Venerdì 18 Luglio 2025 – Su Satisfiction un’intervista a Mattia Tarantino

Su Satisfiction Gian Luca Garrapa intervista Mattia Tarantino

 

Se giuri sull’arca è un poemetto di Mattia Tarantino edito da Fallone editore nel 2024 nel quale l’autore ci fa vedere il suono di un mondo che si sforma e stacca la parola dal corpo, la fa evento. Una complessa ingenuità che fa del dircantado «la storia degli amici. Una storia di salvezza.» L’autore gode nel dare a vedere il proprio incantesimo scrittorio, e forse è proprio nel donare che si ha il ricevere, nel condividere, del decuplicare le tracce del proprio silenzio e della propria sparizione come autore che diventa voce di un dialetto altrui, con la voce altrui, forse. Se la poesia, di solito e di solido suo, sembra essere lingua statuaria e monologica che non si lascia abbandono al mondo, nella scrittoralità di Mattia Tarantino il «pensare che parlando parliamo una lingua, e per di più la lingua in questione sia solamente quella degli uomini mi sembra una scemenza.» Evento vocale che si allunga a forma di corpo dall’ombra della materia, sicché Se giuri sull’arca si fa, è «testo pensato per l’esecuzione orale, per la messa in scena», o forse può funzionare da potenza, da canovaccio; prolegomeni a ogni futura messinscena anteriore: perché la scrittura di Tarantino mi pare si origini già da sempre come scrittoralità. Gestazione di gesti vocalici, alfabeti timbrici. Per questo l’autore non presuppone autocensura né censura. Né più né meno di una svolazzante ingenua e complessa partitura di uccelli cullati dai campi magnetici: «ecco, noi la voce – questa cosa animale, scivolosa, questa cosa che proviamo sempre a rimuovere e catturare e che continua a risultare inafferrabile, però – prima di tutto, adesso, la vediamo». E noi vediamo pure una desideranza nel fluire scrittorale di Mattia Tarantino, o meglio, di un corpo che scambia mondi e riti…

Gian Luca Garrapa

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Qual è stata la genesi del tuo libro e perché hai desiderato scriverlo?

È la storia degli amici. Una storia di salvezza, o più precisamente: come sospendere l’economia della salvezza? Il gioco è questo. Da una parte i salvati, sempre cacciati da un giardino e sempre in cerca di un regno. Dall’altra? Qualcosa non torna. Serviva un cortocircuito.

Quando scrivi, godi?

Sono certo sia il cuckold di qualcuno.

Un estratto dal libro che è risultato più difficile o particolarmente importante: perché? Lo puoi trascrivere qui?

Il primo frammento di Sciababàb: «Parlano, ma come gli uccelli, un dialetto celeste […]». Avevo solo un’occasione per dirla chiaramente, la lingua degli amici. Non si poteva sbagliare. Sarebbe stato come tradire, no? La lingua ricacciata nella voce, o la voce finalmente esposta, spaziosa nel linguaggio. Pensare che parlando parliamo una lingua, e per di più la lingua in questione sia solamente quella degli uomini mi sembra una scemenza – o la vicenda, tutta, dell’Occidente. Il che è peggio.

Se non fosse scrittura, cosa potrebbe essere il tuo libro?

Un libricino d’opera, una partitura per più voci e alcuni gesti. È un testo pensato per l’esecuzione orale, per la messa in scena. Sciababàb ha avuto una trentina di esecuzioni negli

Foto: Irene Carnevali

ultimi due anni, molte con Maria Ferraro alla chitarra. L’arca tutta è stata messa in scena integralmente, invece, con la regia di Nicola Barbato.

Che rapporto hai con la censura?

Ti racconto una cosa. Qualche anno fa ho introdotto il libricino di un poeta, un ragazzo del Nicaragua. I sandinisti ne hanno impedito la pubblicazione. Così il libro è uscito in Cile, ed è stato introdotto clandestinamente nel paese. Un’altra volta, alla prima occasione in cui sono stato tradotto in cinese, la rivista che doveva pubblicare le poesie è stata chiusa. Abbiamo proprio il culo al caldo.

Per te scrivere è un mestiere o un modo di contestare lo status quo?

Com’era? «In my craft or sullen art». Cose ombrose.

Bonus track

La parola-immagine non nasce più pura e la terra è ormai svergine, plurivoci significa(n)ti le si addensano: nell’adesso c’è germe di passato prossimo a sfarsi e di futuro che riaccade. Ho questa percezione automatica leggendo la tua scrittura. È così o è il fraintendere del mio desideriolettore?

Il tempo ha molto poco di lineare. «Il regno si è avvicinato». Stare nella vicinanza delle cose, nei segni della vicinanza, nel tempo dell’occasione, della caduta, fuori dalla misura. Un tempo al riparo dalla cronologia, senza misura né discorso.

Sono loro la macchina sintattica, Mattath, sono loro che connettono e tu non vedi niente, guarda cosa accoppiano, come scorre. Quanto vento… (p. 58 )”: connessioni di vista e suono, immagine sonora e silenzio tagliente il rigo: come sono i legami tra voce che scrive e voce che parla? Come stringi il visibile nella precisione dell’immaterialità musicale, come ci riesci?

Ma è proprio la voce il legame, no? Se ci pensi la scrittura è precisamente il dispositivo che «dislocando il linguaggio dall’orecchio all’occhio», dice qualcuno, «permette di vedere la voce». Ecco, noi la voce – questa cosa animale, scivolosa, questa cosa che proviamo sempre a rimuovere e catturare e che continua a risultare inafferrabile, però – prima di tutto, adesso, la vediamo.

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