umana compartecipazione, di consapevole e coraggiosa denuncia sociale e politica in senso ampio. Uno sguardo interiore che contrasta con quello esteriore dei nostri tempi. Un guardare attraverso e oltre, per scorgere il volto e il colore di ogni cosa.

Quanti colori ha la malattia? La morte? Il bianco del PVC, il giallo isterico delle metastasi epatiche, il bianco su nero della balistica di due corpi, di due esistenze disegnate sull’asfalto. La dignità di chi lotta contro un nemico subdolo che ha il volto del pane, del lavoro, della famiglia, dell’amore, della felicità.

La morte è imparziale solo come destino degli ultimi. Non ci sono vinti del nord e vinti del sud. Tutti i vinti sono uguali nelle lacrime, nella solitudine, nella rabbia soffocata, nella rabbia urlata, nelle danze di amore e morte.
Nella stessa ingiustizia che corona sia la lotta che la resa. Negli abusi di un potere cieco.
Tutti invissuti (come zombie al contrario), in un destino unico di desolazione fisica e morale.

Nelle pagine scritte da Giuseppe Cristaldi e Oliviero Malaspina ci sono persone, storie, allucinazioni, voli pindarici e cocente verità.

Alcune si imprimono indelebilmente nella mente e nel cuore: le tante croci disseminate all’ombra dei petrolchimici, i viaggi della speranza pagati con il mobilio, i martiri delle lotte per una giustizia che ha il volto stravolto dell’utopia. La pioggia rossa dei militari ultimi, quelli che non contano, che si sacrificano per salvare quegli altri che contano e per “insegnare la famiglia”. Le figlie i cui corpi vengono abusati e venduti dai padri come grano, come carne. La solitudine dei vecchi che “adatta l’amore a tutto e fa famiglia il niente”. Quella che non obbedisce a se stessa per potersi proteggere. Il cantico d’amore e morte (ancora) dei drogati. I sogni manomessi. L’umiliazione della malattia che aspetta l’alba e la (di)spera. Le mogli belle senza artifici, perché il sole del sud li sputtanerebbe subito. Il loro amore semplice, concreto e inconsolabile.

Tante emozioni contrastanti eppure reciprocamente incatenate. Emozioni fortissime, un sovraccarico per i viscerorecettori.
Con la consueta pioggia di bellezza che lava via tutto, anche la nausea dell’inconsistenza e dell’essere ad uso e consumo della vita e degli egoismi umani. Lo sconquasso organico di una poesia famelica, folle e misericordiosa.
La grazia di una prosa lirica che è preghiera al dio degli invissuti. O maledizione.

Non è il tempo di fermarsi, balla con me, stramazziamo al suolo incrociando i piedi,
incrociando le mani, rovesciando gli occhi nella contemplazione del delirio.

P. T.

Martedì 15 Ottobre – RPLibri: recensione a Drammaturgia degli invissuti

di Francesco Improta (2019)

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni…” Quest’affermazione di Italo Calvino (cfr. Le città invisibili) possiede un’indiscutibile verità e la lettura di Drammaturgia degli invissuti, di Giuseppe Cristaldi e Oliviero Malaspina (Fallone editore, 12,75€) lo conferma in maniera inoppugnabile.

Si tratta di un contrappunto musicale, come direbbe un musicologo, o meglio ancora di una corrispondenza amebea, di un canto a due voci, antico come il mondo da cui traspaiono la sofferenza, la solitudine e la disperazione di chi, relegato ai margini dell’esistenza, non ha mai vissuto.

Il libro di 93 pagine strutturalmente si divide in 18 sezioni, in cui si confrontano su uno stesso tema i due autori, utilizzando stile e veste grafica diversi: Malaspina per la sua scrittura più allusiva ed evocativa, spesso decisamente poetica, ricorre al corsivo e Cristaldi che affonda il bisturi nella carne viva e palpitante di chi soffre usa il carattere tondo. Entrambi sono animati da uno sdegno sincero, l’indignatio non del mo­ralista ma dell’uomo intellettualmente onesto, nei confronti delle discri­minazioni, delle ingiustizie e delle prevaricazioni presenti nella nostra società. Entrambi appartengono a quella tradizione di militanza politica che ha avuto i suoi ultimi e più degni rappresentanti in Pier Paolo Pasolini, Franco Fortini e attualmente in Gianluca Paciucci (cfr. Rictus delle verità sociali). E non diversamente dalle opere di costoro anche Drammaturgia degli invissuti è permeata da una passione profonda e da una straordinaria lucidità in cui coesistono istanze solo in apparenza contrapposte: cronaca e storia, natura e cultura, etica ed estetica.

L’intento dei due autori non è solo quello di denunciare situazioni di vita degradata, ai limiti quasi della sopravvivenza, se non addirittura bestiale ma anche di dare voce a chi non ne ha mai avuta sia egli un tossico­dipendente, un malato terminale di tumore per esalazioni di rifiuti tossici o di sostanze cancerogene, come l’amianto o la plastica; un immigrato clandestino sbattuto qua e là come carne da macello o meglio merce avariata, una ragazza stuprata dal padre, venduta ad un pappone e costretta a battere. Le dramatis personae (non a caso si tratta di una drammaturgia) non solo non hanno voce ma spesso neppure un nome, hanno però un unico volto quello della sofferenza e della desolazione; penso al vecchietto, ormai disperatamente solo, in un paese, Castro, dove “d’inverno la frusta della salsedine ti spacca il viso […] e si piega in due dal dolore pure la luna” che dopo la morte della moglie si attacca al televisore e poi alla stufa, la cui sparizione affranto denuncia in caserma all’appuntato dei carabinieri.

Sullo sfondo c’è anche la contrapposizione tra Sud e Nord ma senza accenti particolarmente polemici, perché la sofferenza è la stessa dovunque e rifugge da connotazioni regionalistiche o campanilistiche, a parte il fatto che nel Salento “l’inverno non si paga e le nuvole non sono di metallo”, mentre a Torino il sole non s’impiglia nelle pale di fichi d’India e Venere è una catena di montaggio. Nella quinta sezione, il cui titolo, Se una notte d’inverno un disgraziato, conferma come nelle corde degli autori ci sia pure il Calvino che durante il soggiorno parigino aveva aderito all’OuLiPo, il protagonista è un giovane impasticcato, paranoico che si sente braccato dai suoi stessi fantasmi che si moltiplicano come ratti e s’infilano dap­pertutto. Novello Don Chisciotte, armato di bastone, ingaggia la sua battaglia contro le proprie paure distruggendo tutto ciò che lo circonda, gli specchi della casa e i sedili della sua automobile prima di morire in una pineta con un involucro di estasi conficcato nel cavo orale.

Tutti questi personaggi, che hanno deposto anche la rabbia, in quanto, come dice Pasolini, è un’emozione che non può durare a lungo, e che si macerano continuamente in un odio impotente verso il mondo e verso sé stessi, sono per rimanere nella metafora iniziale i dannati della terra, spogliati della dignità, della speranza, e persino del desiderio, non meraviglia, quindi, che molti di loro scelgano la strada del suicidio.

Giuseppe Cristaldi e Oliviero Malaspina con Drammaturgia degli invissuti hanno registrato senza enfasi, con puntualità e precisione, questa situazione sempre più generalizzata e allarmante, ma il valore del libro non è solo nella denuncia, che pure ha una sua indiscutibile forza dirompente, ma anche nella pasta sonora, musicale del testo, e in questo credo che abbia giocato un ruolo fondamentale la formazione musicale di Oliviero Malaspina, penso alla lunga e proficua collaborazione con Fabrizio De André. Un testo oltretutto impreziosito da una ricca strumentazione retorica e sorretto da una lingua concreta ed evocativa al tempo stesso, che accosta sapientemente e spesso fonde, in Cristaldi, l’italiano al dialetto salentino, a testimonianza di un’appartenenza viscerale al profondo Sud e di un sentire profondo e condiviso, capace di trasmettere valenze, significati e implicazioni anche laddove si ricorre al dialetto più stretto. Una lingua varia ma efficace, ora affilata e tagliente come un bisturi ora leggera e sognante come un chiaro di luna.

Per concludere: un libro da leggere assolutamente che ti toglie il respiro come un pugno bene assestato alla bocca dello stomaco ma ti costringe ad aprire gli occhi dinanzi a situazioni volutamente dimenticate o censurate da una classe politica miope e incapace e da un’opinione pubblica spesso addormentata.

Domenica 13 Ottobre 2019 – Books and other sorrows: anticipazione editoriale di Drammaturgia degli invissuti

“Drammaturgia degli invissuti”, di Giuseppe Cristaldi e Oliviero Malaspina, Fallone Editore (Taranto, 2019), pag. 97, euro 15.00.

Fra circa un mese, un respiro tarantino in color di coraggiose edizioni, farà partire la distribuzione, attesa davvero, del libro scritto a quattro mani dal narratore salentino Giuseppe Cristaldi e dal cantautore pavese Oliverio Malaspina, “Drammaturgia degli invissuti”.
E superando una specie di quasi imbarazzante e inaspettata barriera telematico/tecnologica, cullandoci d’accenti leccesi e lucani mescolati nello scambio di stima e risate, grazie al Cristaldi abbiamo avuto il piacere di leggere in anteprima questa nuova opera letteraria civile; entrambi gli autori, diremo allora in apertura, vengono da una tradizione di passione sociale. Ovvero, come sappiamo per esempio da diversi libri di Cristaldi, scrittore già da noi amato fin dai tempi di “Macelleria Equitalia” e perfino prima, intanto sia Malaspina che appunto Cristaldi vivo un mestiere fatto d’;impegno. Dove i contenuti son drammi, chiaramente – è pure per questa ragione diciamo che il titolo del libro di racconti incastrati è perfetto – portanti nella mente di lettrice e lettore. Specie quelli vissuti dagli ultimi, o dai penultimi direbbe il nostro Forlani. Non a caso, insomma, il cantautore e poeta, oltre che anche lui narratore Malaspina ha collaborato, tra gli altri, con Faber e il figlio Cristiano. Quanto, in pratica, Cristaldi ha fatto con Cristiano De André addirittura un libro insieme.
La struttura del volume è composta in diciotto sezioni, spaccate in due quasi a moltiplicarne la potenza evocativa: ogni storia è fatta, in buona sostanza, da uno scritto di Malaspina (in corsivo, seppur non ci fosse bisogno per coglierne il taglio della voce) più lirico sicuramente, e a seguire uno più intransigente ancora ma meno frammentato e con piccole disfunzioni, necessarie, del barocco solito.
Un’accoglienza meridiana vergata d’ obbligatoria interazione con soggetti e luoghi portati in pagina, fanno vivere le morti e ammalare le malattie di donne e uomini che han patito di lavoro per esempio a Taranto, che per Cristaldi di certo non è un ambiente nuovo, come a Milano. Ché ai margini del margini la geografia d’appartenenza al momento è poco importante.
La presentazione della raccolta parla d’amalgama di storie che fanno un’unica trama, come se la trama fosse trama montata – nonostante gli stacchi – su ogni protagonista di patimenti e sui dolori protagonisti di vite incompiute. L’amianto che ferisce, ammazza. L’eroina che ferisce, ammazza. Il risultato d’amori, si dica sbagliati, che possono condurre alla depressione e la depressione che ferisce, e ammazza.
Senza cappottino cattolico, ancora, vediamo un suicida nel mentre del suicidio.
Come senza finti accenti di condivisione da scrittura simil-femminista, leggiamo di donne fatte suicidare dagli abusi subiti: perché esser venduti sbatte verso il non esistere.
Il termine usato nel titolo non lo troviamo sulle pagine del vocabolario, ma nei meccanismi stritolanti di questa modernità modernista scoviamo le persone deboli da questa parola simbolicamente presentati.

NUNZIO FESTA

Sabato 13 Luglio 2019 – Intervista di Andrea Penna a Franco Buffoni su Rai Radio3 Suite

Lunedì 8 Luglio 2019 – Franco Buffoni su RaiRadio3Fahrenheit 

27 Maggio 2019 – Recensione a Viaggio salvatico di Gianpaolo G. Mastropasqua a cura di Sabatina Napolitano sul Giornale letterario

Più o meno da quando impariamo a contare e leggere riusciamo a percepire che esiste un teatro insito nelle arti, da adulti ci rendiamo poi conto che il teatro della poesia può togliere il sonno. Rispetto a questo possiamo comunemente ipotizzare che ogni poeta è soggetto a crolli psicologici, continui stadi di nervosismo e mancanza di una vera e propria salute sia fisica che psichica. Queste nei primi anni del Duemila, mi sembrano storie di altri mondi, perché il poeta ha una natura umana ed è umano essere finiti e potenzialmente malinconici, malaticci. Credo che la fantasia e la capacità di immaginazione siano uno dei migliori escamotage per vincere la malattia di retaggio novecentesco e vincere il senso della vera e propria reclusione nelle nostre forze mentali, nell’isolamento dell’uomo contemporaneo. In questo la poesia resta una forma di purezza estinta, da pochi evocata con consapevolezza e fermezza. In aggiunta vorrei anche evidentemente scrivere che ogni luogo è casa, ogni altrove è dimora e ogni realtà (sociale e non) è possibile di poesia perché la poesia insieme all’immaginazione e alla fantasia resta lo strumento filosofico più potente per vivere meglio. (Certo sappiamo tutti che parlo nei limiti del lecito e della lucidità, mi sembra evidente). Il nostro secolo, sta cercando in tutti i modi di vincere l’isolamento a cui ci costringiamo forzatamente tramite soprattutto i social e internet. Prima si combattevano le guerre dei mondi, ora ognuno di noi è chiuso nella sua alterità ed è mondo per sé stesso: i riflessi di una nostra identità sociale sembrano essere i riflessi di una identità collettiva, e pare non ci siano soluzioni a cercare di superare questi confini imposti dall’evoluzione e dalla tecnologia, soprattutto per le nuove generazioni.
Spese queste due parole sull’isolamento intra-persona, rientro nel fulcro del nostro discorso intorno la letteratura che invece contiene un messaggio di assoluto per sua natura. Infatti oggi nel panorama letterario ci sono libri di poesia che nascono come libri che pretendono di vertere a una forma luminosa, una forma che appare luminosa come enunciato filosofico, con dei richiami quasi esoterici, mistici, difficili. Eppure niente è logicamente così chiaro come la bellezza di testi che seguono inclinazioni speciali, come quasi immagini di charme. Parlo di un autore come Mastropasqua Gianpaolo, psichiatra e musicista, che prima di “Viaggio salvatico”, dà diverse prove di una poesia autonoma e particolare. Di uno stile personale e di ricerca.
Sapete che per quanto mi riguarda sto seguendo i libri classificati e premiati al premio Nabokov ed ero tenuta a parlare in questo caso di “Viaggio salvatico” primo classificato per la poesia edita nell’edizione del premio Nabokov del 2018, e che grazie alla gentilezza e all’educazione mirabili di Gianpaolo ho potuto leggere anche un’altra sua pubblicazione di poesia, “Danzas de amor y duende” che ha un respiro europeo (infatti si tratta di un editore spagnolo, Valencia, edizione bilingue, Editorial Enkuadres). Così ho potuto trovare dei punti di continuità tra il primo libro e il secondo che sopra ho citato. Questo mi è parso un viaggio non solo estremamente divertente ma coinvolgente non poco. Da un lato perché adoro le letterature stimolanti e le sfide al limite tra il conscio e l’inconscio, il percepibile e l’invisibile, che trovo quindi meglio molto meglio che le penose letterature del taglia e incolla contemporaneo. E per una volta, concedetemelo leggo da poeta e non solo da lettore interessato alla psicologia come alla letteratura spiritualista: logicamente quando apri il libro e ti trovi davanti poesie così decise e aperte come “Mercuriale” ti viene da domandarti dove inizia la dimensione onirica e dove finisce, dal momento che gran parte della poesia contemporanea del nuovo secolo ha perso queste definizioni così ampie, e chiunque potrebbe dire con determinazione che il “tu” sinfonico di Mastropasqua evita un circuito di carattere oppresso, indeciso, instabile, per uno fiero, altruistico, evocativo. L’uomo qui ha un’abitudine alla bontà vera, al coraggio della passione che è metafisica e segno, all’amore inteso come una relazione positiva che dà fiato ai polmoni. Il libro ha il fascino di una notte e di un giorno imperanti, proprio perché regala la percezione che le cose cambino nel verso, che le cose sono propulsioni, sono dinamismi, attivismi, slanci, molle. In questo la vitalità e la proclamazione del sentimento puro trova ampi riferimenti nella poesia spagnola, in particolare quando il protendere del verso è rivolto a una tavola sensuale, cospicua, reale, innamorata. In questo la poesia di Mastropasqua evita le forme della difesa, dell’individualismo, dell’irresponsabilità, del disamore, dell’avidità potremmo definire che risente degli echi della poesia sentimentale spagnola. Nell’architettura del libro esiste come quasi una scala, una preparazione sistemica, un indottrinamento alla genuinità, alla verità della persona nel mondo, della persona sana nel mondo.
Nel pensiero di Mastropasqua ci sono evidenti riferimenti allo studio della bioetica e al rapporto tra poesia e scienza, che tuttavia in questo percorso letterario suggerisce in parte la continuazione della tematica protagonista che più propriamente diviene il tentativo riuscito in modo mirabile di un discorso promettente, realizzato, alimentato dalle sue stesse intuizioni. In questo il potere del libro non sta solo nel fascino ipnotico, che non ha nulla di teatrale, ma anche e soprattutto nell’espressione che nasce dall’interno viva, ardente, giovane. Se il pensiero nasce da una ambizione plurivalente e specializzata il risultato non può che rientrare nella grande poesia di rilievo.
Quindi la poesia di Mastropasqua celebra il dialogo, l’intelligenza e “l’oltrefemmina” (manifestazione stessa della poesia) insieme all’oltre-poeta (il simbolo dell’ultimo coniuge, dell’amato, dell’assoluto e quindi dell’eterno), il manifesto di una poetica data al trionfalismo degli dei “Io che non sono io non scrivo per gli uomini, io scrivo per gli dei”. In realtà l’impressione che abbiamo noi uomini è quella di un libro pieno d’anima e di studio: la sensazione è che il libro sia incombente e che possa incidere e segnare, tuttavia non accenna a concentrarsi su di sé, a stare attenti. Il lettore è immerso in un piano logico e organizzato, perciò sublime, raffinato, di fascino letterario. L’estremo riguardo è a tutto quello che paradossalmente ha un’azione e una funzione terapeutica, positiva. Il vero rabdomante è quindi il lettore stesso che si trova di fronte al vero manifesto del libro “un poema d’acqua” che “spoglia lo zodiaco fino all’ultimo segno/ impugnando il bastone di noce in caduceo/ agitando il monte sacro in valanga/ per incidere le iniziali del corpo che scorre/ naufragando senza nome nelle isole rosa”, isole a cui fa riferimento il libro stesso elencando nel verso alcune isole greche ma potremmo ipotizzare anche il riferimento letterario alle isole poetiche estrapolate e inserite in Danzas, si tratta delle undici poesie pubblicate in precedenza in “Partita per silenzio e orchestra” (Lietocolle, 2015). Le geografie e i luoghi sono a volte fisici, altre no: la prima poesia ad esempio richiama alla città di Parigi, nelle altre poesie “l’oltre-femmina” non rassomiglia mai ad una città o ad un luogo ma il “tu” femminile sembra prendere connotazioni sociali: “come fossi qui viva e nuda”, “fiammella”, “non comunista, non cattolica eri”. Il tempo e le geografie quindi se da un lato sono estremamente e dettagliatamente collocate, dall’altro sono ermetiche, a tratti oserei dire tradizionalmente orfiche. Questo accade in modo naturale nella scena narrativa perché il tempo del racconto vede quasi le cose attraverso dio, l’io-poeta narra con passione, sembra chiaramente il riflesso del sé soprattutto quando racconta lucidamente la condizione esistenziale e psicologica che lo attraversa. La capacità di tenere una intensità amorosa in ogni poesia è chiaramente prova di una delicatezza dal fascino antico, soprattutto quando la relazione tra “l’io” e il “tu” prende l’attributo storico, “era sera/ come cento anni fa, eri ancora lì,/ a guardarmi”. Quando una poesia può dirsi “superiore” alle altre? mi viene da domandarmi… certi libri di spessore e soprattutto ad effetto fortemente romantico ti pongono questi dubbi. Il fatto è che anche un libro che personalmente reputo superiore agli altri per come è scritto è pur sempre un libro di poesia, che quindi potrebbe avere un effetto come potrebbe non averlo e che resta superiore nell’atto umano di raccontare una gestualità feconda, una scoperta in “un paesaggio di luna”. Ma poi mi dico che non esiste qualcosa di superiore che non sia trascendere e che le forze naturali e le citazioni filosofiche si riducono a poco senza la tecnica e la maestria, e che una parte di ogni poeta resta comunque nel suo fondo convalescente, primitiva e pura. È questo che spinge Mastropasqua a scrivere “forme semplici/ tra due versi non raggiungibili” e segnare un percorso storico-letterario che appartiene a una natura sempre decisa, scientificamente decifrabile, bella.

Sabatina Napolitano

26 Maggio 2019 – Segnalazione di Poesie scritte sul retro di scontrini di Alessandro Salvi sul quotidiano polese Glas Istre

https://www.glasistre.hr/kultura/zanimljivo-pjesnicko-ime-iz-rovinja-nesvakidasnje-i-neobicne-rime-589349


3 Maggio 2019 – Su LaRecherche recensione a Luogo del sigillo a cura di Marco Furia

Il sigillo del senso

“Luogo del sigillo”, di Alfonso Guida, è poetico percorso ricco di emotiva percezione.

A tratti descrittivi, quali

“Le scarpe strette, le zagare appena

spuntate sotto l’ombrello di rafia,

l’ombrello coricato in mezzo al campo”,

non privi, talvolta, di tendenza a conciso surrealismo

“Mi proteggo la testa perché i sassi

che la pioggia lascia cadere sono

pesanti […]”,

a tratti descrittivi, dicevo, lo sguardo linguistico del poeta non manca di aggiungere sensazioni, immagini, pensieri, ricordi.

Il tutto pone in essere un dettato la cui semplice complessità coglie di sorpresa per la risoluta tendenza a proporsi e riproporsi secondo cadenze piane, leggibili, eppure intimamente coinvolgenti.

Non mancano pronunce tramite cui il discorso, che potrebbe condurre a conclusioni prevedibili, riesce invece, proprio in virtù della sua ben delineata chiarezza, a risultare originale, a dire qualcosa di diverso:

“Nulla ne è uscito. Solo un pigro viaggio

tra realtà infagottate: un libro, le iridi

vuote, una porca stagione, l’eccetera

del male che strofina le tue guance”.

Spontanea, naturale, appare a pagina 37 una riflessione sul linguaggio:

“[…] Non siamo ladri,

ma le parole torneranno a tratti

nel vuoto, dureranno quanto un soffio

nell’odore del cibo scodellato”.

Ci troviamo al cospetto d’una precisa messinscena di cui la presenza idiomatica è protagonista: protagonista, negli stessi (o simili) termini, anche dell’intera raccolta?

Non mancano veri e propri personaggi, per esempio un certo Rocchino, mostrati nei loro illuminanti particolari secondo ritmi dagli echi pascoliani:

“Ti piaceva la chitarra, Rocchino,

sognavi di suonarla al refettorio

simulando con le dita inarcate

sulla pancia una nota, una ballata”.

Davvero, siamo accompagnati lungo un cammino la cui straordinaria usualità si fa sempre più intensa, poiché i versi si sedimentano in noi per via del loro profondo senso.

È come se una memoria interna allo scritto si manifestasse facendosi avvertire con assiduità: una memoria, certo, fatta d’immagini, pensieri, emozioni, ma soprattutto, appunto, di senso.

Insomma, un esserci preciso ed aperto, esatto e non chiuso in sé: un quid emerge e il poeta lo cattura anche per noi servendosi di un dire specifico, per nulla ambiguo che, tuttavia, è anche un suggerire.

Il linguaggio poetico, senza dubbio diverso da quello comune, è tale in virtù della sua inconfondibile risolutezza a guardare oltre, riconoscendo nel confine non un limite ma una possibilità ulteriore.

Un linguaggio impronta del mondo?

Direi, almeno per Alfonso, il mondo stesso.


19 Marzo 2019 – Intervista ad Alessandro Salvi sulla rivista Fare voci

Sulla rivista ‘Fare voci‘ Giovanni Fierro intervista Alessandro Salvi e segnala ‘Poesie scritte sul retro di scontrini’ (collana Il leone Alato, diretta da Andrea Leone; prefazione di Flavio Santi):

In questi dodici testi di Alessandro Salvi c’è tutto il fascino dello scrivere poesia.
Perché in “Poesie scritte sul retro di scontrini” ci sono il piacere e l’attenzione dell’accadere, la capacità di affidare alle parole il possibile senso di ogni comprensione, il mescolare e far attraversa il reale dal sogno, e il sogno dal reale.
E c’è il dare alle minime cose l’importanza e la responsabilità di ogni mistero. 
Di un fiore Salvi scrive che “La tua bellezza estinta mi ha ammansito”; ecco è questo. 
“Poesie scritte sul retro di scontrini” è un inventare spazi che respirano, che ci portano nel ‘terribile’ del vivere con la curiosità di chi da un momento all’altro fa apparire una creazione.
L’intuizione di Alessandro Salvi è raffinata, si vede in controluce, lascia il tempo dell’attesa, annaffia ogni bulbo di una promessa verità, e permette di fare incontri mai banali: “Un dio pentito mi offriva da bere/ per poi svignarsela senza pagare”.
E sempre parlando del vivere di ogni giorno, esplora la poesia, nei suoi perché e nei suoi vicoli ciechi, la fa brillare e la tiene per mano. Alessandro Salvi lo sa, “La prosa dice, la poesia seduce”, e così essere poeti è anche accettare che “io sogno te e tu sogni me, ma ognuno/ è solo, solo nel sogno dell’altro”.

♦ 6 Marzo 2019 – intervista a Gianpaolo G. Mastropasqua sul settimanale Nuova Vita

♦ 31 Gennaio 2019 – recensione a Luogo del sigillo di Alfonso Guida su Laboratori poesia a cura di Melania Panico

La poesia di Alfonso Guida è una poesia che va letta ad alta voce. È commovente in quanto implica una partecipazione diretta del lettore. Una partecipazione costante. Si potrebbe pensare che sia una cosa tipica della poesia, quella di rendere partecipe il lettore. Tuttavia non sempre è così. C’è un tipo di poesia che è più legata al silenzio. Questa di Alfonso Guida è una poesia non contemplativa. Parte del merito è della metrica utilizzata. Luogo del sigillo è un libro complesso e autentico, ricco di “indicatori” che non sono spunti ma vere e proprie colonne portanti. Uno di questi indicatori compare subito a pagina 5 per poi riempirsi di senso diverso lungo tutto il libro: Torremozza. Non è importante che sia un luogo vero o ideale. È un luogo reale nel contesto del libro: “Torremozza è il primo chiodo che sento/parlarmi a notte”. Torremozza è una matrice. Ciò da cui si parte. Ciò a cui si ritorna. Se si può raccontare ciò che è stato, se si può raccontare la matrice è solo perché guardiamo da un’altra prospettiva. Non a caso Luogo del sigillo è il libro conclusivo della trilogia psichiatrica, cominciata con A ogni passo del sempre (Aragno 2013)  e continuata con Poesie per Tiziana (Il ponte del sale 2015). “Mia eco, mio niente,/ Torremozza non fu che una matrice:/ concezione e concepimento”. Mi piace pensare a un parallelismo con La montagna incantata di Thomas Mann, romanzo enorme, per le convergenze/legami tra Torremozza e la montagna incantata. Entrambi i luoghi hanno piani di lettura diversi. Si può parlare di luogo “altro” nel senso di distaccato (distaccato perché lontano, distaccato perché lo si guarda con occhi indagatori). Entrambi i luoghi mantengono in un certo senso l’alone di incanto. Parliamo di luoghi di verità e allo stesso tempo luoghi di rapporti estremi.

Torremozza è luogo simbolico perché luogo carnale: “non è mai nevicato a Torremozza”. La neve copre, la neve inaugura la stagione delle cose candide. Non può succedere questo a Torremozza. Spesso, all’interno del libro ci troviamo di fronte a sentenze, a descrizioni di accadimenti che possono avvenire solo al di fuori del cerchio di Torremozza: “un mantello rupestre, nero/ calancoso, la ghiaia chiude i portici/ dell’ospedale, il pavimento infartuato/ scende in fondo alle Pleiadi. Il custode/ l’amara esca del sale e, più oltre, il glicine”. E qui c’è anche la scrittura epica di Alfonso Guida, una scrittura che parla di addio già segnato, di un destino da leggere nelle cose, di “dolore che tutti ci toccava”, come se fosse possibile, e lo è, toccarlo il dolore. Un destino da i cui i fatti non sono esclusi mai.

Melania Panico

Non avrai niente. Solo un po’ di cielo,
la quieta solitudine dei vetri.
Non potrai prendere un treno, dormirai
sui cespugli, tra i ginepri, mangiando
fichi, succhiando gocce di acqua fresca
dall’angolo delle pietre. Vuoi vivere
di poco, ascoltare la pace farsi
flutto e sapore di croco, avrai scarpe
cucite con lo spago e i chiodi, il guado
del mondo non ti appartiene, stai fermo
proprio adesso che la pioggia ha sfiorato
la tua testa e il Nulla, tra le ossa nere
dei fiori morti, indietreggia, oscurando
la tua storia, i tuoi giorni, è questo che vuoi?

Dobbiamo morire. Questo è l’assurdo.
La voce che chiamò istinto, la forbice
nera del vuoto. Il tempo ci dà spazio.
Noi speriamo nel raccolto. Bruciamo
la legna che ieri abbiamo ammucchiato nel
bosco, una faggeta verde, freschissima
che non darà calore. Spalanchiamo
nell’acqua le mani, torno a pregarmi,
l’invisibile oltraggia gli occhi, certe
barche che resteranno ferme sulla
riva per sempre. Non mi batte il cuore.
Blocco la voce sui petali azzurri
delle petunie. Ora puoi dire senza
rancore, in piena luce: non è niente.

Tra lo specchio, il tegame appeso al margine
crudo del geranio, né siepe né arnica
di cuoio, solo un futuro sospeso,
la scrittura di Hemingway all’ombra, nel bar,
quando l’estate è correre lasciando
la minestra nel piatto color sabbia,
quando l’estate è un giro di pelle che
cuoce e tu srotoli nel prato il muro,
la fuga, l’oscura ostia vignaiuola.
Ma io sentivo il dramma del mare avvolgere
la schiena, le ore taciturne e plebee
del tramonto, quando gli uccelli sanno
di essere attesi o rimpianti o cercati
nell’incontro liliale col destino
che porta con sé ancelle e guerrieri, e tu
ridi perché sai che fingi, che è un gioco
rammentarsi, o dover scegliere per anni
prima di andarsene, gli anni apostolici,
gli anni ossuti, cruenti, gli anni che fanno
la nostra tenerezza, il vuoto nero
dell’abisso, Terramozza era questo.

http://www.laboratoripoesia.it/luogo-del-sigillo-alfonso-guida/?fbclid=IwAR2fFSwAakidRwog0ZrCwPLuqLmn13sPwsAL5nG2N3h8GUgLy2ZuZLCbgNU

23 Gennaio 2019 – recensione a Viaggio salvatico di Gianpaolo G. Mastropasqua su Poesia del nostro tempo a cura di Fiabio Orecchini

12 Dicembre 2018 – recensione a Viaggio salvatico di Gianpaolo G. Mastropasqua su Nuova Ciminiera a cura di Riccardo Canaletti

♦ 11 Novembre 2018 – intervista a Gianpaolo G. Mastropasqua su l’obiettivo.it a cura di Lorena Liberatore

21 Agosto 2018 – recensione a Viaggio salvatico di Gianpaolo Mastropasqua su corrieresalentino.it a cura di Alessandra Peluso

Di salvezza o di perdizione il viaggio? Un dubbio da porsi, leggendo “Viaggio salvatico” di Gianpaolo G. Mastropasqua, pubblicato da Fallone Editore, all’interno della collana diretta da Michelangelo Zizzi, “Il Drago Verde”. Sezione questa dedicata ai migliori poeti contemporanei.È  l’aristocrazia della poesia e del suo essere radice, scrive Zizzi, e conoscendo la poesia di Mastropasqua si può certamente annoverarlo tra i migliori poeti del momento.

Geniale, creativo, folle, incline al dubbio solo per arrovellare quell’attimo che diventa certezza, selvatica. Gianpaolo Mastropasqua è innamorato del selvatico, lo segue, insegue, ci vive con tutta la sua primitiva anima. Si viaggia nel libro e tra i versi ci si arrampica, si emerge, e si pesca in solitaria solitudine.

La silloge si apre e si chiude con un coro, in similitudine con la tragedia greca, la poesia assume peculiarità da origine del mondo, un ‘Eden’ distorto, immagini nitide di atmosfere che tentano il salto, superando il metafisico. Una terminologia ricercata, il libro di Mastropasqua “è un palcoscenico cosmico, uno spettacolo metamorfico di chi diviene corteccia e carta, poi falena, infine una pagina di cenere con due occhi di foglia”; questo scrive Giuseppe Conte nella prefazione.

E infatti, si legge: “L’antico ragazzo fiutò la piazza per correre / incanalò il palo di folla e impallidì/ tutti erano rimasti indietro accecati: / cominciò a muovere i pedali come petali / ora a folle, ora dosando il gas con mestiere, / quando superò le case e afferrò l’arrivederci” (p. 25); e ancora: “Cava ombra era la madre privata / assassinata a pochi passi dal cuore / un sorriso nero e bellissimo, una fenditura / per intravedere le farfalle fonetiche” (p. 46). La singolarità dei versi costruiti ad arte concorrono a viaggiare, non certo seduti comodi in prima classe, ma col fiato sospeso e a piedi scalzi, con l’attesa di un imprevisto che sparigli il già visto. Inoltre, il viaggio è della mente alle volte sedata altre in preda a spasmi famelici: caratteristiche che Mastropasqua conosce bene come psichiatra. All’arguta parola, l’incipit della musica e il ritmo svelano al lettore l’andamento da seguire. Ci si muove con un adagio limbico, un allegro variabile, sino a seguire le pavane; e allora, danzando si giunge ad una destinazione, sempre provvisoria.

Viaggio salvatico” di Gianpaolo G. Mastropasqua è il tutto, ma anche il contrario, è la vita alla quale lo stesso chiede di fermarsi: “Vita stai ferma e sorseggia la vita / dormi nella lurida veglia degli elementi / ora che tutto migra nella cava frescura / ora che il verbo ritorna alle montagne / … / vita stai ferma e sorseggia vita” (p. 94).

Non è opportuno tenere confronti, forse, ma balena nella mente il modo articolato e puntiglioso di scrivere poesia alla maniera di Antonio Verri, sebbene risuonino le atmosfere calde e asfissianti sud americane, volteggiando poi, si giunge a Dario Bellezza e “la frittata è fatta”, scrive Bellezza riferendosi all’amore ed è tutto qui, nell’amore, nell’incontro tra sguardi, nello smarrirsi e ritrovarsi, è proprio qui che si incontra la poesia di Mastropasqua, nel “Viaggio salvatico” senza fine.

Marzo 2018 – Poesia n.335 (Ed. Crocetti, Milano) – recensione a Luogo del sigillo di Alfonso Guida a cura di Luigi Beneduci

15 Febbraio 2018 – PENS: Poesia Contemporanea e Nuove Scritture – recensione a Luogo del sigillo di Alfonso Guida a cura di Alessio Paiano:

Passione e lucidità in «Luogo del Sigillo» di Alfonso Guida

Scritto da Alessio Paiano 

 

Proporre un commento a Luogo del sigillo (Fallone Editore, collana “Il Drago Verde”, 2017), ultima raccolta di Alfonso Guida, vuol dire imporsi alcune esigenze di metodo: la più urgente sarà quella di non considerare il dato biografico come principale elemento ermeneutico; allo stesso tempo un’operazione di ‘insabbiamento’ del periodo di ricovero vissuto da Guida nell’ospedale psichiatrico di Policoro, sarebbe, anch’esso, un imperdonabile errore di superficialità, ma il centro dell’indagine deve rimanere, in ogni caso, la poesia. Così scrive Michelangelo Zizzi nella Prefazione: «Alfonso Guida è la vendetta della poesia sulla biografia»,[1] invitando il lettore a considerare il momento della scrittura come ‘atto’, o tentativo, di riformulazione dell’esperienza.

Da ciò ne deriva una peculiare ‘lucidità’ con cui Guida tenta, in un’insistente nominazione, di condensare nella parola la sua esperienza; ciò si registra soprattutto nella prima metà del libro, mediante la descrizione di vari elementi paesaggistici, da cui fuoriesce una fitta catalogazione botanica; a questa indagine silenziosa si oppone l’esperienza dolorosa, seppur esaltata nella sua cruda umanità, degli altri soggetti che popolano l’ospedale. Per questo la scrittura poetica, che è in primis esercizio di isolamento, consente al poeta uno sguardo consapevole sul reale, che possa tracciare un particolare limes mentale; come ha scritto Enrica Fallone, «in netta contrapposizione all’elogio tutto postmoderno della follia» e, secondo Michelangelo Zizzi, «non aderendo al copione del poeta malato e solitario»[2], la poesia di Guida ne evidenzia invece «la lucidità del chirurgo e l’indifferenza del cronista»[3].

Se Luogo del Sigillo è stato accostato all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters per «la sequenza dei ritratti umanissimi e tragici»[4], bisogna considerare un dato fondante: la voce narrante nell’Antologia è costituita dagli stessi personaggi che, rivolgendosi agli altri abitanti del villaggio, instaurano un particolare rapporto dialogico con il lettore; tutta la costruzione del poema permette all’autore di condannare e giudicare la «piccola America», una «formicolante commedia umana»[5], secondo Pavese, dove l’autore pare «sottintendere una stoica indignazione, un appello a una possibile più vera coscienza umana»[6].

In Luogo del Sigillo la scrittura opera, invece, come ricostruzione poetica in prima persona, esclusivamente a stretto contatto con la realtà, e all’interno di un dualismo narrativo che, se consideriamo l’opera nella sua totalità, appare anche strutturale: alla prima metà del libro, incentrata sull’incanto, a volte addirittura ‘paradisiaco’, della natura, segue una seconda parte sull’’infernale’ situazione dei ‘dannati’. Tra questi due poli il poeta pare cercare una distanza, in un personale spazio ‘limbico’, dopo aver compreso l’inutilità sia dell’indagine analitica «nei labirinti» della mente umana (l’Inferno), sia del passare del tempo e della «porca stagione» (l’’inganno’ leopardiano della natura); non aspettarsi nulla, quindi, neanche dalla scrittura, scrive Guida, «un pigro viaggio tra realtà infagottate»:

[…] Ci hanno messo una

croce d’olio in gola. Abbiamo indagato

nei labirinti le presenze umane

dovuti agli uragani della specie.

Nulla ne è uscito. Solo un pigro viaggio

tra realtà infagottate: un libro, le iridi

vuote, una porca stagione, l’eccetera

del male che strofina le tue guance. (p. 35)

In Luogo del Sigillo, agli antipodi della recitazione declamatoria e teatrale di Spoon River, pur accennando a una coralità nelle sporadiche intromissioni degli ‘abitanti’ di Policoro (in corsivo nel testo), non si instaura mai un totale distacco tra il poeta e le altre voci; quest’ultime appaiono come rivelazioni quasi epifaniche dell’Io-lirico, soprattutto analizzandone la continuità di stile: «[…] Decompongo io il fastidioso/ dramma del centenario che ancora mi/ vive nel grembo – dice questo e sgraffia/ la pelle delle braccia, vaneggiante,/ come una cripta» (p. 54). Né potrebbe essere diversamente considerando che la scrittura di Guida è caratterizzata da una preziosa cura formale e lessicale: il verso, costruito rigorosamente sull’endecasillabo, presenta un ritmo fluido, ma allo stesso tempo ‘zoppicante’, con la presenza di improvvise e insistenti frasi minime: «[…] Era enfatica. E l’enfasi del/ dramma tramutava in idillio il giorno/ col sole e le rondinelle avvinghiate ai/ lampioni. Non capivo. Ora nei suoi nervi c’era l’ombra terrestre dei fatti» (p. 40). Uno stile, secondo Zizzi, che pur presentandosi come «prosa descrittiva», rimane «senza intreccio» e caratterizzato da «l’inusuale scarsità della metafora e la preferenza metonimica»[7].

A questi personaggi il poeta dedica quasi la metà delle poesie di Luogo del Sigillo, in cui si struttura un rapporto solidale e partecipe a un «pianto comune» (p. 33), che può trasparire anche dall’attenzione verso dettagli umilissimi, come i ‘sandali’ di uno dei personaggi: «[…]Francolino infuocato/ nei tuoi ventunanni il pensiero cede/ la verticalità dei morti all’eco/ di un sorriso e lì dentro, nei gorghi, mi/ cresce forte la pietà dei tuoi sandali» (p. 29). L’immagine dei ‘sandali’ è uno dei vari elementi nel libro che rimandano alla figura di Cristo, citato già dalle prime pagine; al tema della Passionee del «martirio» (p. 4) Guida associa se stesso e gli uomini di Luogo del Sigillo: «ma noi non siamo altro/ che un Cristo miserando» (ibidem), oppure «Torremozza è il primo chiodo che sento/ parlarmi a notte, un chiodo conficcato/ nella nuca, strappato da una croce/ nel cui legno la primavera sboccia» e, nella stessa poesia, «il tempo/ passa leggero e il sonno stanco è pieno/ di fantasmi e non baciamo il Getsemani» (p. 5); in un’altra poesia alla luminosità ‘scarnificante’ della luce si contrappone la consapevolezza che «[…] torneranno/ le spine a farci girotondo» (p. 28; ricordiamo anche l’immagine della «croce d’olio in gola» nei versi citati sopra). La fede non è considerata solo come elemento simbolico e ‘mitico’, ma ricorre frequentemente nei versi più descrittivi, esacerbandone l’aspetto drammatico e patetico: «[…] Dicevano/ fosse una demente religiosa, la/ croce, le immagini dei santi, un mite/ rosario maggengo» (p. 31), oppure «[…] Era il tuo giardino di pesche, Rocchino, la chitarra, era il tuo cielo/ fatta fede, sei scomparso per sempre» (p. 41).

Tuttavia l’esperienza collettiva del ricovero, pur assumendo i connotati di un «pianto comune», non diviene mai il vero nucleo tematico del libro; in primo piano rimane sempre lo sguardo del poeta, e i componimenti più densi sembrano proprio quelli della prima metà, dove si concentrano le descrizioni poetiche, fortemente visive, dell’ambiente e della vegetazione in particolare; si susseguono «le zagare appena/ spuntate sotto l’ombrello di rafia,/ l’ombrello coricato in mezzo al campo, gli aranceti smessi» (p. 22), «la crescita furente dell’ibisco» (p. 23), «la cecità incandescente e forastica/ di una vigna» (p. 24). Elementi che possono intervenire nel testo per stabilire un contatto con altri autori, come accade con il «melograno» nella poesia dedicata ad Amelia Rosselli, tra le primissime fonti di ispirazione (insieme a Celan) di Guida: «Ora che un melograno cresce sulla/ tua pietra, io poso la guancia sull’erba,/ sento vicino il rumore fragrante/ dei tuoi steli» (p. 2); la stessa immagine, in chiave decisamente più violenta, ricorre in Amelia Rosselli: «Confìdati/ presto perché sembri, tutt’ora un accecamento/ periglioso nel tuo, disfacendo la melagrana,/ armonico prospetto: unghia uguale alla/ carne se non ti spari» (da Serie Ospedaliera[8]); l’accostamento pare più evidente considerando il riferimento alla ‘chiusura’ del poeta in se stesso, che in Guida avviene nell’atto fisico di ‘posare’ la guancia sul terreno, mentre in Rosselli appare nella condizione di ‘accecamento’ di chi non riesce a guardare oltre stesso. Se Amelia Rosselli avrebbe poi sancito una totale resa nella raccolta Documento, con la desolante constatazione: «Cara vita che mi sei andata perduta/ con te avrei fatto faville se solo tu/ non fosti andata perduta»[9], l’incipit di Luogo del Sigillo tuona così: «Non avrai niente. Solo un po’ di cielo,/ la quieta solitudine dei vetri» (p. 1); ma interrogando se stesso con questi versi, nella stessa poesia, Guida non vuole arrendersi a una chiusura totale, né decretare immediatamente la sua sconfitta:

[…] stai fermo

proprio adesso che la pioggia ha sfiorato

la tua testa e il Nulla, tra le ossa nere

dei fiori morti, indietreggia, oscurando

la tua storia, i tuoi giorni, è questo che vuoi? (p. 1)

Luogo del Sigillo si configura, infatti, già dal suo titolo, come poesia del ‘dentro-fuori’, in cui si alterna l’esperienza personale del poeta alle lucide, e a volte terribili, descrizioni degli altri pazienti; ma il limes, oltre che mentale, è anche fisico, e si instaura una tensione percepita sia dal poeta che dagli altri verso il ‘mondo’ che è al di là dell’ospedale di Policoro. Questa condizione assume i contorni di un’epica prigionia, in cui si nomina una misteriosa figura del «custode» (p. 32), mentre le infermiere sono «le Orche che chiamano/ per nome il nostro sonnifero amaro,/ gigante – bisogna tornare, il cibo/ le tazze, l’ossessione del confine» (p. 42).

L’«ossessione del confine» è il risveglio della consapevolezza di un mondo ‘fuori’, che può diventare ‘tragedia’ per uno dei ricoverati, ritratto al pari di uno stoico greco quando dichiara: «Ovunque, proprio ovunque/ sorge la mia patria, e lo dice, amaro,/ non rassegnato, un pianto trattenuto,/ sa che non tornerà mai più a Torino» (p. 44). Ogni tentativo di superare il confine pare impraticabile, e il ricovero adesso assume davvero i connotati di una prigionia, di una libertà negata:

Siamo giunti fino ai cancelli dove

tre guardiani baffuti e circospetti

ci hanno fatto cenno di tornare oltre

la faggeta che avevamo lasciato

prima di avventurarci nel giardino

cercando qualcosa, un corpo, un’assenza. (p. 39)

In questa situazione di immobilità si staglia l’immagine di Torremozza, simbolo della ‘lontananza’, emblema dell’’isolamento’ rispetto al mondo ‘fuori’. Se Zizzi accosta la poesia di Guida ai «luoghi mortuari ma splendidi di Yeats»[10], l’immagine della torre non può che richiamare le visioni emblematiche del capolavoro del poeta irlandese, intotolato proprio La Torre; ma la figura della torre delinea anche passaggi e ‘abbandoni’, come nell’Ulisse dell’altro grande irlandese, James Joyce, il quale inizia proprio con l’allontamaneto, da parte di Stephen Dedalus, dalla Torre di Sandycove; metafora, in quest’ultimo caso, dell’abbandono dell’adolescenza, ma anche inizio dell’esilio dal paese natio, l’Irlanda[11]. Torremozza, dunque, ergendosi a metà tra ’apparizione’ e ‘meta’ abbandonata e irraggiungibile, rappresenta tutta la tragica ambiguità di Luogo del Sigillo, tra desiderio di evasione e drammatica consapevolezza di una separazione tra due mondi; è l’emblema anche del tempo trascorso, degli anni definiti «cruenti»; Torremozza ricorda un immenso campanile all’orizzonte, un orologio senza lancette:

[…] è un gioco

rammentarsi, o dover scegliere gli anni

prima di andarsene, gli anni apostolici,

gli anni ossuti, cruenti, gli anni che fanno

l

a nostra tenerezza, il vuoto nero

dell’abisso, Torremozza era questo. (p. 21)

Se nei versi già citati Torremozza è «il primo chiodo che sento/ parlarmi a notte», una figura quindi ossessiva, in altri momenti la stessa assume i contorni di un Eden perduto: «Torremozza/- torna come una conchiglia sotterranea/ nel cui olfatto gli insetti hanno costruito/ la crudeltà amorosa dello Jonio» (p. 19), ma è anche il luogo dove trionfa la vegetazione circostante: «Da quassù Torremozza/ resta ferma tra gli appartamenti jonici/ dove i colori sgargianti e selvatici/ frammentano la visuale rotonda dei pinastri, dei tigli» (p. 27). Torremozza torna poi a essere un «fosco pianeta notturno» (p. 35) e, in antitesi, «un lungo paradiso di echi palustri», ennesimo richiamo teologico; pare, infine, tornare il simbolo della ‘croce’, quando la vista di Torremozza fa riemergere il «dolore che tutti ci toccava» (p. 38). Una continua ambivalenza, irrisolvibile, che lo stesso Guida indica due volte: quando Torremozza è definita la «fascinazione della morte, il terrore di esser vivo» (p. 33), o in questo passaggio, in cui è denominata ‘matrice’: lo stesso mondo ‘fuori’, a cui si guarda con nostalgia, è sia la «concezione» (l’ideale ritorno a cui tendere), che il punto di «concepimento» del dolore:

Ramo lordo che pesi sulla testa

c’era la placenta di un uccello. E tu

pensavi fosse la luminescenza

rosseggiante degli occhi ancora pieni

di sonno, lo iodio riverberato, una

croce d’oro sganciata da una vecchia

catenina. Invece, mia eco, mio niente,

Torremozza non fu che una matrice:

concezione e concepimento. (p. 19)

Luogo del Sigillo non è il romanzo di un’esperienza di ‘formazione’, né la celebrazione di una guarigione, ma della sua fragile precarietà, dolorosamente conquistata e difesa. Così avviene nell’immagine finale e antitetica (di memoria joyciana anche questa) della «neve» che dorme sul fuoco, elementi in cui si condensano due opposti: passione e lucidità.

Ero in un vagone buio.

Fuori passava la neve e il fuoco. Ora

più semplice a dirlo: in quel buio, quella

notte, la neve dormiva sul fuoco. (p. 68)

[1] M. ZIZZI, Prefazione ad A. GUIDA, Luogo del Sigillo, Fallone Editore, collana “Il Drago Verde”, Taranto, 2017, p. VII

[2] M. ZIZZI, Prefazione ad A. GUIDA, Luogo del Sigillo, cit., p. XV.

[3] E. FALLONE, Nota dell’editore in A. GUIDA, Luogo del Sigillo, cit., p. 70.

[4] Dal sito di Fallone Editore.

[5] C. PAVESE, La grande angoscia americana, «L’Unità», Torino, 12 marzo 1950, in ID., Saggi letterari, Einaudi, Torino, 1951, p. 71.

[6] ID., Il poeta dei destini, in ID., Saggi letterari, cit., p. 64.

[7] M. ZIZZI, Prefazione ad A. GUIDA, Luogo del Sigillo, cit., p. XIX.

[8] A. ROSSELLI, Serie Ospedaliera, in EAD., L’opera poetica, collana «I Meridiani», Mondadori, Milano, 2012, p. 234.

[9] EAD., Documento, EAD., L’opera poetica, cit., p. 340.

[10] M. ZIZZI, Prefazione a A. GUIDA, Luogo del Sigillo, cit., p. XV.

[11] G. MELCHIORI, Note a J. JOYCE, Lettere e saggi, Il Saggiatore, Milano, 2016, p. 975.

 

6 Gennaio 2018 – inserto La Lettura – Corriere della Sera – recensione a Luogo del sigillo di Alfonso Guida a cura di Daniele Piccini

27 Ottobre 2017 – Corriere salentino – Recensione a Il bicchiere vuoto di Lidia Fraccari a cura di Alessandra Peluso

“Nel centro della lama di coltello si percepisce un gusto acre di delusioni trascorse e scorse in punta di scrittura, mentre il mondo di fuori non chiama pur nel suo esistere che non è”, dalle prime considerazioni della prefazione di Eliana Forcignanò, si evince ne “Il bicchiere vuoto”, di Lidia Fraccari un testo di poesia per nulla banale néfacilmente comprensibile. Necessario, dunque, scrutare ad di là di quella “siepe che lo sguardo esclude” ed immaginare, cadendo nello sconfinato mondo dell’Io. Complicato, a volte rassegnato, nel trovarsi in un putrido vivere contornato da metafore allettanti come quella del bicchiere, della bottiglia o del fondo di un piatto, come se Lidia Fraccari volesse dimostrare l’urgenza della propria anima di nutrirsi e assetarsi di vita. E si legge: «Alla foce il fiume è cristallo / steso e pregiato / che mentre cade / tra frantumi dona riflessi / spessi» (p. 12).

Nel caleidoscopio del sé, la donna, Lidia, in tal caso, annaspa in un mare in tempesta nel quale cerca di sostenersi, aggrappandosi a vetri rotti di uno specchio dove il riflesso appare come un appiglio alla propria anima. Cupa, umbratile, profonda, analitica la silloge “Il bicchiere vuoto”, attraverso la quale Fraccari simboleggia il tempo, quello misurabile, il “Κρόνος” che in fretta si consuma. Considera il rapporto con l’altro da sé sia in se stessa sia al di fuori di sé, e così si ritrova a confrontarsi anche con l’amore.

Lidia Fraccari si ancora a quest’umano, scavando con la lama di un coltello, consapevole di un’esistenza che non si abbarbica all’amore in modo comune, romantico, o al maschio come vittima; incespica però alle volte in un silenzio che le appare disvelato. E infatti, “ti canterò di storie / di fate d’orchi / di rampicanti sporchi / dei miei silenzi / in cui depongo la paura / delle parole inesplicabili / dell’amare” (p. 21).

Come prima esperienza di uno sperimentarsi del proprio sé, Lidia Fraccari sembra esserci riuscita con tale testo poetico “Il bicchiere vuoto”, i cui simboli evidenti, universali, raccontano di quel particolare che evidente non lo sarà mai, ma nonostante questo sosteneva Eraclito occorre provarci sino alla fine dei propri giorni. Si tratta di una silloge edita dalla neonata casa editrice Fallone, curata e diretta da Eliana Forcignanò per la collana “Il fiore del deserto”. E così, l’augurio è che giustappunto come un fiore del deserto possa splendere la poesia rigogliosa in ogni esistenza quale si voglia che sia.

Tra rabbie, rancori, dissapori, rassegnazioni scorre una parte di vita alla quale forse Lidia vorrebbe agganciare anche quell’altra che facile non è, tutt’altro come le gioie, la felicità, le vittorie e persino quell’equilibrio agognato tra inconscio e ragione, tra l’Apollineo e il Dionisiaco, senza mai perdere di vista l’orizzonte da raggiungere.

13 Ottobre 2017 – La Gazzetta del Mezzogiorno – Recensione a Il bicchiere vuoto di Lidia Fraccari a cura di Alessandro Salvatore

3 Ottobre 2017 – La dimora del tempo sospeso – Nota critica a Luogo del sigillo di Alfonso Guida a cura di Marco Ercolani

«Maelström, diceva quando gli veniva
mal di testa. Se ne andava in giardino.
Passeggiava. Poi gli bastava scorgere i
colori abbrunati del selciato e tra
sé diceva: è tutto finito, quando
me ne andrò? 
Parlava a voce alta. La nausea
gli aveva impregnato la maglietta intima.
Si nutriva in modo irrazionale. Ora
la luce scolpiva il vialetto curvo,
bronzeo, gli piaceva vedere quella
trasformazione cromatica, anche qui
c’è Costantinopoli, e si metteva in
circolo a guardare le venature
del tramonto. Poi piano prendeva le
scale. Tornava in camera. Era l’ombra
di una catastrofe imminente, l’uomo
delle sagome nere e più oltre il mare».

Inizio la mia nota di lettura con questo “ritratto psichico” che Alfonso Guida dedica a uno dei “matti” di Torremozza (Torremozza è l’ospedale psichiatrico di Policoro, così ribattezzato dal poeta, che lì visse otto anni) e subito devo sottolineare il passo incalzante, misurato, ipnotico, di questo “dettato” poetico. Guida impone al mondo la sua voce, epica e barbara; è un guerriero che scava storie e apre varchi. Il suo “luogo del sigillo”, è anche il luogo dell’infrazione del sigillo. Il poeta tiene una voce uniforme e salmodiante, come una profezia, ma è sempre invaso dalle immagini. Incide sul foglio ritratti dolenti e assoluti di una conditio animae. Poeta complesso e multiplo, pervaso dal dolore psichico, Guida vive il dolore della mente come lesione del pensiero comune, come disponibilità a essere ustionato e scorticato di fronte alla verità, “sbrindellato a ferocia”. Come la “piccola Laida” di uno dei suoi “ritratti”, che tanto ricordano Géricault, da lui stesso citato, “temeva che gli strati / di epidermide scoprissero i nervi, / le ossa, la sua impaurita trasparenza”.

La poesia di Guida, imprudente, eretica, interminabile, non accetta né classifiche né classificazioni. È fluire leggero e greve che ruota in un gorgo senza fine né inizio, dentro un maelström personale che non rinuncia a esprimersi in tutta la sua perturbata potenza. Nessun lettore può dominare o spiegare i suoi libri-poemi: deve farsi catturare dai ritmi lenti o incalzanti, dal tempo del suo snodarsi, dove alla bellezza barocca delle immagini si affiancano riflessioni sonnamboliche sull’oltranza della poesia. Lo scrittore, in ascolto del suo mondo inconciliato e tumultuoso, è anche osservatore poetico dell’umanità desolata e sofferente che lo circonda.

Di Alfonso Guida Marco Munaro scrive che “è più simile a poeti immaginari che a qualunque poeta italiano”. Il suo mondo interiore è esposto con visionaria e sconcertante nudità in Poesie per Tiziana (Il ponte del sale, 2015), un poema di oltre ottomila versi, un romanzo in endecasillabi indirizzato a Tiziana, la sua psichiatra, diario-confessione del periodo di Torremozza. Scrive Alfonso: «Ora è tutto buio e dentro mi ossessiona la mancanza di silenzio. Per me tutto deve passare attraverso la parola, come fosse l’estremo tentativo di aggrapparmi a una realtà di tutti, necessario è farlo ma non porta entusiasmo. Ho i morti addosso ed è come avere i compagni di un tempo più lungo».

Inutile trovare poeti simili ad Alfonso. Vengono in mente alcuni nomi, Lorenzo Calogero e Edoardo Cacciatore fra gli altri, per la infinità della loro poetica, o i poeti da lui venerati, Celan, Mandel’stam, Rosselli, ma l’analogia finisce qui o si rischiano accostamenti banali. Guida non si sottomette a niente e non è figlio di nessuno. La sua voce, eccessiva nell’iperbole delle immagini, descrive con limpida solennità le ferite della sua mente. Il poeta usa la lingua italiana per cesellare personali polifonie dove sapienza, dannazione, santità, follia, innescano una poesia alchemica e totale che, come osserva ancora Munaro, “sembra abbracciare nel suo lampo tutto e tutti, persino se stessa, nel rovescio di se stessa”. Scrive Guida: «La smania di condivisione emotiva in me è stata sempre altissima, incontenibile. Salta in mente Mandel’stam che, prigioniero, in preda a una disperazione e una solitudine non più umane, disse a memoria i versi di Petrarca ai suoi compagni che di italiano non capivano niente. La disperata solitudine rende sciocchi. Aveva ragione Leopardi. Bisogna leggere poesie a chi lo chiede, a chi se ne sente coinvolto». Il lettore, per essere travolto nel modo giusto dalla dissennatezza organizzata del suo dire poetico, deve farsi complice dello scrittore – scrivere con lui mentre sta leggendo. Nel disagio della psiche c’è un potente, impellente, traboccante desiderio di amore, che è vortice estatico. «È pazza la ninfa che ci possiede». Guida scrive sempre un poema apocalittico, una infinita invettiva contro il male, una preghiera senza dèi che ricapitola le miserie del mondo. La violenza forte e chiara dei suoi libri non ermetici ma avvolgenti è restituita da una lingua mai sperimentale, ricchissima lessicalmente, abbagliata dalle sue stesse immagini, sempre in subbuglio nel continuo, tortuoso, allucinato monologare di un io nomade. Guida è poeta appartato e misterioso ma potente: nella sua lingua affabulante cela il mistero di una scrittura fragile nel suo essere traversata dai fantasmi e barbara nel suo cercare una narrazione pervasiva, ininterrotta, urticante, inflessibile a ogni compromesso, viva oltre i confini della vita e della morte. In questo senso si può dire che la sua parola è “folle”, perché la traversano le voci e i demoni di quanto è inudibile e invisibile, ma nello stesso tempo è “sana”, perché sa organizzare questo dolore in forme, orchestrare il sommerso in isole ferdinandee, isole emerse, prossime a sparire.

Scrive Guida: «Le persone e i poeti si ammazzano perché l’ossessione è potente e il bisogno di donare è continuo e nessuno può giustamente sopportarlo. Non è nell’umano». Legittimo, potente, vorace bisogno di essere udito e amato. La “Commedia” di Guida, grande visionario perché grande realista del suo percepire, è evidente nei suoi ritratti psichici:

«Non c’è segno di lotta nell’atrio. Una
pulizia bianca, inumana, sussulta
tra le genzianelle defunte e gli astri
rassegnati a perdere colore. Una
forte luce mi sconquassa le orecchie,
la bocca, ed è sotto il grigio ponticello
di corda che avviene la tauromachia.
Cavalli, tori, gli uomini dipinti
con la polvere gettano i sassi, urtano
la carne, il sangue, il ceneraccio duro
del movimento. Eppure non è questa
la grotta di Lascaux, ma un ospedale
dove i capelli spettinati e grassi
temono la mano del vento e il cieco
gracidio dell’uccello-lira schianta
la sua voce contro le tenebre arse
dell’aurora. Un male così alto giunge in
punta di penna, mi separa dalla
distanza carceriera. Si affaccia tra
le vene una carnagione brunastra
nel cui manto non c’è niente. È la truce
pienezza delle foglie a sogguardare
gli oggetti astratti e inconcludenti delle
nostre citazioni. Una tazza appena
sbreccata, ocra, tigliosa, si addormenta
sul lavabo in cucina.- Cosa brucia
l’assetata fame delle cose? Una
lingua muta, un sogno, una morte in più?».

L’ospedale non è la grotta di Lascaux. La scena squassante è quella di oggi e di ieri. La parola poetica è sempre inattuale, è eterno presente. Guida se ne fa interprete, con potenza vangoghiana. Scrisse Celan: «Voci all’interno dell’arca: Sono/ nascoste solo le bocche. Voi/ che sprofondate, ascoltate/ anche me» (Celan). Ed è quello che ci accade, con la poesia di Guida: ascoltare, nel dormiveglia, la sua non terminabile litania, modellata, plasmata nell’eco della sua lingua sonnambula ed esatta.

Luglio/Agosto 2017 – L’Indice dei Libri del Mese. Speciale estate 2017 (p.44) – Segnalazione di Luogo del sigillo di Alfonso Guida  a firma di Mario Desiati

‘Alfonso Guida, LUOGO DEL SIGILLO, pp. 104, € 15, Fallone, Taranto 2017

Il lucano Alfonso Guida è figura appartata ma apprezzata della poesia contemporanea. Luogo del Sigillo è composto da immagini taglienti, un disegno incendiato della terra, un antidoto alla distrazione, dove le ansie sono sconfitte coricandosi per terra, dove gli ibischi crescono furenti, i cieli atterranno nei prati, e le parole si formano a tratti, lievi quanto un soffio, quanto la vita.

                                                                                                               Mario Desiati’

4 Luglio 2017 – Spagine – Recensione a Luogo del sigillo di Alfonso Guida a cura di Marcello Buttazzo

♦ 27 Giugno 2017 – Gazzetta del Mezzogiorno – Intervista a cura di Leo Spalluto