Venerdì 20 Febbraio 2026 – Su Lankenauta una recensione al volume L’aldilà del mare di Angelo Airò Farulla

Su Lankenauta Ettore Fobo scrive del volume L’aldilà del mare di Angelo Airò Farulla.

È inutile nascondersi dietro un dito. Scrivere significa sempre essere audaci. Ed essere audaci significa, come mostra il proverbio, che la fortuna è sempre dalla nostra parte.
L’audacia è quella di imporre alla nuda e cruda materia grigia del mondo una forma che sia la sintesi delle sue contraddizioni. E la poesia, essendo proprio l’arte della sintesi, è il territorio in cui ciò accade con più naturalezza ed efficacia. Qui già nel titolo, “L’aldilà del mare”, edito da Fallone Editore nel giugno del 2023, Angelo Airò Farulla mostra di essere sulla strada giusta.

Perché l’aldilà del mare non può essere, e qui l’articolo determinativo è fondamentale, un luogo fisico, uno spazio definito ma una dimensione metafisica. È dunque un puro anelito, in questo caso un anelito alla vastità, che da sempre il mare simboleggia, anche se nel corso del poema, come vedremo, esso assumerà un’altra connotazione.

E poi c’è la scelta di evocare il materiale pulsionale della poesia nella forma del poema, cosa giusta e necessaria, precisa scelta stilistica. Per un poeta il poema è come una forma di fisica, sintetizza in un groviglio di segni l’intero universo culturale. Lo ha fatto Omero, lo ha fatto Dante, lo ha fatto Eliot: chiunque impugni una penna, un calamaio o digiti su una tastiera, se poeta, è arso da questo desiderio di racchiudere in uno scrigno poetico la miriade di gesti, di grida, di conversazioni di cui si compone una civiltà.

Altra scelta vincente, oltre a quella del poema, è quella della prosa. Una volta sciolto l’equivoco della prosa poetica, troppo spesso insopportabile melassa di vacuità, qui Farulla compie il gesto che io ritengo fondamentale per un poeta contemporaneo. Non si tratta di ibridare poesia e prosa, ma di riconoscere che il nucleo di qualsiasi prosa è la sua musica.
Dunque, tra poesia e prosa, la differenza è un artificio culturale, come mostra chiaramente Roberto Calasso ne “’Letteratura e gli dei”, dove si profonde in un’ acuta analisi de “Lo Spleen di Parigi”; Baudelaire non cessa di essere poeta, scrivendo in prosa. E questo, se è un fatto evidente, è direi inevitabile, ha però un peso stilistico significativo, la presenza di diversi alessandrini nella prosa di Baudelaire lo prova.

In italiano potremmo fare un confronto, per esempio, con “Le Operette Morali” di Leopardi, in cui al posto dell’alessandrino, c’è l’endecasillabo. Quindi, poesia in prosa, come Rimbaud, come Dino Campana, come St. John Perse, come Mark Strand, come Allen Ginsberg, come Edmond Jabés, come molti altri, cito solo i primi che mi vengono in mente; qui il verso lungo ci persuade di questa dimensione prosastica, in cui la parola poetica può galleggiare e lanciare i suoi segnali di fumo. Prosa sì ma il ritmo è quello della poesia, la prosa è comunque scandita in versi che, se non rispettano o non inventano nessuna metrica, hanno un respiro poetico preciso, quello del mare. Per questo il poema è riuscito. Una sorta di palinsesto ibrido, in cui l’aulico può cozzare con il dato nudo e crudo del reale, che per rendere tutto più incongruo si distorce in una dimensione distopica: il poema è ambientato in un futuro apocalittico, da incubo raggelato nel fluire delle parole. Un futuro così prossimo da confondersi con il presente, futuro in cui, forse nell’indifferenza generale, è già avvenuta la fine del mondo e uno dei suoi effetti è stato l’abbandono del Soglio Pontificio da parte del Papa in carica. Come nell’episodio di Godard nel film “Rogopag”: la bomba atomica è stata sganciata su Parigi ma non accade nulla o almeno così sembra inizialmente, sospensione metafisica. In questo poema invece tutto accade ma sulla superficie del mare o nelle sue profondità a tratti scalfite.

Protagonista del poema una nave, “color limpido elettro” che attraversa un mare, immaginario specchio di uno dei nostri mari reali, il mar Tirreno presso l’Arcipelago toscano, reso stilisticamente con impatto visionario e potenza espressiva, senza esagerazioni; il poema è dunque originale nello stile, dove una scrittura esplode di un’esplosione finemente controllata, ed esatto nelle conclusioni filosofiche, a partire dall’allegoria della nave che non è che la Tecnica- con una sintesi metaforica che ci riporta al Battello ebbro di Rimbaud ma rovesciato- vero mostro mitologico cui gli uomini sembrano addossare tutte le colpe della catastrofe, fino a che esse non ricadono fatalmente sull’Umanità stessa, di cui la Tecnica non è che espressione, Umanità che riconosce, irosamente e penosamente ed in coro pressoché unanime, la propria indegnità. Si tratta, però, dell’ennesimo abbaglio; non fu l’uomo a causare l’estinzione dei dinosauri e le grandi glaciazioni, ingenuo e al tempo stesso megalomane, pensarla così, rassicurante forse, come se ci dicessimo costantemente ”Tranquilli. Dipende solo da a noi” che fa tutt’uno con “Tranquilli. Dio (o la Natura, in senso spinoziano) non ci distruggerà, se facciamo i bravi”. Se ci pensate, è la trappola in cui ci mette da sempre il potere, che rimane magico, ipnotico, agendo a livelli così inconsci e profondi che … ma il discorso ci porterebbe troppo lontano. Deleuze, memore di Nietzsche, lo sintetizza magistralmente descrivendo, come un tutt’uno diabolico, il regime della tristezza, del peccato, del debito e della colpa. Nei versi del poema l’Uomo è solo una “semplice medusa trasportata per tutta la vita da una corrente che non conosce”. Perché continuare ad addossare a questa medusa l’angoscia metafisica che filtra dalle stelle? Eppure..

Farulla ha il merito di scrivere all’altezza dei tempi apocalittici che stiamo vivendo e pare recuperare il pathos profetico che sembrava perduto, lo recupera con la distanza contemplativa della poesia, pathos apocalittico, che negli ultimi tempi sta riaffiorando nella letteratura italiana. Sottotraccia in maniera ambigua, ironica, parodistica, sibillina ma anche profondamente umoristica, e non per questo meno tragica, diversi poeti, me compreso per quel che può interessare, recano con sé “notizie da Patmos”, come il titolo della bella silloge di Fabrizio Bregoli. E ancora una volta tocca ai poeti scagliare il loro fuoco sulle macerie di Babilonia, la grande meretrice dello Spettacolo Globalizzato.
In questo poema, il male, l’infezione fatale, la malattia, l’estinzione, vengono dal mare, dove mostri marini mitologici riemergono da profondità geologiche lontanissime, ritornano per annientare la vita.
Non dico altro sull’emozionante finale del poema. Ascoltiamone un brano:

“ma il mare si vedeva anche di lassù, lucente e ghiacciato come
una vena di quarzo che crepava la terraferma,
ed era come un assedio, un mostro che tramava contro la vita,
un veicolo di morte e infezione,
e sopra quel mare calmo e stabile, stabilizzato,

i gabbiani gridavano al cielo e chiamavano l’acqua[…]”

 

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